'Après moi, le déluge', (LA)HORDE a Romaeuropa | Rolling Stone Italia
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Fare il mondo nuovo, con (LA)HORDE

Siamo stati a Roma, al Romaeuropa Festival, per vedere la nuova, grande produzione del collettivo francese alla guida del Balletto Nazionale di Marsiglia: una delle migliori interpretazioni del contemporaneo in circolazione

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'Après moi, le déluge', (LA)HORDE

Foto: Laurent Philippe

A chiunque dovrebbe essere permessa la comprensione episodica dell’opera d’arte: ovvero, non dovrebbe essere necessaria l’erudizione sull’intero corpus di un’autrice, di un autore, per apprezzarne il singolo lavoro. Vale per tutti e anche per (LA)HORDE, collettivo franco-internazionale, da qualche anno alla guida del Ballet National de Marseille, fondato nel 2013 da Marine Brutti, Jonathan Debrouwer e Arthur Harel; anche se, ovviamente, ad aver seguito l’artista se ne guadagna di più. Vale per tutti e pure per (LA)HORDE (e per questo vi lasciamo un’educazione-lampo in materia qui).

Il ripasso o l’apprendimento-lampo sono di dovere, perché da ieri, primo ottobre, e fino al 4 ottobre 2026 a Romaeuropa va in scena Après moi, le déluge, nuova coreografia de (LA)HORDE, neutro plurale per un gruppo di oggi 20 danzatrici e danzatori, che si alternano in scena in un lavoro da 12 corpi ideato e diretto da Brutti, Debrouwer e Harel, costruito per la scena con la collaborazione dei danzatori e dei maestri di sala del Ballet National de Marseille (il programma completo del festival, che continua fino a novembre con una bellissima selezione multidisciplinare, si può consultare qui). È il primo “grande” spettacolo dopo Age of Content (era il 2023), e proprio da Age of Content lo spettatore, ignaro o meno che ne sia, si trova a ripartire. Era una riflessione, come dichiara il nome della coreografia, sull’età dei contenuti social-mediatici, ma pure, in un gioco di parole con age of consent, sull’età in cui la volontà di una persona assume valore legale, e su come il potere decisionale collettivo venga collettivamente devoluto a “entità” esterne corporative, capitaliste, disumane. Disumanizzando, portando alla degenerazione dell’umano complessivo.

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Foto: Fabian Hammerl

In scena i danzatori si “riprendono” da quella prova. È un pre-show di circa mezz’ora, e avviene dietro un sipario traslucido mentre prendiamo posto in sala. Il corpo di ballo e del ballo veste abiti di tutti i giorni, ricercati precisamente dalla costumista Salomé Poloudenny insieme agli aiuti Sandra Pomponio e Agathe Platey – i lavori de (LA)HORDE si sono distinti anche per la quotidianità “straordinaria” che mettono in scena, tra abiti d’archivio e strizzate d’occhio a un’intertestualità del contemporaneo disponibile sono a chi abbia i giusti strumenti per comprenderla – ed è bello che ognuno possa vivere i loro spettacoli a un diverso livello di profondità, di lettura, e su differenti livelli, tutti giusti e appaganti, di coinvolgimento. La calma apparente lascerà presto campo a una cavalcata in 5 atti, spietata e misericordiosa: un giudizio meccanicistico da vecchi dèi, seguito dall’armonia di una speranza fragile e preziosa. Ma andiamo con ordine.

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Foto: Laurent Philippe

Atto primo: in medias res dentro un presente che conosciamo fin troppo bene. Qualche battuta più in là, la nostra esistenza sociale è stata assorbita interamente nella produzione per la condivisione: è un mondo post-content, perché tutto è contenuto. In uno stato di sballo perenne, i danzatori pietrificano i volti in sorrisi tirati e terrificanti, si muovono per scatti innaturali, si riprendono e riprendono i compagni con una telecamera collegata in tempo reale con uno schermo di proiezione sul fondo del palco. È terrificante: sia perché rintracciamo gli stilemi di un certo genere horror, sdoganato e celebrato nella sua forza inquietante da The Blair With Project in avanti, sia perché rivediamo noi stessi. Al ristorante, nel club, in giro per strada a far niente, ma sempre a doverlo immortalare, questo niente, come se fosse tutto. L’attimo bello per cui il Faust di Goethe ha venduto l’anima si è trasformato in un momento aesthetic: la civiltà suda, come sudano sul palco, e sprofonda in una fossa di sua stessa fattura. Proprio come i danzatori de (LA)HORDE, che precipitano in una palingenesi ctonia grazie a una scenografia spettacolare (e piuttosto inusuale per gli spettacoli di danza) firmata da Julien Peissel: una piattaforma bucata come da una bomba, che ruota sul proprio asse e rivela mondi diversi. Solo gli scarafaggi sopravvivrebbero a una catastrofe atomica.

