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Bentrovato, Gastone Novelli, artista eroico e ingenuo

Oltre l'impegno e la storia, una mostra veneziana fa (ri)scoprire una figura-lampo, centralissima, per l'arte del Novecento. E la sua lezione, che forse non ritorna più
Gastone Novelli

Foto: Roberto Serra - Iguana Press/Getty Images

La Biennale è fascista, questo è quello che Gastone Novelli scrive sul retro di una sua opera nel 1968. L’artista volta tutte le tele, come tutti gli altri ventidue artisti presenti in quell’edizione, ma con una sostanziale differenza, perché nei giorni successivi tutti rimisero le loro opere in ordine mentre solo Gastone Novelli e Carlo Mattioli le ritirarono. Gianfranco Ferroni le tenne voltate per tutto il periodo della rassegna.

Novelli, opponendosi alla violenza che si sta scatenando contro le proteste studentesche, brucia così quella che già al tempo era un’opportunità fondamentale per presentare la propria opera al pubblico e alla critica. Ma per lui il mercato è solo un elemento accessorio e superfluo, per non dire contaminante del lavoro di un artista. E in fondo la sua opinione sulla Biennale precede da tempo gli scontri del 1968. Per Novelli infatti l’istituzione veneziana è già un oggetto alieno, un’istituzione antiquata e politicamente paludata dentro alla quale si sente più costretto che accolto, più obbligato che mosso da un desiderio di attiva partecipazione.

Quel gesto resterà negli anni memorabile, una delle tante lezioni – dettate da istinto e non certo da moralismo e ancora meno da opportunismo – che evidentemente verranno colte più dall’istituzione (per difendersene) che dagli artisti stessi che negli anni e non solo in Biennale si adegueranno accucciandosi docilmente alle mode e alle imposizioni di mercato. Una lezione rimossa là dove la Biennale corre il rischio di trasformarsi in un baraccone antiquato, un mercatone che si ammanta di una ricerca culturale spesso scontata se non banale e utile solo come specchio per le allodole, ovvero per quel pubblico in occhiali, scarpe e abiti neri che crede all’arte una volta ogni due anni vagando insieme ai gabbiani nei dintorni dell’Arsenale e dei Giardini tra un festival, un salone e un vino naturale. E chissà cosa penserebbe oggi Gastone Novelli di questo mercato dell’arte spietato che si presenta in forma di gioco per le élite e per chi élite non è, ci vuole poco a farglielo credere, basta una borsetta di tela.

Un mondo che si presume della cultura, ma che è totalmente non capace di prendere niente e nulla sul serio. Dalla guerra alle questioni di genere, tutto è funzionale solo a generare una speculazione finanziaria (ma mai dialettica) su opere decisamente quasi mai memorabili. Un florilegio di curatori, fondazioni e artistoidi in tenuta permanente.

Novelli invece, senza alcuno sfoggio particolare d’eclettismo, una certa rabbia, precisa e acuta contro un mondo orribile e autoritario, non l’ha mai trattenuta. Anche quando era ancora solo uno studente dell’Accademia di Belle Arti di Roma e diciottenne seguiva i corsi di scultura, Novelli si unì ai partigiani, non ci pensò due volte. E quella sarebbe stata una scelta che avrebbe pagato a caro prezzo, quasi fino alla morte. Arrestato alla fine del 1943, trattenuto in attesa di giudizio verrà torturato e infine condannato a morte. Solo l’intervento della madre (di origine austriaca) sarà in grado di far commutare la pena in ergastolo, almeno fino alla resa dei nazi-fascisti e alla liberazione di Roma.

