Nella Francia dell’Ottocento c’erano diversi modi per far sparire una donna. Alcuni richiedevano uno specchio e un pubblico disposto a lasciarsi ingannare; per altri bastavano un medico/aguzzino, un certificato fasullo e un parente interessato alla scomparsa. Hersilie Rouy conobbe, suo malgrado, entrambi i sistemi: suo padre faceva l’illusionista, e gli uomini che decisero della sua sorte avevano imparato a compiere prodigi senza bisogno di un palcoscenico.
Al Teatro Vascello di Roma, dove La Medium ha debuttato in prima nazionale per il Romaeuropa Festival, Marta Cuscunà si presenta come una mentalista decisa a evocare donne scomparse. Una puntata di Chi l’ha visto?, precisa, con la complicazione che sono già tutte morte. Avverte lo scetticismo della platea, soprattutto dopo le parole «mentalismo femminista», capaci, insieme, di provocare contrazioni muscolari. Ci invita a sciogliere le braccia, abbandonare i pregiudizi patriarcali e concentrarci su una musica che dovrebbe riuscire a indovinare leggendo i nostri pensieri.
La nostra medium è una ciarlatana di rara onestà intellettuale: dichiara i trucchi prima di usarli. Quando la telepatia non sembra funzionare del tutto, passa all’illusionismo, dove gli effetti speciali sono più affidabili. E introduce il suo assistente, Marco, affidando finalmente a un uomo il ruolo che la tradizione illusionistica ha riservato per secoli alle donne.

Marta Cuscunà. Foto: Alessandro Ruzzier
Perché a essere segate in due erano sempre le donne? Cuscunà se lo domanda ripercorrendo con perfidia la storia dell’illusionismo, che ha visto signori in frac acquistare fama e prestigio facendo a pezzi le proprie assistenti, mentre queste, fra una decapitazione e un impalamento, continuavano a sorridere al pubblico. La risposta è solo apparentemente di natura pratica: perché le donne erano più facili da nascondere. Più piccole, più flessibili, più adatte a essere stipate in casse e intercapedini. Un criterio di convenienza tecnica che aveva anche il pregio di assecondare un immaginario nel quale l’uomo esercitava il potere e la donna si prestava a subirlo, possibilmente senza andare al bagno. D’altra parte, quando il trucco riusciva, gli applausi erano tutti per lui.
Poi evoca Marie-Josèphe Stevens, moglie di Charles Rouy, inventore del numero della donna invisibile: lui parla a una sfera di cristallo, lei rimane nascosta in un’intercapedine, immobile per ore, e fa arrivare la voce alla sfera attraverso un tubo. Cuscunà ne ricava un dialogo coniugale di rara ferocia, eseguendo entrambe le voci con un virtuosismo che permette ai due coniugi di interrompersi, battibeccare e insultarsi senza che nessuno dei due sembri dover aspettare il proprio turno, mentre lei stessa rimane nascosta dentro uno stipo, replicando il trucco di Rouy.
La scenografia di Paola Villani, del resto, per tutto lo spettacolo si rivelerà un’altra protagonista: un piccolo arsenale di inganni e meccanismi, costruiti e animati da Simone Spangaro, con le luci di Luigi Biondi e il suono di Mauro Martinuz e Michele Braga. Un congegno teatrale di straordinaria precisione, governato dalla regia della stessa Cuscunà, capace di raccontare, suggerire e qualche volta contraddire ciò che accade in scena, eloquente quasi quanto la donna che la abita.

Foto: Alice Zorzin
Fallito, com’era prevedibile, questo matrimonio, Rouy si reinventa divulgatore scientifico e costruisce un planetario di ingranaggi e fili di seta, il meccanismo uranografico, che contribuisce a trasformarlo da illusionista in uomo di scienza. Un lampadario di scena diventa una macchina celeste. Basta un movimento, un suono, un cambiamento di luce per mutare il luogo in cui crediamo di trovarci. È un teatro dall’economia di mezzi quasi insolente: per mostrarci l’universo Cuscunà non necessita del bilancio della NASA. Il trucco si vede, e funziona.
Hersilie, figlia di Rouy e Henriette Chevalier, nasce a Milano nel 1814. Pianista, vive a Parigi fra lezioni, concerti, una domestica e una cagnolina di nome Coquette. Cuscunà evoca la sua casa con affettuosa anarchia: la tappezzeria cambia colore perché lo spirito di Hersilie corregge la medium, la domestica vede il diavolo dappertutto, la cagnolina è sempre tra i piedi.
La sua storia, che Cuscunà riprende liberamente da Incantagioni di Mariano Tomatis, ci è arrivata soprattutto grazie alla stessa Hersilie, che riuscì a scrivere le proprie memorie durante la reclusione, anche su carte di fortuna e usando il proprio sangue. Furono pubblicate soltanto dopo la sua morte, nel 1883, con il titolo Mémoires d’une aliénée.

