Il Faust è uno di quei testi, ma anche personaggi, con cui periodicamente sembra sia necessario tornare a fare i conti. Studioso, chissà se anche alchimista e negromante, che emerge dalla mitologia e viene reso immortale da Goethe. Da bambino l’immortal germanico ne vide una messa in scena fatta con i burattini e lo trasformò, forse, più in un topos letterario che in un soggetto narrativo. Faust rappresenta la ricerca di conoscenza, per certi versi oscura e nichilista, lontana dalla fiducia illuminista nella ragione.
Oggi, a interrogarsi ancora una volta sulla figura e sul senso del Faust, c’è lo spettacolo di Romeo Castellucci, dal 15 al 18 ottobre al Teatro Argentina in prima nazionale per Romaeuropa Festival e Fondazione Teatro di Roma: FAUST. Fatto, non detto.

Foto: Alex Majoli
Già il sottotitolo rappresenta la firma del regista, che sceglie di sottrarre l’opera al suo solco narrativo per spingerla verso un’esperienza scenica estrema, in cui il racconto diventa visione e la rappresentazione pura materia perché «l’allestimento non ha la pretesa di risolvere il Faust, perché non si risolve. Il teatro e l’arte in generale non devono risolvere le cose».
Non è un caso se, per Castellucci, il fulcro dell’opera è il momento in cui Faust decide di tradurre l’inizio del Vangelo di Giovanni, dopo aver desistito dal pensiero del suicidio innescato dalla consapevolezza che il sapere è inutile e quindi, a maggior ragione, lo è una vita trascorsa a inseguirlo. «In principio era il verbo». E subito, davanti alla parola “logos”, Faust s’interrompe. Come può venire la parola prima di tutto? Forse è il “senso”, o la “forza”? Finché non si decide a scrivere «In principio era l’azione». Una blasfemia riscrivere le parole di un santo, ma forse non per Faust, che in tedesco significa pugno, e già nel nome trascina la sua vocazione al gesto più che al “verbo” inteso come “lemma”. Ed è davanti a questo movimento blasfemo che al protagonista compare Mefistofele, fino a quel momento nascosto nelle sembianze di un piccolo cane nero trovato in strada. Sarà questo diavolo, più buffone che tentatore, a proporre a Faust una scommessa, non il “classico” patto: lo servirà in tutto, gli restituirà la giovinezza e gli farà assaporare ogni piacere del mondo, ma se mai Faust dirà a un istante “fermati, sei così bello”, la sua anima sarà perduta.

Foto: Alex Majoli
Tuttavia al regista l’aspetto narrativo, come detto, interessa fino a un certo punto. Questo è uno spettacolo “astratto”, come lo definisce lo stesso Castellucci. Vive cioè di una sorta di metalinguaggio, e metta sulla scena tutta la portata simbolica del Faust: un’opera che ci costringe a fare i conti con la società in cui viviamo, in cui si abdica alla libertà, sopraffatta dalla tecnica, dalla tecnologia che diventa ideologia e religione e che finisce con il pilotarci. Una tecnica che non è uno strumento, quanto una condizione esistenziale, in cui la parola diventa rumore bianco e si priva di ogni potenza significante. Un’intelligenza artificiale come quella dell’Homunculus che Wagner, l’assistente di Faust, crea in un’ampolla, che sa parlare ma non capisce ciò che dice.

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E così non stupisce la scelta di campo, netta e radicale: non detto, ma fatto. Il Faust di Castellucci non si concentra sulla parola, ma celebra l’azione: durante lo spettacolo nessuno parla, non ci sono parole pronunciate da esseri umani e neppure compaiono sotto forma di scritte. A farlo sono le macchine: voci registrate, disincarnate. Gli attori si trasformano in presenze, sono corpi che si muovono tra le trame sonore costruite da Scott Gibbons, da oltre venticinque anni al fianco di Castellucci. A interpretare Faust, Gérard Bayle, novantatreenne francese; con lui sul palco i debuttanti Stefania Horodeyska e Lorenzo Coletta, attori, sicuramente, ma soprattutto esseri antropomorfi, corpi vivi.

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È così che emerge una vertigine politica – «è politico perché è teatro. Già salire sul palcoscenico è un fatto politico» – tra i temi insiti nelle pieghe dell’opera: il rapporto dell’artista con il male, con l’oscurità. D’altronde, se Lucifero è il portatore di luce, Mefistofele è colui che non ama la luce. Non potrebbe esserci guida migliore, né per Faust né per gli spettatori, per addentrarsi in un’opera tanto atroce, quanto, per certi versi, ironica, dove il cinismo, alla fine, cede all’amore.

Foto: Alex Majoli
Prodotto da Societas e coprodotto da Romaeuropa, in corealizzazione con la Fondazione Teatro di Roma, FAUST. Fatto, non detto arriva al Teatro Argentina dopo l’anteprima di Montpellier e da qui proseguirà la sua tournée internazionale, che dal 30 ottobre al 27 novembre lo porterà a Parigi, all’Odéon – Théâtre de l’Europe, per il Festival d’Automne.

Foto: Alex Majoli
Romeo Castellucci, che era già nella prima edizione di Romaeuropa nel 1986, torna a Roma con un’opera che suona come una dichiarazione d’intenti: «Spiegare significa uccidere e il Faust è un enigma che non si può risolvere. È qui la sua forza e la sua universalità ed è per questo che non riusciamo a smettere di parlarne».