Liberato infatti nel 1944, Gastone Novelli riprenderà il suo percorso di studi a Firenze, ma sarà il Brasile a offrigli il primo banco di prova d’artista permettendogli di lavorare su tela, ma anche con la ceramica, in particolare nell’ambito del design e della pubblicità, seguendo così un percorso parallelo seppur opposto a quello di Lucio Fontana (visibile nella bellissima mostra: Mani-fattura: le ceramiche di Lucio Fontana alla Guggenheim di Venezia aperta fino al 2 marzo 2026).
Il Brasile è tra l’altro negli anni Cinquanta un luogo magico per gli italiani: il Paese, in grande espansione culturale ed economica, offre infatti inedite possibilità d’espressione. Con Novelli infatti anche Adolfo Celi troverà proprio in Brasile la sua patria artistica, divenendo una delle figure più eminenti del teatro contemporaneo brasiliano.

Ora, sempre a Venezia, con la mostra antologica, Gastone Novelli (1925-1968) a cura di Elisabetta Barisoni, Paola Bonani, con la collaborazione di Archivio Gastone Novelli di Roma, inaugurata a metà novembre 2025 a Ca’ Pesaro, si offre finalmente un giusto tributo a uno dei più importanti artisti contemporanei italiani, la cui vita fu una parentesi di straordinaria gioventù. Novelli morirà infatti per un collasso postoperatorio il 22 dicembre a soli 43 anni, in quel 1968 così denso di avvenimenti e mutazioni.

Così, mentre poco fa se ne celebravano i cento anni dalla nascita, l’impressione è che questi lunghi cento anni stiano tutti dentro una società italiana invecchiata – a differenza delle opere di Gastone Novelli – veramente molto male.

Sessanta opere che partono dai lavori informali della fine degli anni Cinquanta fino alle ultime dall’intento etico e politico della fine degli anni Sessanta. Un ritorno alla politica e alla lotta in forma d’arte che arriva dopo vent’anni di apprendistato e dopo la lotta partigiana. Un’idea di resistenza che si propone negli anni Sessanta di utilizzare strumenti più efficaci, quelli dettati dall’arte e dal dibattito pubblico. Un discorso che pretende di dare corpo a una pratica in chiara opposizione rispetto al concetto contemporaneo e mondano di arte, che però proprio in quegli anni prendeva forma e si radicava occupando sempre più gli spazi istituzionali.

Sintomatico un suo testo della metà degli anni Sessanta in cui Gastone Novelli esordisce appellando il mondo della cultura con un quanto mai esplicito: «Sì, cari amici, e nemici, e sconosciuti, andate a farvi fottere» (da Novelli. Scritti ’43-’68, Nero edizioni). Non potevano esserci zone grigie, non esiste una zona grigia nel momento in cui si dà forma a un’idea d’intervento radicale della società.

Gastone Novelli non è tuttavia definibile banalmente come un artista impegnato, perché non viveva nel fine dell’impegno politico come obbligo, ma stava pienamente all’interno di un movimento naturale e seduttivo per cui può essere definito quale il più eroico e – nell’accezione più dolce possibile – anche come il più ingenuo degli artisti italiani di quel tempo.

Nato a Vienna in quella che fino a pochi anni prima era ancora la capitale dell’Impero Austro-Ungarico, Gastone figlio di una nobildonna austriaca, Margherita Mayer von Ketchendorf e del diplomatico Ivan Novelli, parte così dal cuore della Mitteleuropa per affrontare un percorso esistenziale e artistico che ha la forma di un Grand Tour ottocentesco che lo porterà a toccare le tappe fondamentali della cultura italiana da Firenze a Roma fino a Milano e Venezia. Gastone Novelli entrerà in relazione con i più importanti ed eclettici artisti e intellettuali italiani, la sua vita sarà una corsa sfrenata, senza requie, senza freni. Una ricerca tanto esplosiva quanto appartata: l’arte per l’arte e quindi l’arte come politica, come vita. Un linguaggio felice e analitico che va oltre la raffigurazione per cogliere la distanza tra l’umanità e le cose del mondo, tra la realtà in cui è immersa e la realtà in cui troppo spesso si confonde.

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