Frank Horvat, la mostra alle Terme di Caracalla | Rolling Stone Italia
l'occhio che si guarda

Frank Horvat, nudo di fronte al mondo

Settant'anni di carriera raccolti in una mostra alle Terme di Caracalla per celebrare lo sguardo di un fotografo che fu, donò il suo occhio soprattutto alla moda. Ma che nel suo sguardo conteneva il viaggio

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Frank Horvat, 'Il cappello di Givenchy per “Jardin des Modes”', Parigi, Francia, 1958

© Studio Frank Horvat

A poco meno di sei anni dalla scomparsa di uno degli ultimi grandi fotografi italiani del Novecento si è aperta alle Terme di Caracalla di Roma una mostra antologica dedicata al lavoro di Frank Horvat, giusto riconoscimento per i settanta anni di carriera del fotografo di origine croato-ungherese. L’esposizione, a cura di Fiammetta Horvat e Mathilde Oudin dello Studio Frank Horvat, oltre al critico Nunzio Giustozzi, presenta in uno spazio notevolmente suggestivo alcuni tra i principali lavori di Horvat. Grandi pannelli dall’impatto scenografico raccontano un’idea di fotografia compatta e nonostante l’apparente discontinuità capace di restituire un disegno sentimentalmente organico e complesso.

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Frank Horvat, ‘Ragazze alla Quinceañera, la festa dei quindici anni’, Rio de Janeiro, Brasile, 1963. Foto: Studio Frank Horvat

Per molti anni infatti Frank Horvat si è dedicato alla fotografia di moda, dopo un primo reportage in Asia durato ben due anni nei primi anni Cinquanta che lo fece per la prima volta conoscere nel mondo della fotografia. Merito anche dell’incontro con Henry Cartier-Bresson che considerò sempre – come molti altri fotografi della sua generazione, a partire da Ferdinando Scianna – come il suo principale maestro e assoluto riferimento.

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Frank Horvat, ‘Elena’, Lugano, Svizzera, 1945.
Foto: Studio Frank Horvat

Dal 1957 Horvat collabora così con alcune tra le più importanti testate internazionali di moda, da Vogue a Elle fino a Harper’s Bazaar a New York. Ma il viaggio e il reportage restano intensamente parte del suo vedere artistico. E attorno al viaggio, d’ispirazione goethiana, si sviluppa anche la mostra di Roma che icasticamente s’intitola: Frank Horvat (Roma, Terme di Caracalla, 11 settembre 2026 – 10 gennaio 2027). Scrive Ferdinando Scianna nel bel catalogo Electa che accompagna l’esposizione: «In una delle sue ultime interviste ha dichiarato addirittura che la pratica del fotoreportage, persino la parola, gli facevano orrore. Non credeva più, forse non ha mai creduto, al ruolo sociale e documentario della fotografia. Di una fotografia ha detto mi interessa il miracolo, il fatto che esprime la verità personale e spirituale del fotografo».

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Frank Horvat, ‘Pietra gigante’, Alcamo, Italia, 1981. Foto: Studio Frank Horvat

Autarchico e solitario, Frank Horvat si pone da questo punto di vista agli antipodi con Mario Dondero che invece inseguì l’altro, il suo racconto e che molto credette nel ruolo politico e sociale della fotografia. Horvat era troppo indaffarato a inseguire se stesso, ma non con narcisismo ed egotismo, per una necessità fondamentale: quella di trovarsi per trovare il mondo, e in questa chiave possono essere lette le sue affermazioni che non sono dissimili dal suo concetto di ritratto. «Il ritratto è sempre stato l’alfa e l’omega della fotografia. Eppure mi ci sono voluti cinquant’anni per andare oltre l’alfa. Da giovane mi sentivo intimidito dalla persona che si metteva davanti al mio obiettivo e mi chiedeva “Cosa devo fare?”».

