‘La vegetariana’ si ribella ancora, sulle scene di un teatro | Rolling Stone Italia
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‘La vegetariana’ si ribella ancora, sulle scene di un teatro

Abbiamo visto a Milano, al Piccolo Teatro Grassi, l'adattamento che Daria Deflorian ha immaginato per il romanzo della Premio Nobel sudcoreana Han Kang. È stata un'eversione silenziosa, ma dritta al punto

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'La vegetariana' di Daria Deflorian

Foto: Andrea Pizzalis

Il mese di aprile al Piccolo Teatro Grassi di Milano è interamente dedicato alla personale di Daria Deflorian, che si immerge nella letteratura contemporanea con un autore, Édouard Louis, e due scrittrici, Annie Ernaux e Han Kang. Dal 10 al 19 aprile è andato in scena La vegetariana, l’opera più conosciuta della premio Nobel sudcoreana Kang.

Una sfida non semplice, quella dell’adattamento, che Deflorian ha risolto con un’estrema aderenza al racconto e una scenografia scarna ma potente: due porte, un materasso, un telefono, una vasca da bagno e un lavandino. Una scelta che ricorda come, a volte, non ci sia niente di più intenso che lasciare all’immaginazione di ognuno il compito di tessersi negli spazi vuoti del racconto. Basta questo per fare posto dentro di sé all’universo di Yeong-hye, la protagonista del romanzo pubblicato originariamente nel 2007. Scarna è la scrittura di Han, scarna è la scelta scenica di Deflorian, che mette in piedi il romanzo con appena quattro attori, lei compresa, e un adattamento che riesce a far rivivere con asprezza, rabbia e spaesamento il cuore del racconto.

La vegetariana è stato tradotto per l’Italia nel 2016, anno in cui ha vinto anche il blasonato Man Booker International Prize, ma si è parlato molto del romanzo nel 2024, quando Han Kang ha vinto il Nobel per la Letteratura e l’opera ha avuto un ritorno di popolarità. La vegetariana è un libro breve, che ci siamo prestate tra amiche nel corso di un’estate, e che per la sua asciuttezza racchiude un notevole sunto dell’esperibile umano, anzi, femminile.

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‘La vegetariana’ di Daria Deflorian. Foto: Andrea Pizzalis

Il racconto si concentra su Yeong-hye e sulla sua improvvisa decisione di smettere di mangiare carne, dopo aver fatto un sogno truculento. Eppure non è quasi mai Yeong-hye a parlare: nel primo capitolo, a farlo in prima persona, è il marito (interpretato da Gabriele Portoghese) un uomo misero come tanti, lavoratore di giorno e bevitore di notte, la perfetta incarnazione di un male banale, un uomo che imprigiona nella propria insignificanza la vita altrui. Il testimone passa poi alla terza persona singolare del cognato (Paolo Musio) e, infine, alla sorella In-hye (la stessa Deflorian). Yeong-hye esiste, eppure è come se non avesse mai l’opportunità di parlare davvero, come se il mondo non le avesse mai concesso lo spazio per usare la propria voce; se diventasse qualcuno solamente in funzione di come gli altri la vedono. Di come la società e le sue norme la vogliono. Ed è per questo che comincia la sua lotta, in maniera animalesca e istintiva, come una sorta di ultima fuga: dalla società, dalla realtà, dalla lucidità. Per recuperare la sua voce e il controllo sul suo corpo, Yeong-hye capisce di dover toccare l’estremo. Paradossalmente, più rifiuta l’esterno e si rannicchia in sé stessa, più fa rumore e occupa spazio.

