Home Cultura Arte

Banksy-super-Mare, siamo stati 3 giorni a Dismaland prima della chiusura

Siamo entrati nel parco popolato di immagini e installazioni, in orari e giorni diversi prima del trasferimento a Calais. Sul palco si sono alternati Damon Albarn con i De La Soul, le Pussy Riot e Kate Tempest. Niente Massive Attack che hanno dato forfait

Un week-end a Dismaland - Foto di Federico Geremei

Un week-end a Dismaland - Foto di Federico Geremei

Il Tropicana è chiuso al pubblico, di nuovo.

In quel rettangolo sul lungomare di Weston-super-Mare si sono iscritte estati di schiamazzi, spruzzi e schizzi dagli anni Quaranta fino a quando è stato smantellato. Banksy – originario di Bristol, ad un’ora da questo lido del Somerset – lo frequentava da adolescente e c’è passato all’inizio di quest’anno.

Ha «sbirciato attraverso un buco nella recinzione», fa sapere, «sognando di mettere in piedi un parco a tema». Un posto in cui tornare a «mangiare patatine fritte fredde coi pianti di bambini in sottofondo».

Come orientarsi a Dismaland, la mappa

Come orientarsi a Dismaland, la mappa

L’ha battezzato Dismaland, l’ha definito bemusement park ed ha convocato una sessantina di artisti – parecchi del Regno Unito, una discreta rappresentanza dal Medio Oriente, nessun italiano – per popolarlo di immagini, installazioni, eventi ed interventi. Molti hanno realizzato qualcosa di inedito, altri hanno riproposto lavori già concepiti o ideato varianti ad hoc di produzioni in corso.

Non è però, nelle intenzioni, solo un art show sui generis. Ma una «fiera che abbraccia la brutalità e la criminalità di basso livello» e propone una «evasione dall’evasione acritica» («an escape from mindless escapism» suona meglio, lo sappiamo). Per chi? Perché? Per veicolare «un messaggio più appropriato alla nuova generazione: sorry, kids».

Il 21 agosto ha aperto le porte nel primo di trentotto giorni, con turni di visita mattutini, pomeridiani e serali: cinque sterline l’uno, niente re-entry. E domenica sera l’ultimo ospite è uscito – through the gift shop, ovviamente – mentre la luna piena più piena dell’autunno (e la più rossa per decenni a venire, dicono) illuminava la scena.

Siamo andati lì, nel Mild Mild West, a pochi chilometri da Cheddar (quella del cheddar cheese) e Portishead (quella dei Portishead), con Cardiff dall’altra parte della baia. E siamo entrati a Dismaland, in orari diversi e giorni diversi.

Sulla homepage di quel sito che per settimane è stato sommerso da click nevrotici campeggiano da ieri un fotomontaggio, la scritta “coming soon… Dismaland Calais”, l’anticipazione che molto del materiale da costruzione verrà inviato al campo profughi – anzi al “jungle refugee camp” –vicino a Calais. E la nota, ironica e ineffabile, “no online tickets will be available”.

Pare che Dismaland venga trasferito a Calais, il parco a tema di Banksy ospiterà migranti

Dismaland non si trasferirà a Calais, non letteralmente. Leggete bene cosa Banksy ha intenzione di fare per i migranti

In attesa di vedere cosa succederà sul versante francese del Chunnel, torniamo agli ultimi tre giorni sulla riviera inglese della Bristol Bay.

Le code di chi non è riuscito a comprare un biglietto online si muovono lente, s’accorciano e s’allungano tra le transenne sul prato in base alle disponibilità dei tagliandi walk-in. Pazienza e curiosità hanno la meglio sui bagarini: British style, dear. Da fuori si notano le porzioni più alte di tre strutture: una modesta ruota panoramica, le ruote di quello che pare un tir contorto, un castello dalle merlature fatate e fatiscenti.

