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L’arte di Barbara Nati è una critica contro lo sfruttamento ambientale

L'artista sarà al Macro di Roma per realizzare dal vivo un'opera della serie Shooting Star, dove le nuvole diventano navicelle spaziali, simbolo del desiderio umano di controllare la natura

Un'opera della serie Shooting Clouds

Barbara Nati

Il tema della crisi ambientale nella società contemporanea è probabilmente la vera emergenza con cui tutti dovremmo fare i conti. Lo sfruttamento umano delle risorse naturali si sta spingendo verso limiti pericolosi, impossibili da prevedere. Cosa succederebbe, quindi, se questa ricerca verso l’impensabile, diventasse realtà? Cosa accadrebbe se l’uomo riuscisse a realizzare il desiderio estremo di fare della natura un oggetto governabile? È quanto si chiede con il suo lavoro Barbara Nati, artista italiana tra le più interessanti nella scena contemporanea. Opere d’arte che diventano un ammonimento per gli spettatori, una domanda visibile che ci spinge a chiederci quale possa essere il limite del progresso. Nuvole trasformate in satelliti, autostrade che attraversano la jungla, gabbie di scalatori circondati da aquile.

Ne abbiamo parlato con la stessa artista, in occasione della sua performance Pixel Kingdom, per cui Barabra Nati, dopo la performance a inizio settembre, tornerà al Macro Asilo di Roma per realizzare dal vivo un’opera originale – gli appuntamenti sono fissati per il 17/18/19 settembre e 1/2/3 ottobre.

L’opera che realizzerai dal vivo fa parte della serie Shooting Clouds. Da dove parte la tua ispirazione per questo progetto?
È un gioco di parole, parte dal termine “shooting stars” (stelle cadenti), ma in questo caso sono le nuvole a cadere, vittime degli esperimenti umani con cui si cerca di forzare la natura pianificando le condizione meteorologiche, come si fa in Cina o negli Stati Uniti negli anni ’50. Lo scopo era quello di far piovere in determinate zone a seconda delle necessità.

Quindi per certi versi la tua opera è anche una critica.
Quegli esperimenti sono una violenza contro l’ambiente, un’assurdità umana per cercare di tenere sotto il suo controllo ciò che dovrebbe esserne escluso. Nella mia opera ho voluto evidenziare questo desiderio, trasformando le nuvole in oggetti costruiti dall’uomo, come satelliti o navicelle spaziali.

Un’opera della serie Shooting Clouds di Barbara Nati

Le tue opere presentano uno stile molto particolare, come le definiresti?
Sono collage digitali. In realtà per quello che faccio non esiste una definizione, almeno non ancora. Nel mio lavoro è essenziale la ricerca delle immagini, che poi scompongo in singoli elementi che lego tra loro in nuove forme. Solitamente per una mia opera uso più di duecento elementi, facendo in modo che ognuno si perda nell’altro per creare l’armonia perfetta tra loro. Mi concentro soprattutto sulla post produzione, lo scatto in sé non è essenziale per le mie opere.

Hai portato il tuo lavoro al Macro di Roma, dove hai realizzato una tuo opera dal vivo.
Volevo rispondere alla domanda del pubblico, a chi spesso mi chiede il procedimento da cui nasce una mia opera. Credo sia molto importante che il pubblico possa assistere alle realizzazione dell’arte, e sono riuscita a realizzare questo progetto soprattutto grazie a Macro Asilo che ha aperto questi spazi atelier in cui artista e pubblico potessero incontrarsi.

Un’opera della serie Regni Inversi di Barbara Nati

Credi che le performance possano diventare uno strumento per amplificare l’attenzione del pubblico per l’arte?
Dipende, certamente lavori come quello di Marina Abramović hanno riscosso attratto attenzioni mondiali, anche perché in quel caso erano gli stessi visitatori ad essere coinvolti. Il progetto del Macro è diverso, perché da la possibilità a tutti di ‘entrare’ nel lavoro di un artista proprio nel momento in cui realizza la sua opera, l’oggetto tangibile che poi verrà esposto.

Hai lavorato tanti anni in Gran Bretagna, com’è stato tornare in Italia?
Non è stato semplice, il mercato dell’arte in Italia ha tante difficoltà, la maggior parte delle persone preferisce comprare l’ultimo modello di un telefonino piuttosto che un’opera d’arte. Dell’Italia mi mancavano tante cose, soprattutto la capacità che c’è qui di interagire con le persone. Per quanto riguarda il mio lavoro, certo, in Gran Bretagna – dove sto continuando a lavorare, ma a distanza – riuscivo a vendere le mie opere in maniera più regolare, ma mancava quella ‘spinta’ che c’è in Italia.

Cioè?
In Italia l’arte ha un fuoco che altrove non si trova, forse deriva dalla frustrazione per un mondo, come quello dell’arte, spesso svalutato dalla politica o dalla società in cui viviamo. In Inghilterra tutto questo non c’è, e questo credo renda l’arte più piatta.

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