«Preferisco vivere a colori»: una dichiarazione che più di ogni altra aiuta a comprendere l’arta e l’idea di vita di David Hockney, ultimo dei grandi artisti del Novecento e tra gli ultimi che ancora credevano nell’arte come un modo, un sistema necessario e utile prima di tutto per illuminare e gratificare l’esistenza altrui come la propria. Un mezzo di scambio, di relazione, che potesse in un certo senso far sempre innamorare.
Nato a Bradford nel 1937, un anonimo e severo distretto dell’industria tessile inglese, Hockney legherà la propria esistenza a un’idea di California che prima della Silicon Valley e molto prima dei nerissimi attuali protagonisti, da Elon Musk al tetro Peter Thiel, fu solare e coloratissima, divertente e sognante, hippy e libera.
David Hockney fece infatti parte di quella generazione di europei cresciuti nel mezzo della guerra e furiosamente in cerca non solo di una libertà utile, ma di tutte le libertà possibili, e nel Dopoguerra nessun posto come gli Stati Uniti potevano offrire uno spazio più adatto per poterle sperimentare tutte dalla prima all’ultima.
Dall’arte al cinema gli anni Sessanta e Settanta rappresentano l’apice di quello che si può oggi definire il secolo americano d’impronta europea. Inutile ripercorrere la vita di David Hockney che fin dall’infanzia fu spinto in particolare dal padre a ricercare i colori in ogni cosa, letteralmente colorando ogni cosa. Quelli sono stati anni – probabilmente irripetibili – in cui l’impossibile non rappresentava una frustrazione, ma la possibilità prima, quella che avrebbe potuto finalmente muovere il mondo verso lidi di piacere e di condivisione.
Si legga in tal senso la bella e intensa biografia che all’artista inglese ha dedicato la scrittrice francese, anche lei americana d’adozione, Catherine Cusset, Una vita d’artista (Guanda, traduzione di Luciana Cisbani). Perché la vita di Hockney non sarebbe pienamente comprensibile senza quell’idea bohémienne e festaiola, allegra ed erotica tipica di un Novecento che voleva (e poteva finalmente) liberarsi da ogni ideologia e di ogni mutanda e quindi di ogni presunta e posticcia categoria umana.
La nettezza assoluta dei colori di A Bigger Splash del 1967 tende allora quasi a farsi mappa del tesoro di quell’intreccio di mondi che per la prima volta (e in parte per l’ultima volta, la mappa e il tesoro appaiono infatti oggi così tremendamente persi) iniziarono a relazionarsi tra loro facendo per davvero l’amore senza limiti alcuno, un amore bellissimo e seducente.
A Bigger Splash è anche il titolo dal film di Luca Guadagnino del 2015, un omaggio che è anche un’urgenza di ricordare chi siamo e chi sopratutto dovremmo essere. La pellicola di Guadagnino risale non a caso a La piscine del 1969, diretto da Jacques Deray, e all’ambiguità sordida e meravigliosa di Alain Delon e Romy Schneider.
Non si può infatti isolare l’arte di David Hockney dalla cultura cinematografica e pop che in quegli anni s’impone divenendo icona e rappresentazione di un modo d’intendere la vita. Hockney è il sogno californiano, la Swinging London e la Dolce vita, tutto insieme. Gli anni Sessanta sono la felicità di uno dream che diviene quotidiano, che vive nei tuffi in piscina come nei colori dei vestiti, eccentrico eppure pienamente compreso in un’epoca che si apre alla libertà del corpo e dei sentimenti.
Pop Art ma non solo, facilissimo infatti identificare l’artista inglese in un’epoca estremamente giovane, ma impossibile incastrarlo e classificarlo all’interno dei movimenti artistici a cui tenderebbe ad appartenere, sempre restando come sull’uscio, o meglio ancora in bilico su quel cornicione che distingue l’amante dal marito.
La sua epoca vive e pulsa negli anni Sessanta, ma si estende senza interruzione alcuna anche nei sessanta anni successivi che lo portano a inseguire una leggerezza inedita e per lui necessaria dopo la violenza degli anni Ottanta, che con la diffusione dell’AIDS assume la forma di un terribile campo di battaglia dove Hockney perderà molti dei suoi amici e compagni ancora giovani, vedendoli cadere uno a uno, giorno dopo giorno. Dopo di allora la sua vita assume i toni di un’obbligata testimonianza, come un sopravvissuto che porta con sé il dolore inesauribile per i troppi addii dati.
Il suo catalogo presenta oltre trentacinquemila opere sviluppate soprattutto con l’avvento del digitale là dove Hockney pratica la pittura per mezzo di iPad. Opere considerate conservatrici perché decisamente lontane dai movimenti astratti, ma in realtà capaci di restituire all’arte contemporanea una misura dell’umano e uno sguardo leggero quanto spontaneamente e volutamente ingenuo. Un’idea d’arte di tipo illustrativo che basa il proprio discorso anche – soprattutto con il digitale – sulla sua riproducibilità che tende sempre potenzialmente all’infinito.
La sua vita era lavorare, lavorare ogni giorno, dipingere e restituire una realtà possibilmente diversa e forse per alcuni critici banalmente colorata o addirittura troppo colorata. Ma David Hockney proveniva da una grigia città industriale inglese e solo dopo era cresciuto intellettualmente ed eroticamente, alimentando la libertà di un sogno californiano tutto sole e mare. Sapeva dunque quale era il prezzo pagato da chi era costretto al grido così come la bellezza irrinunciabile di un corpo al sole, di una vita illuminata pienamente da tutti i colori disponibili.
L’artista si è spento, come ha confermato la sua addetta stampa, Erica Bolton, a Londra circa sei mesi dopo la grande mostra parigina a lui dedicata, organizzata negli spazi della Fondation Louis Vuitton. Nessun luogo sarebbe stato più indicato per celebrare il maestro inglese, sia per la cornice verde del Bois de Boulogne, sia perché l’architettura pensata da Frank Gehry, mancato a fine 2025, mostra la medesima idea di luce e di forme. Diversamente non potrebbe essere, del resto, trattandosi di un altro californiano adottivo. Opposta ma in connessione con Hockney è invece Joan Didion, altra californiana. Là dove i quadri di Hockney illuminavano, allo stesso modo i libri della scrittrice mostravano invece la parte oscura di un sogno che iniziava ad alimentare un disagio e un disastro oggi conclamati.
Difficile dire cosa possa restare dell’arte di Hockney in un tempo in cui quel sole giallo, quel cielo azzurro assumono i colori tetri di presagi più simili all’incubo e alla distruzione del mondo naturale che alla sua espressione di ovvia bellezza. La sua arte fu un’incisione nella memoria viva del tempo nonostante l’apparenza di una volontà di superficialità. Hockney andò subito e sempre fortemente al fondo e al cuore dell’essere giovani, dell’essere vivi, fu parte di un’erotica della meraviglia liberatoria e sognante. Non fu gestuale e non rappresentò la giovinezza nella sua presenza, ma andò oltre la fisicità in sé perché era la sensazione della presenza a contare, l’esserci più che il rappresentarsi. Bloccava nei suoi lavori un passaggio e per questo fu inevitabilmente più un testimone che un anticipatore. Testimone di un’idea stupenda di gioco. Giocare in campo aperto, giocare insieme, amarsi e desiderasi senza limiti e con la leggerezza della futilità e della vacuità che sta tutta nella vita, e mai nella morte.









