Un concentrato di creatività urbana. Siamo stati all'Outdoor festival di Roma | Rolling Stone Italia
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Un concentrato di creatività urbana. Siamo stati all’Outdoor festival a Roma

Senza esagerazioni, questa edizione del festival è una delle cose più suggestive e potenti di quest'anno

Facing Immortality, l'opera di Insa per OutDoor. Foto: Alberto Blasetti

Facing Immortality, l'opera di Insa per OutDoor. Foto: Alberto Blasetti

Verso la metà di via Guido Reni a Roma ci si trova di fronte a un bivio. Il sentiero di destra porta a un capolavoro d’architettura, il MAXXI. Quello di sinistra a una ex fabbrica militare, in disuso da anni, che però in questi giorni fa molto più casino del suo parente ricco. Non c’è storia, si gira a sinistra. Qui dentro per circa un secolo, fino a 20 anni fa, si fabbricavano i pezzi di precisioni delle armi, dai mirini in poi. È una di quelle archeologie industriali mozzafiato, di decine di migliaia di mq che il Comune promette di riqualificare e offrire alla cultura cittadina. Speriamo sia vero. Per non rischiare però, io vi consiglio di andarci in questi giorni. Non solo perché il pericolo che poi rimanga chiusa fino all’anno 3.000 c’è, ma perché fino al 31 ottobre ospita OutDoor, festival internazionale della creatività urbana. La street art va di moda di questi tempi e di manifestazioni e muri ormai se ne vedono ovunque. Vi posso assicurare però che, senza esagerazioni, questa edizione di OutDoor è una delle cose più suggestive e potenti che io abbia visto quest’anno. 17 artisti, provenienti da 8 nazioni diverse, hanno preso questa ex fabbrica militare e l’hanno trasformata in un museo diffuso. Sembra un festival tutto al femminile, perché ad accogliermi per una esclusiva visita guidata dedicata a Rolling ci sono solo (belle) ragazze.

La mostra è divisa in padiglioni, e ognuno di questi trasuda musica dai muri, perché è questa la connessione sulla quale si basa questa edizione. Comincio la visita e mi imbatto nel francese Tilt, très chic, che ha trasformato gli spazi in una cattedrale, con un tributo ai writer romani; anche Halo Halo pare aver lavorato a un affresco ecclesiastico contemporaneo, saturando la stanza con labirinti bidimensionali abbinati al suono delle cicale che gli hanno tenuto compagnia quest’estate, mentre ci lavorava; e ancora Rub Kandy, che attraverso un gioco di specchi mostra allo spettatore gli spazi o i punti di vista altrimenti inaccessibili; i sofisticatissimi lavori dell’alessandrino 108, che crea forme e colori per poi annullarli, perché «la sacralità dei posti non va profanata aggredendola». Piemontesi, gente seria. Gli artisti sono tanti, e nei capannoni è una sorpresa continua, con un livello altissimo: il greco Alexandros Vasmoulakis e gli spagnoli Penique Productions, gli olandesi Graphic Surgery e il brasiliano Tinho, il norvegese Martin Whatson e i gli italiani No Idea, Filippo Minelli, Lucamaleonte, Uno e Tommaso Garavini.

L'opera di Alice Pasquini. Foto: Alberto Blasetti

L’opera di Alice Pasquini. Foto: Alberto Blasetti

La più elegante di tutti è, come sempre, Alice Pasquini. La sua installazione “Bealive or not” è più cupa dei suoi soliti lavori, perché come mi dice la sua curatrice Jessica Stewart con un gustosissimo accento di Boston «Alice ha usato pochi colori per questa opera, per far vedere un altro lato della sua personalità. Evoca un po’ di nostalgia… Sembra un freak show dell’inizio del secolo scorso». È una Pasquini insolita, ma sempre di grande impatto. È una delle poche urban artist figurative, che poco a poco sta conquistando i muri delle capitali di mezzo mondo.

Insa e la sua opera. Foto: Alberto Blasetti

Insa e la sua opera. Foto: Alberto Blasetti

Mentre psichedelico ai massimi livelli è Insa, con “Facing Immortality”. La sua stanza sembra l’eden degli allucinogeni, con giochi di colori che per un attimo ti fanno dimenticare dove ti trovi: «Con i suoi multistrati di colore, poi animati in video – mi spiega la curatrice del festival Antonella Di Lullo – Insa cita la Vanitas, periodo artistico in cui si ragionava sulla caducità della vita. Lui vuole dirci che oggi, con internet, siamo tutti immortali». Questo tuffo nell’irreale, aggiungo io, varrebbe da solo il prezzo del biglietto dell’intero festival (7 euro, fattibilissimo).

2501 ritratto davanti alla sua opera. Foto: Alberto Blasetti

2501 ritratto davanti alla sua opera. Foto: Alberto Blasetti

Last but not least, voglio citare 2501. Questo straordinario artista è, a mio avviso, il migliore in circolazione in questo momento nel suo campo. E non lo dico solamente per il lavoro sbalorditivo che ha fatto al festival, insieme agli studi Recipient e Blind Eye Factory (questi ultimi li conosco bene, e sono due ragazzi che faranno moltissima strada), ma perché ha capito più d’ogni altro che per gli artisti è la ricerca il vero senso dell’essere vivi. Non approfitta della moda momentanea, come fanno alcuni suoi colleghi, ma sfrutta il potere dei canali comunicativi per un’evoluzione continua, per una crescita e un progresso che sorprendono. Come abbiamo detto la street art vive un momento di tendenza, di visibilità altissima. 2501 se ne frega e rimane se stesso: un energico rivoluzionario che non smette mai di imparare.

Che questo serva di lezione ad alcuni suoi colleghi, che ormai si atteggiano a novelli Jeff Koons, non capendo che le mode passano e che se esagerano di loro non rimarrà nulla.

Grazie al cielo ad OutDoor il clima che si respirà, nella consapevolezza che le cose sono cambiate, è quello di una volta, senza prime donne o tronfie frivolezze. Andateci. A vedere le installazioni o a sentire uno dei tanti bellissimi concerti in programma. Non ve ne pentirete.