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Gilbert & George non smetteranno mai di provocare il sistema dell’arte

Dopo solo tre anni il duo si è dimesso dalla Royal Academy. È l'ultimo colpo di scena di una carriera incredibile, che dalle statue viventi alle opere sul terrorismo ha sempre messo in discussione le istituzioni britanniche

Foto via Wikimedia.

La Royal Academy of Arts se l’è cercata. Non bastano le antiche e recenti beghe a tormentare la famiglia reale inglese, ma a far girare le scatole alle loro maestà ci si mette pure la coppia più scorretta della storia dell’arte: Gilbert & George. La Royal Academy è l’istituzione più esclusiva al mondo e possono farne parte architetti e artisti (nel numero massimo di 80) che hanno cambiato il mondo e l’ammissione avviene tramite votazione degli altri membri. Gilbert & George sono stati incredibilmente ammessi, segnando ben due record nella RA: sono stati i primi a essere accettati come unica identità in quanto coppia e sono anche coloro i quali ne hanno fatto parte per meno tempo, perché alcuni giorni fa se ne sono andati rumorosamente.

In 250 anni di storia non è successo rarissimamente che qualcuno si dimettesse da quell’istituzione e soprattutto mai con la motivazione dei nostri, ovvero il fatto che la Royal Academy abbia tergiversato di fronte alla loro richiesta di fare una loro mostra nella prestigiosissima sede di Burlington House a Piccadilly. Perché diciamo che la RA se l’è cercata? Perché era ovvio che Gilbert & George avrebbero fatto casino e la loro storia da piantagrane, attaccabrighe, scostumati figli del Regno lo dimostra. George Passmore (1942) e Gilbert Prousch (1943) si incontrano nella prestigiosissima Saint Martins (CSM) art school e si innamorano subito, anche se per fortuna solo per pochissimi mesi, l’assurda legge britannica considerava ancora illegale l’omosessualità. Decidono immediatamente che sarebbero stati una coppia nella vita e nel lavoro. A loro interessa scardinare i canoni, far coincidere l’arte con la vita e quindi decidono di essere loro stessi il soggetto principale della produzione: la prima opera che farà discutere è del 1969 e si intitola George the Cunt e Gilbert the Shit, un doppio autoritratto dei due artisti stesi su un prato, vestiti di tutto punto e con una rosa bianca al bavero, come se fosse la fotografia di una scampagnata: unico dettaglio, non irrilevante, scrivono sull’immagine una serie di insulti rivolti a loro stessi. Quella vuole essere da parte loro una dichiarazione di indipendenza dai sistemi dell’arte, rivolgendosi insulti vogliono disinnescare qualunque futura reazione di quel mondo dell’arte: sembrano dire “volete insultarci, beh non potete, perché lo facciamo da soli”.

Nello stesso anno arriva l’intuizione che da lì a poco avrebbe proiettato Gilbert & George nell’olimpo dell’arte: ancora per prendersi gioco dell’arte classica, dell’ambiente ovattato ed elitario della cultura, decidono di dare vita a sculture viventi. Sono ancora una volta loro stessi che, ricoperti di vernice bronzea, si esibiscono in una danza robotica mentre cantano una canzone popolare, i cui versi decantano la libertà di scelta, ma rappresentano anche un’allegoria del vivere di nulla, senza possedere nulla. E anche se le grandi manifestazioni artistiche tentano di tenerli lontani, loro si presentano comunque e danno vita alle loro performance, che non hanno paura di parlare di religione, di sesso, di soldi. Gli anni ’70 sono quelli in cui i musei e le gallerie del mondo poco a poco si accorgono di loro, ma anche quelli in cui danno il via a un ciclo di opere realizzate con lo strumento della fotografia, spesso messe in griglia, che parlano ancora una volta della loro vita, del sesso, ma soprattutto del rapporto con Londra, città multiculturale per eccellenza, ma anche metropoli alienante, caotica, violenta.

I due vivono di eccessi sia nel lavoro, dove si spingono verso una blasfemia che riguarda il mercato, ma anche la religione stessa, sia nella vita privata, infatti entrambi sono alcolisti e non fanno nulla per nasconderlo. Passando per molti linguaggi diversi, arriveranno, oltre a raffigurarsi nudi più di una volta, addirittura a rappresentare in grandi opere gli escrementi o oscene immagini con le quali gridano al mondo le loro paure, come l’odio per l’AIDS, che negli anni ’80 colpisce duramente soprattutto la comunità omosessuale.

Continuano con le loro sculture viventi, ma verso gli ultimi anni virano su posizioni conservatrici dicendo di essere i più grandi fan della monarchia (cosa non molto in voga nella comunità artistica… è questo che gli è valso l’ok della Royal Academy?) e nel 2005 arriveranno addirittura a rappresentare la Gran Bretagna alla Biennale di Venezia. Nel 2006 sconvolgono il mondo con l’opera Six Bomb Pictures: per due anni, dopo gli attentati terroristici di Londra, raccolgono locandine di giornali che urlano al terrore e realizzano un’opera di 14 metri, un trittico composto da 136 di questi strilloni, attorniato da 5 tele chiamate Bombs, Bomber, Bombers, Bombing e Terror. Ancora una volta una riflessione su quella città, sul demoniaco incrocio tra multiculturalismo e violenza, che i due sembrano voler sottolineare.

Ecco che allora alla soglia degli ’80 anni, ancora una volta, non hanno paura di inimicarsi la più patinata istituzione artistica del loro Paese, fregandosene dei secoli di storia e anche delle accuse di vanità e infantilismo, che a loro sembrano piacere tanto. Ecco che questa anziana coppia in una carriera sorprendente è riuscita a far incazzare tutti, ma proprio tutti: dai conservatori ai liberali, dai cattolici agli islamici, dai repubblicani ai monarchici, dalla cultura di regime a quella underground. Perché mai la Royal Academy credeva di poterla scampare?

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