Essere Scuola in una Venezia fatta di singoli oggetti | Rolling Stone Italia
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Essere Scuola in una Venezia fatta di singoli oggetti

Nata nel 2024, Scuola Piccole Zattere riprende la lezione delle antiche "scuole" della Laguna e le aggiorna come luoghi di relazione. In cui passeggiare da visitatori, certo; ma soprattutto, in cui produrre arte e senso

Scuola Piccole Zattere Venezia

Scuola Piccola Zattere, Rachel Youn, 'Soy Capitan'

Foto: romanmaerz

Di bellezza in giro ce n’è molta, e il rischio che si corre è quello di vivere una sorta di burnout emotivo. Il corpo, infatti, riesce a contenere solo una certa quantità di stimoli, superato quel limite, smette di cogliere le sfumature della meraviglia che ha attorno.

Chi è passato anche solo per pochi giorni alla Biennale Arte 2026 di Venezia sa perfettamente di cosa si parla. La città diventa un incubatore di sollecitazioni continue, opening, vernissage, eventi e persone che la attraversano freneticamente cercando di assorbire tutto il possibile. Eppure, un tempo, sì certo molto tempo fa, esisteva una Venezia costruita sul principio opposto, una città che non si organizzava attorno ai flussi turistici o alla logica dell’evento, ma intorno alle Scuole, Grandi e Piccole, confraternite laiche e religiose dove artigiani, mercanti, lavoratori e nobili si incontravano per condividere conoscenze, costruire reti di sostegno e produrre forme di vita collettiva. Non scuole nel senso contemporaneo del termine, ma infrastrutture sociali fondate sulla permanenza, sulla comunità e sullo scambio.

In una Venezia ricca di contenitori fugaci, l’idea stessa di uno spazio culturale costruito attorno alle relazioni appare, oggi, quasi radicale. È proprio da questa urgenza e intuizione che nel 2024 nasce Scuola Piccola Zattere, non un semplice spazio espositivo, né l’ennesima istituzione, ma un luogo pensato come hub di produzione, ricerca e convivenza. Un ambiente aperto alla città e agli artisti, dove il tempo lungo della pratica creativa possa ancora avere valore. «Mi interessava costruire un’istituzione artistica che non fosse solo un luogo di presentazione delle opere» – racconta la direttrice artistica Irene Calderoni – «ma anche un modello di convivenza e costruzione di relazioni. Uno spazio aperto alla città, agli artisti e alla produzione culturale contemporanea».

Scuola Piccole Zattere Venezia

Scuola Piccola Zattere, Galeazze. Foto: Giacomo Bianco

Alla base del progetto non esiste l’idea classica della scuola come struttura gerarchica, qui la formazione passa attraverso la condivisione di pratiche, conversazioni, workshop e residenze. «Non c’è la figura classica del maestro, tutto avviene attraverso lo scambio, l’apprendimento viene concepito come processo collettivo e orizzontale». Il programma comprende residenze internazionali, fellowship, workshop aperti anche alle famiglie, open call. «Non esistono limiti anagrafici nelle open call, ma il tipo di struttura e convivenza che la scuola propone tende naturalmente ad attirare artisti emergenti in una fase di crescita e definizione della propria pratica».

Gli artisti, infatti, arrivano da contesti molto diversi e spesso restano a Venezia per mesi, alcuni di loro sono appena usciti dalle accademie, altri hanno già un percorso internazionale consolidato. «Ci interessava creare un contesto in cui possano confrontarsi persone con livelli diversi di maturazione professionale». Più che produrre semplicemente opere, Scuola Piccola Zattere sembra voler costruire le condizioni perché possano nascere relazioni significative. «Ci chiedevamo cosa potesse servire davvero agli artisti» – continua Calderoni. «A Venezia esistono già moltissimi spazi espositivi, non serviva un altro contenitore di oggetti».

Scuola Piccole Zattere Venezia

Scuola Piccola Zattere, Rachel Youn, G Gallery, ‘NO SWEAT’. Foto cortesia

Un’istituzione permeabile, quindi, capace di mettere in dialogo artisti, studenti, curatori e practitioner locali con la città. «Questa mescolanza produce scambi molto fertili». Tra le artiste che hanno da poco concluso la residenza c’è Rachel Youn, statunitense classe ‘94, che durante il soggiorno veneziano ha sviluppato Unruly Vessel (fino al 18 ottobre 2026), mostra nata dall’incontro tra ricerca personale, memoria urbana e materiali raccolti sul territorio. L’esposizione si muove attraverso dispositivi per il benessere dismessi (massaggiatori per il collo, per fare un esempio) adornati da piante artificiali in figure ibride mosse da gesti ripetitivi, che rifletto sul controllo e l’uso del corpo, sulla gestualità e il simbolismo del rito. Al centro dell’esposizione, e qui entra in gioco il rapporto con Venezia, si trova una grande installazione ispirata ai banchi dei vogatori, richiamando l’immagine della “nave dei folli”, le navi storicamente posizionate davanti a Palazzo Ducale, che venivano usate in passato come misura di controllo sia sociale sia sanitario, in quanto avevano la multipla funzione di essere allo stesso tempo carceri galleggianti, ospedale per i malati e luoghi per emarginati, Youn anima lunghi rami di palma (qui il riferimento alla Domenica delle Palme) attraverso dispositivi meccanici per l’esercizio fisico. Il movimento che ne deriva evoca un continuum tra lavoro forzato e rituale religioso, punizione e cura, terapia e follia. «Durante la residenza il team della scuola mi ha aiutata a recuperare vari oggetti e a entrare in contatto con realtà veneziane a me sconosciute che poi sono confluite nella mostra», racconta Youn. «Mi interessava capire come il corpo possa conservare memoria di sistemi di costrizione ma anche trasformarli in gesti collettivi, quasi coreografici».