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Frank Horvat, ‘Deborah Dixon sulla scalinata di Piazza di Spagna
alta moda italiana per “Harper’s Bazaar”’, Roma, Italia, 1962. Foto: Studio Frank Horvat

Horvat è nudo di fronte al mondo, e a connetterlo e in un certo senso a rivestirlo c’è solo la macchina fotografica che gli permette – indagando il prossimo sguardo – di cogliere finalmente anche il proprio. Lo stesso movimento avviene nei ritratti femminili, dove Horvat sente potentemente l’impulso a guardare, fermarsi, osservare come attratto da una bellezza finalmente chiarificatrice. Un sentimento d’urgenza che gli permette di riconoscere in quei volti una parte di sé tenuta nascosta o forse più ancora lasciata a lungo in disparte. Ritratti di donne reali appare così, al pari degli altri reportage, un viaggio interiore e contemporaneamente un racconto della bellezza femminile. Un doppio passo estremamente intimo e fortemente soggettivo.

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Frank Horvat, ‘Il tempio greco’, Agrigento, Italia, 1981. Foto: Studio Frank Horvat

La bellezza di questa serie, a differenza degli scatti dedicati alle copertine delle riviste di moda, sta nella non-ricerca della rassicurazione, e nel coglierne e inseguirne la differenza, il segno distintivo di una bellezza che è tale perché sempre imprevedibile e spontanea: «Esistono volti femminili da cui, mio malgrado, non riesco a distogliere lo sguardo e sui quali indugio più a lungo di quanto consentirebbe la buona educazione. La stessa cosa capita probabilmente anche ad altri, nel mio caso posso almeno avanzare l’attenuante della deformazione professionale».

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Frank Horvat, ‘Autoritratto’, Lugano, Svizzera, 1945. Foto: Studio Frank Horvat

I volti dunque come elemento rivelatorio, così potente da mettere in crisi lo stesso sguardo del fotografo che in ogni caso non persegue mai l’analisi critica, ma anzi ricerca strenuamente sempre e solo la propria soggettività e la liberazione da ogni forma di ricatto ideologico e conformista. Il proprio punto di vista è per Frank Horvat l’unico riferimento possibile, in quanto capace di cogliere nell’altro finalmente sé stesso, anche superando l’imbarazzo di una bellezza a tratti invadente.

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Frank Horvat, ‘Claude, Vere sembianze’, Boulogne Billancourt, 1984. Foto: Studio Frank Horvat

Il contesto delle Terme di Caracalla sembra offrire infine – pur senza alcuna pesantezza – il giudizio della storia, ma anche e sopratutto il passo dell’epica: la bellezza come forma di canto e dichiarazione d’amore, il viaggio come avventura e scoperta continua. Le fotografie – accolte dallo spazio antico – restituiscono così la medesima forza e capacità di resistere al tempo, proprio mentre il tempo stesso avanza senza requie alcuna fino a consumare ogni quotidiana energia che chiude ogni speranza all’avvicendarsi del tramonto.

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Frank Horvat, ‘Moda sul métro per “Jardin des Modes”’, Parigi, Francia, 1958. Foto: Studio Frank Horvat

Le terme dell’imperatore Caracalla con le loro pietre e la fotografia di Horvat con la propria luce mantengono così vivida la connessione con il tempo che passa. Entrambi vigilano sul passaggio dell’umanità tra sguardi assorti e inciampi sempre più probabili. Negli ultimi anni Horvat si avvicinò al digitale arrivando a utilizzare anche Photoshop come strumento espressivo. La sua parabola fatta di una ricerca ambiziosa e continua non lo ha mai abbandonato: dai ritratti solo con luce naturale fino all’uso del digitale e delle sue infinite potenzialità. Una percezione della luce e dei colori lo affianca proprio e ancora a Goethe nel viaggio in Sicilia, quasi inseguendo una verità che non stia sempre e solo nelle risposte del prossimo, ma nella capacità del proprio stesso occhio di vedere e quindi di comprendere il senso delle cose attraverso la forma che la luce ogni volta inventa.

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Frank Horvat, ‘Sandrine X, Vere sembianze’, Boulogne-Billancourt, 1983. Foto: Studio Frank Horvat

Il lavoro di Horvat contiene un secolo, il Novecento, dentro al quale la fotografia ha attraversato la pittura per divenire racconto di strada, romanzo famigliare e copertina da rotocalco e oggi divenendo lei, che fu il segno del vero, spesso l’elemento del falso. Dentro a questo secolo Frank Horvat ha saputo trovare la misura dell’umanità, quella che lo ha preceduto e anche quella che oggi vaga estasiata e un po’ intontita davanti ai suoi seducenti lavori.