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Le piccole storie di carta di Elena Borghi

Fa fatica a definirsi artista, ma in realtà lo è. Parla con le sue creature e va in fissa con la natura

Elisa con una piccola libellula creata da Elena Borghi. Foto: Francesco Andriolo

Elisa con una piccola libellula creata da Elena Borghi. Foto: Francesco Andriolo

Elena Borghi è una tipa strana. O almeno, è come te l’aspetteresti conoscendo i suoi lavori. Dopo aver per anni lavorato come scenografa, ha deciso che il suo talento nel realizzare piccoli mock-up di carta (una cosa che le è sempre riuscita molto bene) sarebbe potuto trasformarsi in un lavoro vero. Così, un papercraft dopo l’altro, ha attirato le attenzioni di parecchi. I suoi clienti le chiedono di tutto, dalle vetrine a dei falli per una collezione personale. E lei, studia, pensa e intaglia.

“Una volta dovevo convincere le persone, senza peraltro riuscirci, che quello che potevamo fare insieme era grande. Ora le persone arrivano da sole e già convinte. Chiaramente non è il Mondo a esser cambiato, sono io a pormi in modo diverso”, scrive nella sua biografia a fine libro, per far capire come è cambiato il suo approccio con il lavoro. Ah sì, perché nel frattempo ha scritto un libro, dove ci sono fotografati quasi tutti i suoi lavori. Per chi volesse, si chiama Paper Visions, ed è pubblicato da Logos Edizioni.

L’abbiamo conosciuta quando ha prestato a Rolling Stone Italia un po’ delle sue creazioni di carta. Noi abbiamo ben pensato di metterle addosso a Elisa per il servizio fotografico pubblicato sul numero di aprile.

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Partiamo dall’inizio: come ti sei approcciata a questa arte?
Faccio un po’ fatica a definirmi artista: non ho voglia di esprimere me stessa, ho sradicato il mio ego anni fa e sto benissimo. Ho assoluto bisogno del committente, non riesco a fare le cose come gli artisti veri che creano per curarsi, per buttare fuori i propri demoni. Ecco io piuttosto vado a Chiaravalle in bici. Ho sempre bisogno di qualcuno, io lavoro per gli altri. Ho l’idea che l’artista lavori sempre un po’ per se stesso. Io ho bisogno delle persone, delle esigenze, devo avere uno scopo. Ecco, poi c’è tutta una parte che è meno commerciale, che so che esiste, che è il rapporto con il passante. So che c’è anche questo compito che ho dato al mio lavoro, regalare un’emozione vera, un sorriso. Sono i momenti in cui mi basta essere ricompensata da un messaggio, questo è la parte che posso definire più “artistica”.

Perché hai scelto proprio questo tipo di arte?
Non ho scelto, in realtà. La utilizzavo ad uso personale per capire le forme, le dimensioni. Specie quando faccio qualcosa di inventato, faccio lo schizzo creando con la carta perché mi viene facile. Quando lavoravo, vedevo che facevano fare a me, a me veniva naturale, anziché usare la matita, io uso quello. Ci sono persone che preferiscono il legno o la plastica. Per me è immediato lavorare così. Ci vuole un cervello molto geometrico. Parti da un foglio, quindi dalla geometria piana e devi avere una sorta di visione in 3D, ma sempre ragionata in piano. Ci sono tanti papercrafter che usano il computer ma io non ci provo neanche perché sono pigra.

In Italia c’è un mondo di papercrafter? No, vero?
No, io vorrei fare un po’ cultura, pensa che ogni tanto mi trovo delle persone che mi chiedono «Ah ma ti fai pagare per tagliare la carta?”». Ecco, la soddisfazione di essere stata scelta da Logos per il libro è massima. C’è un po’ di mercato, è vero, ma in Italia non è c’è una tradizione e a modo mio mi sento di dover fare un po’ cultura in questo. Il mio è un libro piccolissimo e poco venduto perché io non sono così mediaticamente potente o nota. Chi mi segue o chi vede i miei lavori mi dice che si emoziona. Ecco, ho notato che le mie composizioni viste dal vivo fanno un effetto diverso che in foto: sembrano un po’ delle creaturine viventi. Io innegabilmente sono animista, quindi un po’ voglio che sia evidente questa cosa. Le margheritine sono mie amiche.

Ho notato che questa predisposizione per la natura la metti sempre nelle tue opere…
Ho sempre osservato molto la natura: se mia madre voleva ramazzare il cortile ed essere sicura di trovarmi dove mi lasciava, mi doveva piazzare davanti a una riga di formiche da piccola. Sono sempre stata curiosa di osservare la natura. Questo nonostante le piante siano in realtà dei moduli e hanno un rigore geometrico che io adotto a volte. In ogni elemento della natura c’è un archetipo, poi. Più che rappresentare la natura, sono interessata a rappresentare gli archetipi, quando io faccio un giglio, in realtà, c’è anche altro.

Che poi sono le piccole poesie/racconti che accompagnano le foto nel libro.
C’è stato un grande lavoro di editing! Non riuscivo a stare nelle cinque righe. Io non sono una scrittrice. Mi piace scrivere, mi piace lo strumento della scrittura. È uno di quelli nella mia cassetta degli attrezzi, ma non sono una scrittrice professionista. Però lì spiego l’archetipo, il simbolo che si nasconde dietro le mie figure.

Quindi non c’è uno studio prima?
No, magari vado a pensarci una volta finito e scopro che ho fatto la lumaca, piuttosto che il fiore per un motivo. C’è un disegno perfetto che va al di là della mia capacità di pensare. Poi, ovviamente, non è sempre così: ci sono delle volte in cui mi documento, ad esempio, in questo periodo che lavorativamente sono tranquilla, sto studiando e leggendo un sacco di cose contemporaneamente, anche libri sulla cosmogenesi. In qualche modo entra, faccio un frullato e diventa altro, in qualche modo ci sono cose che io ho assorbito a fondo e che magari non mi ricordo più. Il mio talento, però, è la mia capacità visionaria riguardo quello che tu mi dici. Entro talmente tanto in connessione con quello che tu mi dici che capisco chiaramente cosa devo fare. A volte invece strutturo, studio, ho un tema più preciso, in cui cerco di dare una mia interpretazione.

Che rapporto hai con quello che crei? Ci parli?
Certo, assolutamente! Con Drago ho un rapporto particolare: è l’unica cosa che sono andata a riprendermi. Era per un cliente e quando si avvicinava il momento del disallestimento della vetrina, continuavo a pensare a lui: non era mai successo con nessun’altra creatura. Me lo sono ricomprato in cambio di una vetrina gratis. Quando quello che faccio ha raggiunto lo scopo per cui era stato creato, non mi riguarda più, non è più mio ma della collettività. Credo nella caducità di quello che faccio, creo sempre delle strutture, che non sono molli, seppur se di carta.

E perché proprio con il drago si è creato questo rapporto?
Credo sia la parte maschile che mi manca, ho un disequilibrio con la mia metà maschile e lui mi serve per quello.

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