La città diventa, quindi, materiale vivo del processo creativo e dell’atto artistico. Una dimensione relazionale simile che si ritrova anche in Like (fino al 18 ottobre 2026), progetto della giovane artista e coreografa statunitense Nikima Jagudajev, tornata a Venezia dopo una precedente residenza alla Scuola. L’opera si presenta come uno spazio digitale immersivo in cui linguaggi cinematografici, dinamiche da videogioco e ricerca documentaria si fondono, coinvolgendo direttamente il pubblico nella costruzione e nell’evoluzione del racconto. Il lavoro, presentato durante la Biennale, nasce da Basically, progetto avviato nel 2020 come sorta di “gioco coreografico” in cui performer e visitatori costruiscono insieme uno spazio condiviso fatto di regole mobili, musica, costumi e interazioni continue. Nel corso degli ultimi sei anni Nikima ha filmato il mondo di Basically, seguendo sei performer/personaggi differenti. Da questo archivio nasce, appunto, Like, sviluppato durante la residenza del 2025 e pensato come una sorta di videogioco interattivo. «Mi interessa creare contesti in cui possano avvenire incontri inattesi», racconta Jagudajev. «Quando l’opera incontra qualcuno, succede sempre qualcos’altro. Per me è lì che avviene davvero l’arte».

Scuola Piccole Zattere Venezia

Scuola Piccola Zattere, Nikima Jagudajev, ‘Like Images’. Foto: Giacomo Bianco

Il progetto riflette sulla costruzione di comunità, sulla necessità di appartenenza e sulla possibilità di immaginare forme alternative di convivenza ed educazione, una sorta di re-schooling che avviene attraverso il gioco e la partecipazione. Uno dei nuclei centrali di Like è la riflessione sull’adolescenza. Le storie dei sei personaggi, infatti, ruotano attorno a esperienze di amicizia, vulnerabilità, identificazione reciproca e sopravvivenza emotiva. «L’adolescenza è un momento in cui hai bisogno degli altri per capire te stesso. C’è una comprensione reciproca implicita, anche quando può diventare difficile o dolorosa». Il gioco permette, quindi, al visitatore di attraversare queste esperienze dall’interno, assumendo temporaneamente il punto di vista dei personaggi e costruendo una propria rete di relazioni. Non pura evasione, ma una pratica potenzialmente trasformativa, un atto di resistenza quotidiana, in cui creare regole alternative e immaginare forme diverse di esistenza e relazione. «Nel gioco puoi costruire un contesto in cui praticare qualcosa che nella vita reale ti manca, autostima, empowerment, senso di appartenenza, e poi portarlo con te nel mondo reale».

Da qui emerge anche il riferimento a pratiche collettive e comunitarie come la ballroom culture, spazi creati da soggettività marginalizzate per immaginare altre possibilità di vita. In questo contesto si inserisce anche The Galeazze Project, performance concepita dall’artista e coreografo Faustin Linyekula in collaborazione con il musicista Heru Shabaka-Ra, a cura di Edoardo Lazzari, curatore indipendente ed educatore, e presentata da Scuola Piccola Zattere durante la Biennale Arte 2026. Più che una semplice opera performativa, il progetto ha funzionato come dispositivo di attivazione collettiva. «The Galeazze Project è stato, prima di tutto, un’infrastruttura temporanea capace di mettere in relazione competenze, energie e soggettività già presenti nel tessuto sociale e culturale veneziano», racconta Lazzari. Performer, musicisti, tecnici, studenti e artisti provenienti da background differenti hanno condiviso uno spazio di lavoro che non si limitava a occupare le Galeazze, complesso monumentale di capannoni e darsene nell’Arsenale Nord, ma ne riattivava concretamente la dimensione pubblica e processuale. In una città sempre più schiacciata tra economia estrattiva, turismo e svuotamento delle possibilità di permanenza e produzione culturale, il progetto ha cercato di operare in controtendenza, costruendo condizioni di cooperazione situata.

Scuola Piccole Zattere Venezia

Scuola Piccola Zattere, ‘The Galeazze Project’. Foto: Giacomo Bianco

Scuola Piccole Zattere Venezia

Scuola Piccola Zattere, Nikima Jagudajev, ‘Like Images’. Foto: Riccardo Banfi

«La pratica artistica», continua Lazzari, «diventa uno strumento per riconoscere e mettere in risonanza forze già esistenti nella città, spesso invisibilizzate o frammentate». Mentre la Biennale continua a occupare Venezia con il suo ritmo accelerato, Scuola Piccola Zattere sembra muoversi in direzione opposta. Non prova a competere sul terreno dell’iper-produzione culturale, ma insiste sulla possibilità di creare spazi di permanenza, relazione e ascolto. «È una delle residenze più supportate che abbia mai fatto», sottolinea Jagudajev. «Qui c’è davvero un investimento sul processo e sul sostegno a lungo termine degli artisti». Al di là delle produzioni artistiche e del sostegno che la Scuola Piccola Zattere fornisce ai vari artisti, probabilmente la sua vera rivoluzione è quella di creare le condizioni perché le persone possano ancora incontrarsi e costruire relazioni dove l’arte, più che il prodotto in sé, riporti di nuovo al centro il valore del capitale umano.