Foto: Alice Zorzin
La mattina dell’8 settembre 1854 entrano in casa sua un commissario, un fabbro e un altro uomo, e la portano via. Cuscunà racconta il sequestro attraverso la pianta dell’appartamento: porte sbarrate e vie di fuga immaginarie trasformano la casa in un labirinto senza spostarne un muro. Internata e successivamente trasferita alla Salpêtrière, Hersilie incontra una scienza comodissima per chi la esercita. Se protesta, è paranoica; se ragiona, la follia è subdola; se si ribella, finisce tra le «agitate», dove avrà finalmente ottime ragioni per agitarsi. Nei registri le alterano perfino il nome. Il numero paterno della donna invisibile, perfezionato dall’amministrazione sanitaria, non era mai riuscito così bene.
Qui La Medium cambia temperatura. La comicità sopravvive perché Cuscunà non concede ai persecutori neanche il privilegio della solennità, ma si infiltra in un’atmosfera più scura; i suoni diventano presenze, le luci restringono il mondo. L’attrice passa da uomini a donne, li fa interrompere e insultare con tale rapidità che pare impossibile ascoltare una sola persona. Spesso è proprio lei a sparire: oggetti e marionette prendono vita mentre chi li anima rinuncia a mostrarsi. Il teatro di figura è l’arte di scomparire per dare una vita propria a ciò che, senza di noi, sarebbe soltanto un oggetto.

Foto: Alice Zorzin
Il meglio, però, arriva quando Hersilie decide che, se proprio devono prenderla per pazza, tanto vale rendere loro il lavoro più interessante. E comincia a firmare le lettere con nomi sempre più improbabili: prima l’Anticristo, poi Pulcinella. Se il medico insiste a chiamarti con il nome falso del registro, puoi offrirgli una falsità tanto enorme da far saltare il registro. E Pulcinella, che prende a bastonate l’autorità da secoli, conosce forme di giustizia assai più spicce di quelle dei tribunali.
Nella scena delle guarattelle, realizzate e dirette da Irene Vecchia, il Pulcinella che si agita dentro Hersilie affronta il suo carceriere laureato in Medicina in un dialogo furibondo. Cuscunà dà voce a entrambi con timbri deformati, alternati con precisione acrobatica; la farsa comincia a somigliare a una tortura. Il medico vuole smascherare la ribelle e la spoglia, un pezzo dopo l’altro, come se la verità si trovasse necessariamente sotto i vestiti.

Foto: Alice Zorzin
A un certo punto di Pulcinella rimane una mano, quella nuda di Marta Cuscunà, nascosta fino ad allora nel burattino. Il medico crede di aver smascherato un’impostura, ma sotto la maschera trova una persona. L’attrice che era sparita per dare vita al personaggio riappare quando qualcuno prova a cancellarlo. Bastano cinque dita e un intero trattato sul potere può tornare sullo scaffale.
Ma Hersilie non ha ancora esaurito il proprio repertorio di identità improbabili, e il delirio, anziché placarsi, procede verso un parossismo nel quale la follia attribuitale dai medici diventa l’arma più efficace per metterli in difficoltà. Cuscunà accompagna questa escalation con un gusto sempre più sfrenato per il paradosso, fino a una soluzione che ha qualcosa del colpo di scena e molto della beffa. Scopriremo anche chi aveva interesse a far sparire Hersilie e perché, ma sarebbe un peccato svelare il trucco proprio adesso.
Cuscunà non fa di Hersilie una santa laica, tutta dignità e sofferenza: le restituisce l’astuzia, la rabbia, il gusto di ridere degli aguzzini, persino la libertà di mentire quando la verità non basta.

Foto: Alice Zorzin
Del resto, che differenza c’è tra scienza e illusionismo quando entrambi sono al servizio del potere? Il prestigiatore fa sparire una donna in una scatola e il pubblico applaude; il medico la fa sparire in manicomio e la società si congratula per il progresso della medicina. Il primo pretende che crediamo a qualcosa che sappiamo essere falso, il secondo che accettiamo come verità qualcosa che non ci è permesso mettere in discussione. E se l’illusionista ha almeno l’onestà di chiamare il proprio trucco con il suo nome, la scienza, quando smette di dubitare di sé stessa, può diventare assai più pericolosa: non ha più bisogno di ingannare lo spettatore, le basta convincerlo che non esiste alcun inganno.
In fondo, il problema non è se una cosa sia vera o falsa, ma chi abbia l’autorità di stabilirlo e, soprattutto, chi debba pagarne le conseguenze. Hersilie Rouy trascorse quattordici anni a imparare che il potere, nelle mani sbagliate, può essere un gioco di prestigio dal quale nessuno ha previsto l’uscita.
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