Andrea Pazienza, la mostra al MAXXI di Roma | Rolling Stone Italia
non sempre si muore

Andrea Pazienza, il disincanto non è possibile

Una passeggiata a Bologna, una mostra al MAXXI di Roma ('Non sempre si muore') e la certezza che alcuni artisti non finiscono mai di abitare il mondo, a 70 anni dalla nascita di Paz

Non sempre si muore Andrea Pazienza MAXXI

'Non sempre si muore', in mostra al MAXXI di Roma

Foto stampa

«Mi chiamo Andrea Michele Vincenzo Ciro Pazienza. Ho la patente da sei anni, ma non ho la macchina. Quando mi serve, uso quella di mia madre, una Renault 5 verde. Dal ’76 pubblico su alcune riviste. Disegno poco e controvoglia. Sono comproprietario del mensile Frigidaire. Mio padre, anche lui svogliatissimo, è il più notevole acquerellista ch’io conosca. Io sono il più bravo disegnatore vivente. Amo gli animali ma non sopporto di accudirli. Morirò il sei gennaio 1984», così rilasciò il 4 gennaio del 1981 a Paese Sera, Andrea Pazienza.

Nonostante la data ferale sarebbe stata prorogata dal divino al 16 giugno 1988, Pazienza in verità non morì mai perché, come lui stesso disse durante Sulla carta sono tutti eroi, uno speciale della Rai del 1984: «Non sempre si muore». E da lì prende il titolo una bellissima mostra a lui dedicata a Roma e la mia successiva passeggiata per Bologna.

È un’assolata domenica d’inizio estate quella che vede Bologna attraversata più da turisti che da studenti, un po’ come in tutte le città italiane il rumore dei trolley domina i marciapiedi e i portici, ma pian piano che si esce dal centro ecco che risale il silenzio della tipica domenica mattina padana, con giusto qualche anziano che vagabonda in cerca di un giornale e di un caffè. Nonostante sia ancora molto presto, camminando il sole – da cui non ci si può più difendere, nemmeno per mezzo dei portici del centro – fa sentire tutto il peso del cambiamento climatico sulla testa, sempre più calda e ribollente.

Si passeggia così un po’ dinoccolati, come se la notte avesse portato baldoria, e si suda come se si fosse superstiti di un altro tempo, quando sopravvivere faceva ancora parte di un punto intermedio oltre il quale la vita ci avrebbe riaccolti. Eccomi dunque in via Emilia Ponente al numero 223, dove tra una pizzeria d’asporto e un manicure/pedicure – oggi così assurdamente di moda – appare la grossa targa del comune di Bologna che certifica che qui, proprio qui, visse l’artista Andrea Pazienza.

Sarà il caldo, sarà una banca d’altra parte della strada che sembra una pompa di benzina, il cielo blu senza una nuvola e pieno di sole, sarà l’insegna di una “società di cremazione” messa proprio davanti a un lavasecco che si dice: “Centro del pulito”; ma pare che nonostante gli anni, nonostante Bologna che non è più quella Bologna (manco per sbaglio), all’improvviso tutto chiami tra noi Massimo Zanardi, la sua follia atroce, la sua rabbia e la sua incosciente assurdità. Non resta così che fare la strada a ritroso, reimmergersi dentro Bologna, dentro quella parentesi che fu di Paz e di molti altri, patria dei giovani e non dei giovanilisti.

Bologna oggi offre un ritratto ben differente, che forse giustificherebbe più di prima persino la perfidia amorale di Zanardi. Bologna oggi offre infatti un’assenza che dura 38 anni, tanti distano dalla morte improvvisa, maledetta, sfortunata e disperata di Andrea Pazienza. Un silenzio lunghissimo, ma anche la possibilità di ritrovare ora quel turbinio giovane tutto insieme, in una mostra che è un’abbuffata e che richiede di percorrere qualche chilometro a Sud in direzione Roma.

