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Gérard Rancinan: «Ribellatevi, superate i vostri limiti. Fotografare significa imitare Dio»

Il fotografo francese proporrà alla Biennale di Venezia la sua 'Zattera delle Illusioni', l'opera fotografica più grande mai esposta nella città sull'acqua

All’inizio c’era la fotografia sportiva, i servizi per Sports Illustrated e alcune vittorie nel prestigioso World Press Photo. Poi i ritratti ad alcuni dei personaggi più importanti della nostra epoca: Papa Giovanni Paolo II, Fidel Castro, François Mitterand, Roy Lichtenstein e tanti, tanti altri. Dai primi anni duemila poi comincia la sua ricerca verticale sull’uomo attraverso la rivisitazione contemporanee di opere che hanno fatto la storia dell’arte. La Trilogia del Sacro Selvaggio nel 2007 e poi la Trilogia dei Moderni: Métamorphoses, Hypothéses e A Wonderful World nel 2012. Entrambi lavori figli di una ricerca enorme e che vogliono svelare i misteri delle passioni e delle paure dell’uomo, dell’eredità culturale della nostra epoca e del significato della società dei costumi.

Oggi, però, Gérard Rancinan è soprattutto un guerrigliero. Il suo ultimo progetto, Revolution, evidentemente ispirato a La zattera della Medusa di Théodore Géricault, è tanto affascinante quanto provocatorio e arriverà a Venezia in occasione della Biennale. Sarà esposta anche la Radeau des Illusions (Zattera delle Illusioni), il pezzo più impressionante del progetto, racconto surreale e provocatorio delle rivoluzioni della nostra società, dalle banlieu ai contrasti con la società dell’informazione. L’opera è stat stampata su una tela monumentale – 9×15 metri – che verrà srotolata l’11 maggio alle 9 in Campo Santo Stefano.

Ma chi è davvero il fotografo francese? Abbiamo cercato di scoprirlo interrogandolo sul suo presente e sul suo futuro. Ecco cosa ci ha detto.

Puoi dirci cosa proporrai al pubblico di Venezia?
La mia è una mostra fotografica e, allo stesso tempo, una performance artistica. Venezia è il luogo migliore per esporre la mia “zattera” di migranti, per provare a far capire agli spettatori della Biennale che l’arte è anche un atto politico, non solo decorazione o, ancora peggio, l’esibizione egocentrica dell’artista o di qualche curatore.

Di cosa parla il tuo progetto Revolution? A quale rivoluzione fai riferimento?
L’artista dev’essere libero e indipendente, deve rompere le convenzioni e rifiutare la tecnocrazia. L’arte è letteralmente un progetto rivoluzionario, non può essere controllata dalle istituzioni o dallo Stato. L’artista non deve cedere a questa tentazione, non deve mai diventare “funzionario dell’arte”. Ogni suo nuovo progetto dev’essere, in un modo o nell’altro, un atto rivoluzionario.

C’è qualcosa di Venezia che ti ha ispirato?
Quando sono stato invitato a esporre le mie opere alla Biennale ho posto una sola condizione: non sarei venuto se non in compagnia della mia Zattera delle Illusioni. Questo perché Venezia rappresenta due cose: il genio dell’uomo da una parte e le sue ambizioni più sfrenate dall’altra. Da un lato la ricerca della bellezza, dall’altro la paura della morte. Questa città inghiottita dall’acqua è una costruzione umana, quindi appartiene a tutti: artisti, viaggiatori, migranti, tutti quelli che vogliono confrontarsi con la propria fragilità.

Il tuo lavoro è provocatorio ed esplosivo: c’è un artista o un’opera che ti ha fatto capire la necessità di esprimere i tuoi pensieri in questo modo?
Il mio lavoro è il risultato del mio pensiero, delle mie riflessioni su quello che accade nella società. È il risultato della mia visione di ciò che è contemporaneo e anche delle mie divagazioni più libere. Le mie fotografie sono solo specchio del tempo, degli altri esseri umani che vivono questa epoca. Non giudicano, non moralizzano, fanno solo domande. Sono più atti politici che poetici.

La tua carriera è stata ricca di esperienze diverse. Hai sperimentato tutti i campi fotografici, dal reportage al ritratto, poi sei passato alle installazioni. Insomma, sei sempre in movimento: pensi di cambiare ancora?
Naturalmente. Io sono un libero pensatore, un artista libero o un libero artista. Voglio esplorare tutto, scoprire nuove forme e nuovi stili, non voglio restare chiuso in una scatola. Mi piacciono le differenze, le sorprese, gli incontri inaspettati. La curiosità mi ha fatto sopravvivere: senza curiosità e senza coraggio diventa tutto troppo facile. E le cose troppo facili sono vili.

C’è qualcosa che non sei ancora riuscito a fotografare?
Vorrei incontrare la bellezza assoluta, trovare un modo per fotografare la coscienza degli uomini. Vorrei andare al di là dei limiti del calcestruzzo, del cemento, di quello che è terreno. L’anima dell’uomo è sulla tela di un dipinto di Velazquez.

Ci sono fotografi contemporanei che apprezzi?
Più che i fotografi mi piace scoprire scrittori, pensatori, musicisti come Steve Reich. Non mi interessano le prodezze tecniche della fotografia, mi interessa il pensiero e il significato dietro alle opere. E, naturalmente, il coraggio e l’impegno nei confronti del mondo che ci circonda.

Fotografi la tua vita privata? Molti utilizzano la fotografia per preservare i momenti più belli della loro vita.
Non credo che esistano differenze tra vita privata, vita pubblica e vita lavorativa. La mia vita è un tutto unico e indivisibile.

Cosa ne pensi della fotografia contemporanea?
Le stesse cose che pensavo anni fa! La fotografia è un modo per fare delle domande al mondo, per chiedere di analizzare il nostro tempo. Io uso la fotografia come un mezzo di espressione. Certo, a volte mi sembra troppo rigida e meccanica: è frustrante, vorrei scattare con la stessa libertà con cui uno scrittore scrive il suo romanzo. Oggi tutto è fotografia ma purtroppo non tutti la vedono come la vedo io: fare una foto è una responsabilità. Il fotografo ferma il tempo, imita Dio.

Che consiglio ti sentiresti di dare ai giovani fotografi di oggi?
Non fatevi ingannare: siate coraggiosi, superate i vostri limiti, utilizzate le immagini come armi intellettuali per la rivoluzione. Ribellatevi!

La mostra con le opere di Gérard Rancinan apre il 13 maggio alla Bel-Air Fine Art Guggenheim – Dorsoduro 686, Venezia