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Il primo fotografo di Rolling Stone si racconta: «Così è morto il sogno della Summer of Love»

Gli scatti di Baron Wolman sono la storia del rock. Il fotografo ci ha racconta come tutto è iniziato (in una cantina). E come è finito

«Quando il music business è diventato più importante della musica, l’innocenza si è persa per sempre»: Baron Wolman, il primo fotografo di Rolling Stone è convinto che non sia possibile un ritorno della Summer of Love. Perché solo in quel momento tutto sembrava possibile: «Credevamo che la rivoluzione sarebbe arrivata presto», racconta, «eravamo stanchi di seguire le regole imposte dalla società e il sistema di valori dei nostri genitori. Volevamo vivere in un mondo di pace, volevamo ascoltare la musica del nostro tempo e volevamo realizzare i nostri sogni.

Quando si è realizzata l’utopia di Woodstock, abbiamo avuto la prova che fosse possibile: anche in circostanze difficili e in tempi di guerra, le persone potevano stare insieme». Oggi Baron Wolman ha 79 anni e vive a Santa Fè nel New Mexico.

Il pubblico di Woodstock. Foto di Baron Wolman / Iconic Images / Getty Images

Dopo aver lavorato dal 1967 al 1970 per Rolling Stone, ha creato la rivista di moda Rags, poi ha passato anni a bordo di un Cessna per scattare le foto aeree di libri come California from the Air: The Golden Coast pubblicati dalla sua casa editrice Squarebooks.

Ma in quell’estate del 1967 Wolman è un reporter di 30 anni arrivato in California da Berlino. Si è trasferito a San Francisco nel quartiere di Haight-Ashbury, in una casa al numero 164 di Belvedere Avenue, a due isolati da quella di Janis Joplin e di Jerry Garcia dei Grateful Dead, e ha allestito uno studio fotografico in cantina. «A quel tempo i fotografi lavoravano gratis», racconta. «Poi l’interesse suscitato dagli artisti rock e dalla controcultura ci ha permesso di sperimentare. E ai media di avere abbastanza soldi per pubblicare le foto a colori: le immagini sono diventate vive».

A San Francisco, Wolman incontra un ragazzo di 21 anni, Jann S. Wenner. «L’ho incontrato a una conferenza e mi ha spiegato il progetto Rolling Stone. Era determinato e appassionato, voleva raccontare il momento che stavamo vivendo. Mi ha chiesto: “Sto cercando un fotografo. Ti interessa?”». La sua cantina a Belvedere Avenue si trasforma in un set in cui nascono icone: «Al tempo non c’era distanza tra i musicisti e il pubblico, e Rolling Stone ha creato da subito uno stile di racconto molto diretto. Dal mio studio sono passati tutti».

Il pubblico del California Folk-Rock Festival, nel pieno della Summer of Love. Foto di Baron Wolman / Iconic Images / Getty Images

Una delle prime è Janis Joplin, che Wolman scatta a colori avvolta in una maglia viola, mentre canta con gli occhi chiusi, emergendo dal buio che la circonda e sembra sempre sul punto di inghiottirla. «Janis non aveva mai posato in uno studio, allora ho messo il suo album sul giradischi e le ho chiesto di fare finta di essere sul palco. Poi l’ho seguita mentre si lasciava trasportare: ha fatto una specie di concerto in playback, ha cantato per un’ora solo per me».

L’approccio informale, gli scatti non posati e il rapporto personale con gli artisti hanno permesso a Baron Wolman di creare uno stile in linea con lo spirito del tempo: «Ho fotografato Jerry Lee Lewis mentre suona la chitarra invece del pianoforte. Ho scattato una delle poche immagini di Jimi Hendrix in cui sorride mentre suona». Quel giorno Wolman era molto vicino a Jimi: «Il mio amico Bill Graham, promoter del Fillmore di San Francisco, mi ha permesso di salire sul palco. Mi sono immerso talmente tanto in quella musica che per un momento ho pensato di essere anche io uno della band. Non è stato difficile fare quello scatto: era impossibile scattare una brutta foto a Jimi».

I provini delle foto di Jimi Hendrix scattate da Baron Wolman. Foto Iconic Images, Getty Images

La sua macchina fotografica è sempre nel posto giusto: «Una sera ero seduto a un tavolo del club Hungry Eye esattamente di fronte a Tina Turner. Era scatenata, e l’ho fotografata in bianco e nero. Mi interessava conoscere l’umanità di questi artisti: era possibile, perché facevamo parte tutti dello stesso movimento».

Nessuna differenza tra artista e pubblico: la forza evocativa della foto di Tina è la stessa delle immagini che Wolman scatta tra le macchine di ragazzi in coda verso Woodstock: «La mia missione era raccontare i concerti alle persone che non avevano potuto esserci».

La musica è l’elemento chiave per capire la Summer of Love: «Nessuno è più importante dei musicisti. Sono loro l’unica fonte di energia creativa. Io non sapevo suonare, ma amavo la musica, e ho usato la macchina fotografica per esprimere la mia passione e il mio rispetto. Sono molto grato a quei musicisti per quello che hanno dato alla società».

Tutti i rivoluzionari hanno idee bellissime. Perchè, come dice Dylan: “Quando sei niente, non hai niente da perdere”.

Il futuro, la “nuova resistenza” di cui parla Springsteen è nella consapevolezza di artisti militanti come Tom Morello e dei suoi Prophets of Rage: «A San Francisco l’ho visto partecipare a una marcia di protesta poco prima di salire sul palco per un concerto. È uno di quelli che ha la rabbia di chi sa che bisogna fare qualcosa per cambiare il mondo e una piena consapevolezza del potere della musica. Il sogno degli anni ’60 non è morto, è stato ucciso».

Ma proprio per questo, dice Wolman, non smette di affascinarci: «Tutti i rivoluzionari hanno idee bellissime. Perché, come dice Dylan in Like a Rolling Stone: “Quando sei niente, non hai niente da perdere”».

Fino al 9 luglio le fotografie di Baron Wolman sono esposte nella mostra collettiva “Community Era -Echoes from the Summer of Love”, una delle manifestazioni della 12esima edizione del Festival Fotografia Europea 2017, a Reggio Emilia. Info qui