Uno steward davanti all’ingresso di Dismaland - Foto di Federico Geremei

Uno steward di Dismaland davanti a una delle “opere” – Foto di Federico Geremei

Uno steward contrito presidia l’attraversamento pedonale davanti all’ingresso, è il primo incontro con la messinscena del dismal. Il secondo avviene nella sala dei controlli di sicurezza allestita da Bill Barminski con cartone e cartapesta.

La mente torna, preoccupata, ad uno degli avvertimenti “la sicurezza potrebbe chiedervi di toccarvi le dita dei piedi”. Non è stato necessario, bene. Lo spazio ora si apre sulla Terra dello Sconforto, l’amalgama di trucioli e briciole di cantiere è il parterre su cui Banksy ha sancito questo passaggio dal 2D dello stencil al 3D di Dismaland. Dieci delle attrazioni – è un parco, no? – le ha ideate lui. Facciamo un primo giro, scandendole in una sequenza necessariamente arbitraria.

la sicurezza potrebbe chiedervi di toccarvi le dita dei piedi

Sulle acque verdastre della ex-piscina – oggi una specie di piccolo stagno/megapozzanghera – ce ne sono due. Un blindato della polizia, di quelli usati in Irlanda dei Nord, zampilla acqua come da un idrante depotenziato (titolo: The Fountain). Sulla sinistra una Sirenetta deformata sfida prospettiva e prospettive, è la seconda opera. La numero tre è alle spalle, dentro al castello innalzato dai Block9 (a chi va a Glastonbury quel nome dice qualcosa).

Dismaland - Foto di Federico Geremei

Dismaland – Foto di Federico Geremei

Cenerentola è un’allegoria contro il cinismo dei media, se si posa per uno scatto al chroma key si prende parte – mortali, immortalati e mortificati – allo scempio di flash e lamiere sotto al Pont de L’Alma. La Mercedes diventa una zucca/carrozza, per paparazzi e motorini nessuna trasfigurazione o redenzione, nemmeno in chiaroscuro. All’uscita si nota la quarta creazione di Banksy, un’orca sospesa tra l’attimo in cui guizza da un wc e quello in cui sta per tuffarsi in una bacinella che a malapena ne conterrebbe una pinna. Tornando verso l’ingresso si sfiora una vasca con barchette da pilotare, a bordo ci sono modellini di migranti. È la sua l’opera più forte ed emblematica a Dismaland. Ecco cosa “giocare con le vite altrui” può significare.

Il muro alle spalle è quello della galleria, per entrarci si passa davanti ad una panchina, il posto libero è accanto ad una donna che soccombe sotto un attacco di gabbiani. È il Banksy #6 di questo percorso. The Grim Reaper dà il benvenuto del bristolian allo spazio coperto: uno scheletro in un saio guida una macchina da autoscontro, muovendosi verso il pubblico mentre Staying Alive risuona fino ad impallarsi. Le animazioni di Andreas Hykade e James Joyce paiono mitigare lo stordimento nell’atrio.

Ci pensa Dietrich Wegner, australiana, a intrecciare sinapsi e scuotere nervi col bambino capovolto dentro ad un distributore automatico (Baby in the Vending Machine). Lo spazio espositivo vero e proprio si stende subito oltre, è occupato da diverse proposte. Con le altre due di Banksy – un topo disneyano divorato da un serpente e l’onda che incombe sull’idillio mamma-più-bambina sulla battigia – il conto sale a nove (la decima è un colibrì, da cercare tra le foto di chi c’è stato o in rete).

Il doppio intermezzo della lituana Mr X Stitch (lamiere rammendate al merletto) e di Jessica Harrison (ceramiche tatuate) prepara – per contrasto ma in maniera complementare – al Model Village di Jimmy Cauty. Su un miglio quadrato in scala 1:87 tremila divise fluorescenti delle forze dell’ordine anti-sommossa occupano ciò che resta di una vasta zona di rivolte. Non ci sono altre figure umane, l’inerzia congelata di quello che lui chiama l’Aftermath Displacement Principle ipnotizza ma non svia lo sguardo, anzi. Si muove lento e inquieto.

