C’è una parola che Arte Fiera 49 evita con cura: “rilancio”. Troppo facile, troppo lineare. Meglio una formula più instabile e onesta: Cosa sarà. Non una promessa, non una previsione, ma una sospensione. Dal 6 all’8 febbraio 2026 (preview oggi, 5 febbraio), la fiera d’arte più longeva d’Italia torna a Bologna con la sua prima direzione artistica firmata da Davide Ferri, affiancato da Enea Righi, e decide di farsi una domanda invece che darsi una risposta.
Il titolo arriva da lontano, e insieme da vicino. «Viene da una canzone che amo molto di Lucio Dalla, del 1979, cantata con De Gregori», spiega Ferri. «Cosa sarà prova a mettere in circolo domande: il formato fiera può migliorare? A chi parla davvero una fiera – solo ai collezionisti? E, soprattutto: cosa significa fare una fiera in un tempo complicato come questo? Non c’è un punto interrogativo nel titolo, ma idealmente lo contiene». È una dichiarazione di poetica, ma anche un avvertimento: qui non si cercano scorciatoie.
Davide Ferri. Foto: Chiara Francesca Rizzuti
Arte Fiera arriva a questa edizione dopo un 2025 brillante, forte di un ritorno di centralità nel sistema italiano. Ma invece di capitalizzare, preferisce spostare il baricentro. Non cambiare pelle, piuttosto renderla più sensibile. I numeri – 201 espositori totali, 174 gallerie, cinque sezioni curate – sono il telaio. Il disegno sta altrove: nel modo in cui il Novecento storico dialoga con il contemporaneo, nella luce naturale che attraversa i padiglioni, nel rifiuto di trasformare la fiera in una sequenza di compartimenti stagni.
La nuova sezione Ventesimo+, curata da Alberto Salvadori, è il segnale più chiaro: il moderno non come fondale autorevole, ma come territorio ancora vivo, attraversabile, collezionabile con libertà. Non una lezione di storia, ma una grammatica elastica. Pittura XXI, affidata a Ilaria Gianni, riafferma la pittura come linguaggio del presente senza nostalgia né feticismo. Fotografia e dintorni, con Marta Papini, allarga il campo visivo oltre il medium, mentre Multipli, curata da Lorenzo Gigotti, lavora su un’idea di collezionismo più accessibile e meno intimidatoria. Prospettiva, con Michele D’Aurizio, intercetta le energie più giovani senza trattarle come promesse ma come presenze reali.
Arte Fiera non prova a essere tutto per tutti, ma sceglie di essere qualcosa di preciso. Anche perché Bologna lo è. «Bologna è accogliente anche perché ha una dimensione umana», dice Ferri. «Molto di ciò che offre è raggiungibile a piedi, e questo cambia la percezione. È una città viva, con tensioni sociali anche forti, ma proprio per questo non è mai neutra». La fiera assorbe questa temperatura: non la neutralità del white cube globale, ma una forma di calore condiviso, quasi domestico.
Foto cortesia di Giorno Poetry Systems
E allora come si visita Arte Fiera 49? Ferri rovescia il manuale d’istruzioni. «In genere si dice di parcellizzare la visita. E invece io sceglierei l’esatto contrario. Una passeggiata lunga, rilassata, senza preoccuparsi di perdere opere. Un giro a ferro di cavallo, da un padiglione all’altro, con le mani in tasca, magari fischiettando Cosa sarà». Prima il corpo, poi l’occhio. Prima l’esperienza, poi il dettaglio. La fiera come spazio da attraversare, non da conquistare.
Lo stesso spirito attraversa il programma di performance, realizzato con Fondazione Furla e curato da Bruna Roccasalva. Dopo Public Movement, Daniela Ortiz e Adelaide Cioni, l’artista scelta per il 2026 è Chalisée Naamani, che trasforma il Padiglione de l’Esprit Nouveau in un dispositivo instabile di immagini, corpi e materiali. I suoi vêtements-images non si indossano, ma mettono in crisi i codici della rappresentazione del corpo e dell’identità.
Fuori dalla bolla dell’arte – o meglio, per tenerla aperta – Ferri rivendica una distanza salutare dall’autoreferenzialità culturale: l’insegnamento in Accademia, il figlio quattordicenne, lo stadio, la televisione serale come azzeramento mentale. Un modo per restare nel presente, che è poi il vero campo d’azione di Cosa sarà.
Foto cortesia di Galleria Barbati, Venezia. Buck Ellison, Betsy and Elissa, Ada, Michigan, 2018
Alla fine, più che una domanda sul futuro, Arte Fiera 49 è un esercizio di attenzione sul qui e ora. Una fiera che non si limita a vendere opere, ma costruisce attraversamenti: tra epoche, linguaggi, corpi. In un tempo che pretende risposte rapide, Bologna sceglie la porosità. Ed è in questa instabilità consapevole che oggi sembra trovare la sua forza.
Ed è proprio questa permeabilità che, nei giorni della fiera, si riversa naturalmente nella città attraverso ART CITY Bologna 2026, il programma diffuso che trasforma Bologna in un’estensione sensibile dei padiglioni. Non un contorno, ma un campo di risonanza.
A Palazzo Hercolani, dal 5 all’8 febbraio, Ana Mendieta entra in dialogo con gli affreschi illusionistici della Sala della Boschereccia. Le sue azioni e i suoi video — corpi che si fondono con la terra, silhouette assorbite dagli elementi naturali, forme effimere che seguono i cicli organici — mettono in crisi la centralità dell’umano e ristabiliscono quella della natura. Un lavoro sulla metamorfosi, sull’identità lacerata dall’esilio, sulla possibilità di ricucire il corpo al paesaggio.
All’ex Facoltà di Ingegneria prende invece forma l’universo teatrale e perturbante di Mike Kelley con Day Is Done. Extracurricular Activity Projective Reconstructions: trentuno cortometraggi musicali che trasformano fotografie di recite, feste scolastiche e rituali adolescenziali in una processione grottesca di desideri repressi, maschere e fughe dall’obbedienza. Quando “la giornata è finita”, anche il controllo si sospende, e l’inconscio collettivo affiora in tutta la sua energia caotica.
Foto cortesia dell’artista e Archivio Galleria Ugo Ferranti, Roma. Nan Goldin, ‘Valérie, Axelle and Joanna at Le Pulp’, 1999
E al MAMbo, dal 5 febbraio al 3 maggio, la parola diventa corpo con la prima grande retrospettiva italiana dedicata a John Giorno, The Performative Word, a cura di Lorenzo Balbi. Dalle poesie visive agli ambienti sonori fino al leggendario Dial-A-Poem, che per l’occasione rinasce in versione italiana con oltre trenta poeti contemporanei, Giorno mostra come la poesia possa diventare gesto politico, infrastruttura emotiva, rete viva che attraversa spazio pubblico e intimità.
Così Arte Fiera non si chiude con l’ultima corsia di stand, ma continua nelle strade, nei palazzi storici, nei musei. Non una fiera e poi la città, ma un unico organismo che per qualche giorno si espande, respira, si interroga. Proprio come suggerisce il suo titolo: non cosa sarà domani, ma cosa sta accadendo adesso.