La vegetariana non è un libro su una scelta alimentare, è un romanzo che mette a nudo la violenza della società sul corpo delle donne, che racconta una vita di timore reverenziale per gli obblighi sociali, che tutto d’un tratto esplode e si trasforma in un fiore. Daria Deflorian ha colto le oscillazioni del romanzo e le ha messe in scena, con la protagonista interpretata da Monica Piseddu, una Yeong-hye teatrale che si libera lentamente degli abiti e delle sovrastrutture. Parla poco, ma quando lo fa è per sussurrare ostinata la sua rivendicazione. Monica Pisceddu, con indosso solo una t-shirt larga, racconta al pubblico il suo sogno crudele, poi pela delle patate a torso nudo, si mordicchia le bende attorno ai polsi mentre dà le spalle alla platea, resiste con stoicismo al giudizio della sua famiglia, alle violenze del marito e alle botte del padre. Trova una prima, apparente, forma di felicità quando il cognato, ossessionato dal corpo di Yeong-hye come da un feticcio, dipinge su di lei un manto di fiori.

È questa una delle scene più visivamente soddisfacenti dell’opera, realizzata con un gioco di luci che è valso alla light designer, Giulia Pastore, il Premio Ubu 2025 come Miglior disegno luci. Monica/Yeong-hye è in piedi davanti a una delle porte, mentre un proiettore riflette su di lei le pennellate di colore che Paolo/cognato lascia cadere sullo schermo retroilluminato. Nel colore floreale ci sono l’abisso della follia e la gioia della liberazione. La luce accompagna per mano gli spettatori anche nell’ultima parte dell’opera, filtrando tra le persiane dell’istituto psichiatrico in cui Yeong-hye viene ricoverata, riflettendo l’ondeggiare delle foglie al vento. Dopo l’ostinata distanza emotiva del marito e l’ossessione possessiva del cognato, In-yhe pratica finalmente l’empatia sulla sorella. Ma nel suo perdono, nella sua apprensione per la sorte di Yeong-hye, c’è anche una profonda invidia. Recita nel suo monologo Daria/In-hye come si sia sforzata per tutta la vita per trovare un lavoro ben retribuito, essere una moglie accogliente e una madre premurosa, convivere con l’entropia e tenere sotto controllo gli aspetti più casuali dell’esistenza, convogliando tutto in un ordine apparentemente funzionale. E poi c’è la sua controparte, Yeong-yhe, che da quella gabbia ha deciso di uscire secondo le sue regole, senza più chiedere il permesso a nessuno. In-hye la compatisce e la invidia allo stesso tempo, riconosce nella sorella quel coraggio che lei non troverà mai, il coraggio della ribellione.

Deflorian riesce a trasmettere così il significato profondo de La vegetariana, quella trappola crudele in cui i confini della società intrappolano gli esseri viventi, in un ciclo di violenza perpetrata senza fine. Il controllo sui corpi e le esistenze delle donne viene così spezzato da Yeong-hye, con una tenacia talmente sottile da risultare quasi invisibile, che pure torna a galla nella violenza con cui rifiuta di essere alimentata nei suoi ultimi giorni. In-hye è l’unica a rispettare la sua volontà, a riconoscere il coraggio della sorella, lo squarcio che ha aperto nella visione ordinata del mondo, e sarebbe tentata di lasciarcisi cadere, se non fosse per il futuro del figlio che la tiene saldamene ancorata a questo mondo di regole. Yeong-hye decide di diventare un albero, perché è l’unica creatura che non nuoce ad altre, anzi, sprigiona vita senza dover sottostare a mariti anaffettivi, uomini dispotici e regole che impongano cosa mangiare, come vestirsi, come presentarsi al mondo, quali relazioni intessere e quali evitare.

La vegetariana di Daria Deflorian si chiude con il silenzio, tanto che l’applauso tarda qualche secondo ad arrivare, proprio perché il pubblico aspetta che accada qualcos’altro, dopo. Ma dopo non c’è nulla, scrive Han Kang nelle ultime parole di In-hye, sussurrate all’orecchio della sorella: «Anch’io faccio dei sogni, sai? Dei sogni in cui potrei dissolvermi».