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Foto: Laurent Philippe

Secondo atto. La colonna sonora originale di Pierre Aviat, cominciata ad alti BPM, si rilassa e deflette. Da una fonte incomprensibile si muovono tre strane creature. Hanno l’aspetto di anziani e la pelle (mascherata!) malleabile – un bel secondo tempo dopo le metamorfosi di Circe viste nell’Odissea di Christopher Nolan. Sono esseri umani degeneri, o vita dal futuro? Un’umana ancora tale giace riversa tra di loro. La studiano, l’aggrediscono, la vogliono. Due figure sacre si avvicinano con chiome di pesantissimi capelli, sacerdotesse tra la salvezza e la morte. È loro, tutto questo casino? Un atto meditativo e troppo lungo fa calare la tensione e lascia spazio alla libera associazione: a me tornano in mente i morti in attesa di resurrezione dell’ultimo capitolo della saga di Insidious, arrivata nei cinema quest’estate, ma pure i Cenobiti di Hellraiser. La loro presenza è una sfida e un avvertimento.

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Foto: Fabian Hammerl

Terzo atto. Un interregno di caos e sofferenza, ma pure energia, emerge. Protagonista è la musica metal, e il refrain remixato di Chop Suey! dei System of a Down. La ricostruzione del mondo non passa da un Giudizio Universale, ma dal grido di un suicida volontario. È la riprova che, in fondo, dal Novecento non siamo mai usciti, e che ai guai del secolo scorso abbiamo solo aggiunto le turbe tecnologiche e tecnocratiche di uno sviluppo che non siamo riusciti a controllare nello spirito. Inutile parlare di AI o non AI, le macchine hanno già vinto e nel modo cui forse non stiamo guardando. Il Canto d’amore di J. Alfred Prufrock di T.S. Eliot è questo, in fondo: un tempo attraversato senza i mezzi per navigarlo, la scoperta di un umano inerme. La sublimazione in amore e interazione con l’altro di un istinto nuovamente primordiale alla scomparsa. Après moi, le déluge: ma chi è questa prima persona singolare che parla? Io ipertrofico novecentesco, vattene via! Ma poi, naturalmente, anche la riproduzione automatica di una frase contestualizzata usata alla stregua di un: che mangino brioche. La cornice conten(t)utistica non si può più spezzare…

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Foto: Fabian Hammerl

Atto quarto. Oppure, se ne esce rompendola insieme. Decidendo che l’acqua può scorrere che l’umano non merita un’arca di salvezza. Bisogna rifare tutto insomma, dice (LA)HORDE. Bisogna davvero seguire quell’impulso vecchio di cent’anni; oppure, danzare fino all’ultimo giorno. La festa ritorna ma in una veste diversa: veramente comunitaria e consapevole, prima che il diluvio cali. “Dopo di me” perché ognuno pensa al proprio profilo, al proprio avatar. “Dopo di noi”, perché l’identità è una chimera, se non la ricerchiamo negli altri. Il ritmo della musica e della danza sale di nuovo e giunge al climax. Un movimento quasi di strada, quasi da club riporta alle origini del collettivo e al primordiale umano. È ora di sparire.

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Foto: Fabian Hammerl

Basterebbe l’ultimo, brevissimo atto a dire tutto; e senza il resto di Après moi, le déluge, non vorrebbe dire niente. Piove sul mondo e suona un allarme antincendio (vedi un po’!). La piattaforma è sradicata, somiglia al relitto di una navicella spaziale. È la casa di nuove specie. Di animali, di umani? Ma quand’è che l’uomo ha dimenticato di essere (stato?) bestia? I danzatori si assumono code e zampe di pachiderma. Due danzatrici replicano le movenze di uccelli svelti e graziosi. Ci si commuove di fronte alla semplicità di una perfezione architettata di natura: la vita ha sempre la sua strada, e il mondo farà a meno di noi. Dopo di me, il diluvio. Dopo tutti noi, e la fine di ogni vanità.

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Foto: Fabian Hammerl

Dirigere il Balletto Nazionale di Marsiglia significa soprattutto una cosa: essere sovvenzionati dallo Stato francese per creare a favore dello Stato francese e dei cittadini francesi (e non solo). E secondo questa linea culturale, significa anche produrre spettacoli che prescindano dai cliché del discorso contemporaneo (ecologista, ma metteteci voi quello che volete) per creare una vera presa di posizione sul reale, e generare un vero discorso, emotivo in primis.

Che bello, avere (LA)HORDE in tempi di crisi. Che bello avere Romaeuropa, che li porta a un passo da noi. E che la pioggia venga.