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Fidia Falaschetti, il destino nel nome

Figlio di una famiglia di artisti, lo scultore marchigiano quotatissimo negli States è oggi raccontato nel documentario ‘Art Is a Family Business’. Lo abbiamo incontrato

Squilla l’allarme di una sveglia, seguito da immagini normali che riempiono la quotidianità di tantissimi di noi: succo di frutta, caffè, tè, colazione, dentifricio e spazzolino, camicia, pantaloni, bicicletta, ascensore e poi fuori di casa. Subito dopo una breve conversazione telefonica fra padre e figlio, molto simile a quelle che tutti abbiamo e facciamo, anche se questa avviene a 10.123 km di distanza, da Los Angeles a Civitanova Marche, fra Fidia e Giuseppe “Peppe” dall’altra parte del mondo, che si danno il buongiorno. I due in questione sono il padre e il figlio della famiglia Falaschetti, famiglia – madre Gaetana e nonno Fidardo inclusi – di artisti, pittori, ceramisti, disegnatori, architetti, progettisti, graffitari, insegnati di educazione artistica e accademici, tutti legati da un amore ben preciso, anzi due: l’arte e la famiglia, intesa sopratutto come radici e valori.

Questo l’inizio del documentario Art Is a Family Business, dedicato all’artista contemporaneo Fidia Falaschetti, che, fra ricordi, installazioni, foto vintage anni ’90, alcuni tuffi nell’Adriatico e un confessionale molto intimo, veniamo a conoscere in maniera del tutto personale, rivelando gli inizi, i primi amori artistici, Topolino, il legame con la sua terra, l’importanza della famiglia. E, come spesso accade a chi vive di passioni, l’assoluta necessità di lasciarsi tutto alle spalle per andare in cerca dell’avventura, del proprio percorso. In esso, anche percorsi obbligati, compreso quello del padre progettista che, essendo figlio del ‘900 e adoratore di tele e politica di Renato Guttuso, ama sfottere Fidia chiamandolo contemporaneo; dell’insegnamento artistico di mamma; dall’umorismo e sarcasmo della sua arte, dalle sue icone moderne, dall’esplorazione di mondi lontani (Brasile, Costa Rica, Thailandia, Giappone…) fino ad arrivare in mondi paralleli in California, in quel di Los Angeles, dove lo incontriamo, e dov’e diventato uno dei più conosciuti rappresentativi dell’arte contemporanea. Il tutto grazie al nome premonitore Fidia, ai primi Caran d’Ache, a Demo, sua prima tag da graffitaro, a Topolino e Paperino. Il suo percorso e l’amore intrinseco per il connubio arte-famiglia sono spiegati in maniera buffa e ironica nel documentario, distribuito in Italia da Sky Arte.

Perché il nome Fidia?
Quando sono nato, non ho avuto il nome per un paio di giorni, i miei non sapevano decidersi. Poi mio padre mi ha registrato senza dire un cazzo a mia madre, che invece voleva chiamarmi Leonardo. Fidia, suggerito dal nonno, cioè lo scultore che anche mio padre ha sempre amato tantissimo. Un nome che ha segnato il mio destino.

Dove sei nato?
Davanti al mare di Civitanova Marche a fine agosto, quindi sotto il segno della Vergine, per me deve essere tutto preciso, fatto come dico io, altrimenti vado fuori di testa. Ma sul lavoro mi ha dato molti vantaggi, perché, nonostante faccia un tipo di arte molto ironica, la gente apprezza anche l’aspetto estetico delle mie creazioni, molto curate nei particolari.

Quando sei nato come artista?
Sin da piccolo stavo sempre con la matita in mano, o con il pongo, facevo piccole sculture dei personaggi dei cartoni animati, disegnavo incessantemente, spesso al fianco di mio padre, perché in famiglia siamo tutti artisti. Mi portavano sempre ai musei, diciamo che questo lavoro che mi sono scelto non è stato una forzatura, non potevo fare altro.

Fidia Falaschetti nel suo studio

Cos’hai imparato dai tuoi genitori?
Da mio padre Giuseppe ho imparato che se vuoi ottenere qualcosa devi conoscere, devi sapere tutto di quella cosa. Devi capire come sono fatte le cose, smontarle, rimontarle, sbagliare, perché se vuoi innovare devi sapere cosa c’è stato prima di te. Mia madre Gaetana invece mi ha insegnato la coerenza, la determinazione, la passione e la dedizione. Mia madre è una bella formichina lavoratrice, quando comincia una cosa la finisce.

Quali sono state le tue influenze da bambino?
Fumetti e cartoni animati. Ovviamente Topolino, Paperino, ma anche i cartoni giapponesi, Astro Boy, Lupin, Kenshiro. E mentre guardavo disegnavo le storie, mi inventavo altri personaggi. Dall’adolescenza in poi, skateboard, graffiti, snowboard, surf, rap e DJ, con il mio gruppo Cossora. Poi sono diventato grafico pubblicitario, insegnavo in accademia, finché un viaggio negli Stati Uniti nel 2007 mi ha cambiato la vita. Ho mollato tutto nel 2011 e adesso eccomi qua.

Quand’è stato il momento in cui ti sei detto: ce la posso fare?
Quando ho visto che le mie cose piacevano molto. Anche se in Italia nessuno le comprava, negli Stati Uniti ho iniziato a vendere subito. Ho iniziato con sculture piccoline e poi sono diventate sempre più grandi, perché quello che guadagnavo lo investivo in lavori nuovi, di altre dimensioni, che poi è un po’ il lavoro che faccio anche oggi. Sapevo che avrei potuto lavorare per me stesso sostenendomi finanziariamente, se la gente avesse risposto positivamente al mio lavoro. Sono fortunato, faccio il lavoro più bello del mondo.

Come descriveresti la tua arte?
Dicono che tutti gli artisti sono egocentrici, io in realtà credo che le cose che faccio parlino più degli altri che di me. Non mi piace molto la società in cui viviamo, ma non sono una persona negativa, non mi piace criticare gli altri, perché alla fine anch’io faccio parte di questo sistema di merda. Quindi uso quelle icone popolari, che sono considerate positive e simpatiche, per descrivere questa schifezza in cui viviamo, e lo faccio con ironia. Faccio un’arte che racconta un po’ la società folle in cui siamo immersi. È un linguaggio pubblicitario, molto veloce, anche se i temi sono seri, ma facendo ridere credo di riuscire anche a far riflettere. Cerco di comunicare anche con gente che magari non ha molta cultura (soprattutto negli States), che non ha mai avuto la possibilità di conoscere, di studiare, con tutti quelli che non hanno mai avuto qualcuno che li ascoltasse e fosse dalla loro parte. Voglio comunicare con loro, non con l’élite. Con i miei toys, voglio che tutti possano avere un opera d’arte nel proprio soggiorno.

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