'Ausencias', progetto fotografico che racconta i desaparecidos argentini | Rolling Stone Italia
scardinando il tempo

La dittatura argentina si racconta attraverso l’assenza, e la fotografia

A 50 anni dall'insediamento del regime di Jorge Rafael Videla, un progetto del fotografo Gustavo Germano, 'Ausencias', trasforma tutto il dolore dei desaparecidos in assenze pesantissime, tra passato e presente

Gustavo Germano

Foto: Gustavo Germano. Cortesia dell'artista

La fotografia, si dice, ferma il tempo. Ausencias dimostra esattamente il contrario: lo riapre. Lo incrina. Lo costringe a tornare dove pensavamo di aver già guardato abbastanza. Il progetto di Gustavo Germano funziona così: prende un’immagine del passato e la rimette in scena nel presente, nello stesso luogo, con gli stessi corpi — meno uno. O più uno, a seconda di come si voglia intendere la presenza.

A cinquant’anni dall’avvento della dittatura di Jorge Rafael Videla in Argentina, quel vuoto torna a farsi materia. Non più soltanto archivio o testimonianza, ma dispositivo ottico e morale. Il meccanismo è noto: due immagini accostate. Nella prima, un prima qualunque — una domenica di pesca, una foto per passare la frontiera, un pomeriggio tra amici. Nella seconda, lo stesso scatto ricostruito decenni dopo. Tutto sembra al suo posto. Tranne chi non c’è più. E proprio lì, in quell’assenza perfettamente inscritta nello spazio, accade qualcosa di difficilmente archiviabile.

Gustavo Germano

1974. Clara Atelman de Fink, Claudio Marcelo Fink. Foto: Gustavo Germano. Cortesia dell’artista

Gustavo Germano

2006. Clara Atelman de Fink, . Foto: Gustavo Germano. Cortesia dell’artista

Non è nostalgia. Non è nemmeno memoria, almeno non nel senso consolatorio del termine. È piuttosto una forma di attrito. Tra tempi. Tra sguardi. Tra ciò che l’immagine promette — fissare, conservare — e ciò che la storia impone — cancellare, sottrarre. Germano lavora su questa frizione con una lucidità quasi chirurgica, evitando ogni retorica del dolore per arrivare a qualcosa di più scomodo: la persistenza.

Prendiamo una delle immagini più note. Quattro fratelli in posa, fondo neutro, sguardo diritto verso l’obiettivo. Una fotografia necessaria, burocratica quasi: serve per attraversare una frontiera. Il padre li dispone in fila, da più piccolo a più grande. I poliziotti accettano. Timbro, graffetta, passaggio. Fine della storia. O forse no. Perché qualche anno dopo, uno di quei quattro — Eduardo, fratello dell’autore di questo straordinario progetto visivo — scompare. Arrestato, torturato, ucciso. Senza corpo, senza tomba. O meglio: con una tomba che arriva decenni dopo, quando la scienza forense riesce a restituire un nome a ciò che era stato ridotto a scarto.
La seconda fotografia riprende la stessa composizione. Stesso ordine, stessa frontalità. Ma i fratelli sono tre. E quell’assenza — che pure non occupa spazio — diventa il centro esatto dell’immagine. Non c’è bisogno di didascalie. Non serve sapere. Si capisce. Anzi: si sente.

Gustavo Germano

1969. Gustavo M. Germano
Guillermo A. Germano
Diego H. M. Germano
Eduardo R. Germano. Foto: Gustavo Germano. Cortesia dell’artista

Gustavo Germano

2006. Gustavo M. Germano
Guillermo A. Germano
Diego H. M. Germano
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Foto di Gustavo Germano. Cortesia dell’artista

È qui che Ausencias smette di essere un progetto sulla dittatura argentina e diventa qualcosa di più ampio, e per certi versi più inquietante: una riflessione sulla capacità delle immagini di contenere ciò che non è più contenibile. Germano non “mostra” i desaparecidos. Non potrebbe. Li convoca. O meglio: convoca il loro mancare. E lo fa con una precisione quasi matematica, lavorando sullo scarto minimo tra due tempi che non possono più coincidere.

C’è, in questo gesto, qualcosa che ricorda certe operazioni concettuali degli anni Settanta — la fotografia come prova, come traccia, come indice. Ma qui la questione non è linguistica. È politica, nel senso più radicale del termine: riguarda il modo in cui una comunità si rapporta alla propria storia. O, più brutalmente, ciò che di quella storia non è mai stato davvero chiuso.

