Don Giovanni e Faust vivono lungo la linea del desiderio. Di quello inseguito e ricercato ossessivamente per Don Giovanni, che porta vitalità e che si riattiva dopo ogni curva esistenziale e dopo ogni istante goduto, e quello invece di Faust, che si esaurisce e che viene contenuto e dilaniato fino a consumarsi, fino a lasciare sull’orlo del suicidio. Si tratta di due eroi agli antipodi, due figure fondanti della cultura occidentale e così assolutamente complementari da apparire pienamente utili e vivi all’interno del discorso artistico di Romeo Castellucci.
Dopo il Don Giovanni di Mozart presentato come spettacolo principale al Festival di Salisburgo del 2021, Castellucci si cimenta – all’interno di questa visione del desiderio e del suo incantesimo – attorno al mito di Faust. Il regista romagnolo porta così in scena il suo FAUST. Fatto, non detto, ideato e diretto con la compagnia Socìetas in occasione del Romaeuropa Festival 2026 al Teatro Argentina.
Romeo Castellucci, sessantasei anni splendidamente portati nel suo tipico abito nero, dallo scorso ottobre nominato con il titolo di Commendatore dell’Ordine delle Arti e delle Lettere della Repubblica francese dalla ministra della Cultura Catherine Pégard, rappresenta probabilmente il più importante regista teatrale italiano contemporaneo. Fondatore nel 1981 insieme a Chiara Guidi della Socìetas Raffaello Sanzio, compagnia di teatro sperimentale nata a Cesena sui resti di Teatro Explo, vero riferimento dell’avanguardia teatrale italiana degli anni Settanta, Castellucci da sempre persegue un teatro complesso e stratificato dentro al quale la letteratura diviene parte integrante, ma mai unica (tantomeno parte predominante) di un movimento scenico che prevede la presenza paritaria di musiche e balli, architettura e videoarte, scultura e pittura. Un sistema scenico che inoltre ha la qualità – rarissima – di una messa in scena apparentemente semplice, quasi lineare.
Castellucci è definibile anche come un teorico del teatro contemporaneo, però uno del fare, che agisce direttamente sull’utopia del possibile. Realizzare, dare forma e costruire: questi sono i gesti formativi e fondanti che valgono per Castellucci più delle parole, più dei discorsi da cui tende a ritrarsi con la perplessità di chi unisce le idee direttamente all’azione e con la perplessità di chi non insegue la spiegazione, ma s’immerge nel senso delle cose accettando, lottando e inseguendo la contraddizione che tende inevitabilmente a maturare, a venire a galla come il segno di un movimento che si è fatto reale e compiuto.
Non poteva così tanto per destino quanto per concezione finire che a lavorare sul mito di Faust, non solo per la sua grandezza sfidante, che obbliga a una riflessione attenta e a un insito inciampo continuo dentro cui navigare a vista, ma per il corpo stesso del Faust e per quel suo afflitto, subito e seducente accordo che lo porta tra le braccia di Mefisto, il tentatore, il diavolo un po’ briccone e un po’ trickster che gli regala una possibilità e un motivo ulteriore di vita, un desiderio artificiale eppure così a portata di mano. Quel desiderio ha la forma e la sostanza della tecnica, che qui si svela dunque più come un elemento mistico e religioso che come quel presunto strumento pratico attorno a cui ormai ruotano ossessivamente le nostre vite e la nostra spesso repressa quotidianità. Una tecnica che è anche alla base – ecco un elemento di contraddizione affiorante – di parte del teatro di Romeo Castellucci e delle sue macchine. Ma si tratta solo dell’iniziale miccia di una contraddizione, che come spesso accade soprattutto con i grandi artisti arriva a parlare direttamente a quelle di ognuno, di contraddizioni; al corpo, alla voce e alle relazioni di un mondo occidentale sempre più imprigionato non dai propri desideri, ma dalla di questi drammatica possibilità di avverarsi e di compiersi. Portando così ogni giorno futuro ad aderire direttamente al concetto di morte.
La lotta dialettica dentro alla quale vive e si esplicita l’arte di Romeo Castelucci è nello svelamento di una religione che muta le parole, dirotta i discorsi e lascia l’umano totalmente svuotato e privo di ogni ambizione esistenziale originaria. Resta il mondo di fuori o meglio, quello di sopra, che sovrasta la possibilità di una vita errante eppure consapevole, riducendo l’esistere a una scelta ordinaria, spesso di natura binaria: il successo o il fallimento, la luce o il buio. La religione della tecnica si alimenta di una mistica pienamente faustiana che lascia avulsi e svuotati. Il reale, il fare viene ricondotto a un dire artificiale che non costruisce, ma elide piano piano fino a lasciare un campo aperto, un vuoto infinito. Faust. Fatto, non detto sarà in scena al Teatro Argentina di Roma dal 15 al 18 ottobre, e poi prenderà la via dell’Odéon di Parigi per tornare in Italia all’Arena del Sole di Bologna a dicembre, e a metà febbraio alla Triennale di Milano in occasione del FOG Triennale Milano Performing Arts.
Il lavoro sul Faust di Castellucci si presenta con un insito carattere fortemente politico, che va a incidere sull’attualità. La messa in scena vive sul lungo respiro musicale proposto da Scott Gibbons, compositore statunitense che da oltre venticinque è al fianco della Societas e di Castellucci, e su un potente dialogo tra i neri spaziali e le ipotesi dimensionali che mutano la scena al mutare delle ombre. Quella proposta da Castellucci è una visione tout court dell’oggi, di cui rifiuta il presente con le sue bassezze e il suo chiacchiericcio impalpabile, ricercando e inseguendo invece una contemporaneità, tragica e a tratti straordinariamente drammatica, ma dentro alla quale è possibile riconoscere il sé e i suoi motivi.
Oltre il Faust di Goethe e oltre quello di Thomas Mann, Castellucci parte dal mito, attraversa la letteratura e offre al suo pubblico il ritratto di un’umanità in via di scomparsa, di perdita della propria stessa concezione di vita, là dove l’esistenza viene delegata; là dove vivere diviene subalterno a una religione tecnica che ha svuotato i nostri corpi di contemporanei, lasciando cadere ogni motivo di vita perché ogni desiderio appare compiuto e dunque perso. Non una denuncia, ma una politica che dialoga direttamente con il mito disarcionando ogni retorica dell’attuale. Uno svelamento potente che non sgombra il campo dalle ombre incombenti, ma quanto meno le rende, attraverso l’arte di Romeo Castellucci, riconoscibili e agibili nella nostra notte contemporanea.
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