Il tema del controllo della forza con la forza è ribadito ad uno dei quattro vertici del perimetro di Dismaland, la “Guerrilla Island”. La denuncia più forte e esplicita è quella del “Museum of Cruel Objects” di Gavin Grindon, una rassegna ragionata dell’irragionevole. È un tour, a bordo di un bus fermo, sulle “cose create per far male”: strumenti di coercizione, sistemi di sorveglianza, barriere (concrete e figurate) che popolano, definendolo, l’ecosistema della vita civile in chiave di dominazione.

Dismaland - Foto di Federico Geremei

Dismaland – Foto di Federico Geremei

Che altro? La sezione para-ludica col Mini Gulf (sic), lo spazio per bambini, gli spettacoli di Julie Burchill, le marionette del Fly Tip Theater. E altra arte che, in un contesto così, potrebbe quasi sembrare mainstream (quasi): il cavallo rampante costruito con tubi da ponteggio da Ben Long, una tenda che si apre sull’unicorno di Damien Hirst, le ceramiche di Ronit Baranga, la serie Cakeland di Scott Hove. E poi le giostre vere (più o meno) e proprie (non proprio): rotanti, basculanti, immobili.

Un po’ come molti visitatori, la sensazione è quella di un’esplorazione incerta, assecondata ma non guidata. Non è un altro tipo di parco, è un altro tipo di fruizione di qualcosa che in parte si conosce. E che incoraggia a non dare per scontate le modalità con cui c’immergiamo nelle informazioni – per sapere, a volte per capire – o dalle quali ci allontaniamo con la “scusa” di distrarci. Eppure invita, con leggerezza, anche a questo svago alternativo? E quindi? Si raccolgono spunti, si formulano proto-propositi d’impegno, poi ci s’inchioda davanti alla giostra che gira al contrario. E viene quasi voglia di fish & chips scadente.

Gli annunciati Massive Attack hanno dato forfait, e adesso?

La terzultima sera il prezzo d’ingresso è salito a trenta sterline e per quattro ore il bemusement ha ceduto, ossequiandolo, all’amusement delle ultime performance di Dismaland. Gli annunciati Massive Attack hanno dato forfait, il non annunciato Damon Albarn s’è presentato sul palco coi De La Soul che poco prima avevano alzato i decibel e abbassato gli hertz per il loro l’hip-hop d’autore e ammiccante, molto “make some noise”, “raise you hands”, etc. Prima ancora, sullo stesso palco c’era Kate Tempest: niente basi, altro mood e tonnellate di sillabe pulsanti e pesanti. Endorfina vocale, quaranta minuti imperdibili di rabbia e sentimento.

La serata – immaginata come “Ballo in Maschera” per consentire a Banksy di girare indisturbato e camuffato – era iniziata con le Pussy Riot, live da una gabbia bianca accanto al castello mentre scene di scontri con la polizia si animavano, orchestrate ma ad effetto, tra manganellate e fumogeni. I “fuochi d’artificio sfigati” non ci sono stati, sono esplosi in grande stile, trionfali, a rischiarare Dismaland ed il mare super-mare, super-murum.

È riuscito Banksy – l’originale, non quello/i col cartello “I’m Banksy” che ogni tanto si vedeva in giro nel parco – nella sua particolare deviazione dalle norme del quel di-vertimento all inclusive che non include? L’ha ribaltato? Forse no ma forse non era quella l’idea. L’invito era a considerare, non (solo) a consumare. Ad aprire gli occhi, soprattutto per non inciampare. A riflettere in maniera immediata e meditata. È quello che fa da tanto, a pensarci bene. Con sarcasmo e coerenza. In 2D, in 3D. E ora in 4D chè il progetto cambia coordinate e si rinnova nel tempo.

Bemuse, amuse, diffuse, reuse. And refuse.

Leggi anche