Gustavo Germano

1976. Orlando René Mendez, Laura Cecilia Mendez Oliva, Leticia Margarita Oliva. Foto: Gustavo Germano. Cortesia dell’artista

Gustavo Germano

2006. Orlando René Mendez, ., Leticia Margarita Oliva. Foto: Gustavo Germano. Cortesia dell’artista

Le storie che attraversano il progetto sono note, e proprio per questo continuano a essere insopportabili. Omar Amestoy, ucciso insieme alla moglie e ai due figli piccoli in un’operazione militare che ha il linguaggio grottesco delle “azioni di sicurezza”. Orlando, sequestrato con la figlia di undici mesi, che verrà abbandonata poche ore dopo in una casa cuna. Leticia, sua moglie, prelevata anni più tardi davanti alla stessa bambina, ormai cresciuta abbastanza da ricordare. E proprio la loro immagine — una delle più laceranti — li ritrae insieme, con la piccola Laura, nella casa dei nonni, pochi giorni prima del colpo di Stato del 24 marzo 1976: un interno domestico, uno di quei momenti qualsiasi che la fotografia trasforma in eterno senza sapere che sta per diventare ultimo. Poi la storia interviene con la sua grammatica brutale: Orlando sequestrato e ucciso, la bambina abbandonata e ritrovata, Leticia catturata due anni dopo e fatta sparire; il suo corpo, restituito solo nel 2015 dal lavoro dell’Equipo Argentino de Antropología Forense, senza che i resti siano ancora tornati alla famiglia. E allora quella fotografia — così composta, così normale — smette di essere un ricordo e diventa una soglia: l’istante prima della cancellazione.

Gustavo Germano

1975. Omar Darío Amestoy, Mario Alfredo Amestoy. Foto: Gustavo Germano. Cortesia dell’artista

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2006. ., Mario Alfredo Amestoy. Foto: Gustavo Germano. Cortesia dell’artista

Sono biografie che conosciamo — o che crediamo di conoscere — perché appartengono a quel capitolo che chiamiamo, con una certa comodità, “memoria storica”. Ma Ausencias fa qualcosa di diverso: sottrae queste storie alla linearità del racconto e le riporta dentro una dimensione domestica, quasi banale. Non ci sono divise, non ci sono centri clandestini, non ci sono nemmeno i carnefici. Solo famiglie, amici, corpi che si dispongono nello spazio per rifare un gesto già fatto. E nel rifarlo, si accorgono che qualcosa — qualcuno — non torna.

Il risultato è un corto circuito visivo che ha poco a che fare con la spettacolarizzazione del trauma. Anzi, funziona proprio perché la evita. Non c’è enfasi, non c’è pathos aggiunto. L’emozione arriva per sottrazione, per accumulo di dettagli minimi: uno sguardo che non trova il suo corrispettivo, una distanza che prima non c’era, un vuoto che si fa forma.

Gustavo Germano

1971. Delia Calleja, Zulema Calleja, Elsa Raquel Diaz, Ricardo Godoy, Victorio J. R. Erbetta. Foto: Gustavo Germano. Cortesia dell’artista

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2006. Delia Calleja, Zulema Calleja, ., Ricardo Godoy. Foto: Gustavo Germano. Cortesia dell’artista

È anche, se vogliamo, un lavoro sul tempo. Non quello lineare, progressivo, che va dal passato al presente. Ma un tempo piegato, che torna su se stesso e costringe il presente a fare i conti con ciò che non è stato risolto. Le fotografie di Germano non dicono “questo è successo”. Dicono: “Questo continua a succedere”. E lo dicono senza bisogno di aggiornamenti, anniversari, ricorrenze. Anche se, certo, il fatto che tutto questo torni a circolare oggi, a cinquant’anni dal golpe, non è esattamente irrilevante.

E allora si resta lì, davanti a queste due immagini che sono in realtà una sola, a fare i conti con una domanda che non smette di tornare: cosa significa, davvero, far sparire qualcuno? Non ucciderlo — quello, tragicamente, è un atto finito. Ma cancellarlo dalla trama del visibile, interrompere la sua presenza nel mondo, trasformarlo in un’assenza permanente.

Gustavo Germano

1970. María Irma Ferreira, María Susana Ferreira. Foto: Gustavo Germano. Cortesia dell’artista

Gustavo Germano

2006. ., María Susana Ferreira. Foto: Gustavo Germano. Cortesia dell’artista

Ausencias prova a rispondere senza rispondere. O meglio: costruisce le condizioni perché quella domanda resti aperta. Ed è forse questo il suo gesto più radicale. Non chiude. Non consola. Non offre una forma di riparazione simbolica. Fa qualcosa di più difficile: insiste.

Insiste nel ricordarci che ogni fotografia è, in fondo, una promessa fragile. Che ogni immagine di felicità contiene già la possibilità della sua perdita. E che, a volte, l’unico modo per rendere giustizia a ciò che è stato tolto è continuare a mostrarne il vuoto. Anche quando — soprattutto quando — quel vuoto diventa insopportabile.