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Biennale di Venezia, la serie: una città immaginaria per un uomo solo

Ludovica Carbotta, una delle due voci italiane presenti nella sezione internazionale, ha creato un modello urbanistico perfetto, ma per un solo essere umano

'Monowe (The Terminal Outpost)' – 2017 – di Ludovica Carbotta all'Arsenale

Foto: Andrea Avezzù

Sì, è vero, ce la stiamo prendendo comoda a raccontarvi a puntate questa Biennale di Venezia. Stiamo andando a vedere poche cose al giorno, ma ce le gustiamo cercando di non affogare nel mare di turisti che ci sono a Venezia: è molto bello infatti poter stare al Lido e avere come base operativa il bellissimo Excelsior, che oltre a “trasudare Biennale da tutti i pori” essendo il centro nevralgico del settore cinema, organizza pure le visite alla Biennale Arte e uno non si deve sbattere a fare la coda alle casse o a impazzire per calli e vaporetti.

E siccome Venezia ha tra le sue caratteristiche più marcate anche un certo senso di malinconia e solitudine, oggi vi segnaliamo l’incredibile progetto di Ludovica Carbotta di un modello urbanistico creato per un solo individuo. Lei è una delle due voci italiane presenti nella sezione internazionale e la sua Monowe è un’installazione nata nel 2016 e che si sta sorprendentemente evolvendo. E attenzione, non stiamo parlando di un futuro apocalittico dove è restato un solo uomo come la divertente serie The Last Man on Earth, ma di un mondo progettato per un solo essere umano.

‘Monowe (The powder room)’ – 2017 – di Ludovica Carbotta a Forte Marghera.
Foto: Andrea Avezzù

Questo suo progetto è diviso in due e la prima parte è all’Arsenale, dove possiamo vedere una torre di controllo dei confini di questa città immaginata, ma è una torre logorata dall’inutilizzo forse perché non c’è altro essere umano da scorgere nell’arco di chilometri; la seconda è in uno dei luoghi più magici e meno conosciuti al grande pubblico, il Forte Marghera, ex polveriera austriaca concepita per proteggere l’esterno dalla pericolosità del materiale esplosivo custodito all’interno e dove infatti Ludovica Carbotta ha ubicato un’estensione della mente dell’unico abitante della sua Città, un luogo sicuro vicino all’anima e lontano dal corpo dove custodire pulsioni, paure, ansie. Si possono scovare tracce di letteratura e fantascienza in questa creazione, ma anche un azzardo architettonico e sociologico che fa riflettere sulla solitudine, su quel senso di isolamento (giustificato) che ognuno di noi, a vari livelli, porta con sé.

Ludovica Carbotta non è solo una delle due italiane presenti, ma è anche una delle più giovani (è nata nel 1982) e se voleste approfondire la conoscenza di questo suo progetto, vi basterebbe andare alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, dove è in corso una sua personale: lì troverete un museo e un tribunale, sempre per un unico individuo. Vabbé, noi torniamo all’Excelsior che con tutta questa solitudine ci è venuta voglia di un gin tonic. Appena ci riprendiamo vi raccontiamo altro.

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