Home Cultura Arte

Giorgio Albertazzi: «Il teatro, come la vita, è solo una questione di ritmo»

Il ricordo di uno dei migliori attori del teatro italiano che se n'è andato il 28 maggio scorso a 92 anni, senza però essere mai diventato vecchio

«Pronto? Ciao Giorgio, sono Giovanni, come stai?»
«Giovannino! Tutto bene, che mi combini? Dove ti trovi ora?»
«Sono a Milano, ho un bel progetto, Giorgio, volevo parlartene…», mi interruppe bruscamente: «Io per la prossima estate faccio Re Lear, anche se continuo con le Memorie – me lo chiedono tutti – per l’inverno ho almeno altri tre progetti a cui tengo, straordinari. Tutti i giorni, Giovannino, mi fanno un sacco di proposte, alcune – devo dire – sono interessanti…»
E avanti così per tutta la telefonata, con una incredibile sfilza di progetti, di proposte, di idee, raccontate o magari solo accennate, ma tutte così cariche di gioia e di infantile entusiasmo. E il mio progetto? Il vero motivo della mia telefonata? Svanito nel nulla. Come se non fosse mai esistito. Forse un giorno ne avremmo parlato. Era talmente bello ascoltarlo! E ascoltarlo è stato in fin dei conti quello che ho fatto in quest’ultimo quarto di secolo. Ho imparato tutto da lui, senza che mi abbia mai insegnato nulla, semplicemente ascoltando.
Giorgio era un maestro sui generis, inconsapevolmente socratico nell’approccio con l’allievo e per questo grandissimo, inimitabile. Detestava tutto ciò che era scolastico e accademico. Le sue impagabili lectio magistralis gli scappavano di solito al ristorante, dopo lo spettacolo, davanti ad una buona bottiglia ghiacciata di Ribolla gialla.

Curioso come una scimmia, assaggiava di tutto, anche se andava pazzo per il riso bianco col limone e il latte condensato (quest’ultima una vecchia reminiscenza della guerra).
Mangiava e beveva comunque pochissimo, non tanto per una questione di virtù, ma perché non ne aveva il tempo, preso com’era nei suoi racconti, nei sui aneddoti mirabolanti. Dispensava consigli agli attori come ai camerieri. Ai registi come ai parcheggiatori abusivi. Anche se non più giovanissimo, a cena e sul palcoscenico era instancabile. Una forza della natura. Sicuramente un superdotato. Amava ridere. La sua risata inconfondibile, fatta solo con la “A” ce l’ho ancora nelle orecchie che mi accarezza il cuore. Giorgio, sapessi ora quanto mi manca la tua risata! Se ne è andato alla veneranda età di 92 anni, senza però essere mai diventato vecchio. Sì, perché non ha mai vissuto di ricordi (come la maggior parte dei colleghi della sua generazione), ma di progetti, di nuove sfide, rimettendosi sempre costantemente in gioco per il solo piacere di farlo. Amava la leggerezza, quella calviniana, tanto che una volta osò aggiungere una battuta al mercante Antonio, nel Mercante di Venezia di Shakespeare, che diceva così: «no, mio buon Graziano, non sono triste, sono malinconico. La malinconia è la tristezza che si è fatta leggera». Che meraviglia! Certe volte qualcuno ha scambiato la sua leggerezza con la superficialità. Niente di più falso: la sua era una profondità semplicemente diversa, non era professorale e per questo imprevedibile e difficilmente riconoscibile.

Convinto individualista, credeva nelle infinite capacità del singolo individuo. Detestava il popolo, inteso come massa, sostenendo che la massa tende ad omologare le singole intelligenze al ribasso. Un esteta assoluto, era ostinatamente alla ricerca di un senso estetico in ogni cosa, dall’abbigliamento (il suo non è mai stato banale) alla parola, privilegiando di quest’ultima il significante a scapito del significato. Sosteneva che il teatro, come la vita, è solo una questione di ritmo. Ha amato il jazz e le donne: Duke Hallington e Anna Proclemer, Cole Porter e Mariangela D’Abbraccio, Miles Davis e Pia Tolomei (sua moglie). E lo ha fatto sempre con ritmo frenetico, superando talvolta quello cardiaco. Un cultore del coraggio al limite dell’incoscienza, subiva il fascino degli eroi con puerile stupore, come gli aveva insegnato il suo maestro Visconti. Senza manco rendersene conto (capita solo ai geni) ha inventato il teatro contemporaneo. Ed ora con la sua morte si chiude definitivamente l’età dell’oro del teatro italiano. Mi piace pensare che – parafrasando il suo amatissimo Imperatore Adriano – alle prime luci dell’alba di sabato scorso gli sia riuscito anche il capolavoro di andarsene “entrando nella morte ad occhi aperti”. Che bello era incontrarlo per strada con la sua immancabile tracolla in stoffa piena di appunti, matite colorate e profumi e i suoi stravaganti cappelli a cencio. «Che si fa, Giovannino, si prende un caffè e poi si va alle prove?» «Si va dove ti pare, Giorgio». E Lui: «Anche all’inferno!» E giù a ridere. Addio, mio adorato maestro.

Giovannino, il tuo allievo di sempre.

Altre notizie su:  Giorgio Albertazzi