Il MAXXI – chissà cosa avrebbe detto Pazienza, di questo scombinato museo, così ambizioso e volenteroso, ma anche così estremamente ridicolo quanto delicatissimo – accoglie al suo meglio Non sempre si muore a cura di Oscar Glioti e Giulia Ferracci, e lo fa con un allestimento inappuntabile, o quasi (come sempre a Roma il quasi predomina), ma in ogni caso capace di restituire prima di ogni altra cosa la felicità giovane di un artista assoluto, magnifico e bellissimo. Perché a guardare troppo Pazienza non si può fare altro che innamorarsene. A partire da una tenerezza molto particolare che gli permette di dare forma e corpo anche a personaggi rabbiosi, cattivi e violenti, e che prevale sempre sul dolore.

Una tenerezza che è avvertibile già da un disegno che apre la mostra, realizzato da Pazienza a cinque anni e in cui ritrae un cane abbattuto. In quel tratto c’è già tutta la sua arte e la capacità di comprendere una realtà dentro alla quale non solo lui riesce a stare ostinatamente, ma che sa restituire nella sua pienezza sia delicatezza che violenza, sia tragedia che imprevista gioia. C’è già tutto in quel disegno, come fosse l’apertura di una partita a scacchi con la vita, che si concluderà troppo presto, ma che l’artista di San Benedetto del Tronto giocherà fino all’ultimo, mossa dopo mossa.

Si resta affabulati, confusi e assaltati dalle sale e dalle tavole che si susseguono senza mai permettere di far tirare il fiato al visitatore. Le lettere da bambino e quelle da ragazzo appaiono così come un necessario e utilissimo secondo piano di lettura, pur restando anche portatrici di un senso di violazione di uno spazio privato ora messo al servizio di un arte che totalizza l’immagine di Pazienza. L’artista riluce anche nelle fotografie, che esprimono la vitalità naturale di un ragazzo. Lo stupore nello spettatore, abituato a un tempo italiano sempre più paludato e anche sostanzialmente sempre più invecchiato, è nell’energia possibile messa in pratica da Pazienza. Bologna, le riviste, il fumetto stesso come piano d’azione divengono così volani di una visione artistica assoluta, capace di superare ogni limite dato per porsi fin dentro le strade, nei cantieri e in quei luoghi che erano allora, e dovrebbero poter essere anche oggi, spazi di libertà, d’incontro e di relazione. Pazienza precede e segue l’essere giovani in città, nelle aule universitarie e nell’amore che scaturisce dal susseguirsi delle passioni. Si resta senza fiato e commossi, abbandonandosi così all’azzeccata playlist proposta da Gino Castaldo in una sala dove tutto quello che manca viene riprodotto sul pavimento e sulle pareti.

La grande mostra romana del MAXXI non è un omaggio, non pretendendo per altro di proporre uno sguardo inedito e una ricerca filologica sulla figura dell’artista, ma è una dimostrazione dell’ossessiva presenza di Andrea Pazienza nel sentimento contemporaneo, nonostante negli ultimi quarant’anni buona parte degli ideali e delle tensioni immaginate e perseguite da Pazienza siano state radicalmente lasciate ai margini. Resta infatti indelebile una diffusione che si potrebbe definire batterica del suo sguardo, da cui nessuno può dirsi realmente escluso.

I suoi personaggi abitano ancora le nostre città e in alcuni casi abitano parti di noi le pulsioni, le paure e i desideri che ancora oggi portiamo al nostro interno, anche se forse meno esplicitati e meno espressi o dichiarati. Non sempre si muore e Pazienza meno che mai, non c’è mitologia che regga di fronte a una tale evidenza artistica, c’è solo un infinito dispiacere per le cose perse, per le cose non fatte, per tutte le possibilità di esistere sue e nel suo tratto.

È una mostra che porta a galla molto dolore, molta fatica e non sempre l’ironia riesce a far dimenticare la crudeltà della realtà che s’impone come un obbligo e una necessità, ma non sovrastando mai la bellezza delle tavole e la delicatezza esplosiva del suo pensiero.

Pazienza non conosce il disincanto, immagina rincorrendo immagini. La sua genialità si offre alla nostra giovinezza, che passa anche nel momento stesso in cui si è giovani. Una forma nuova di essere adulti senza mai mettere su il peso – non della responsabilità, che è vigile in Pazienza fin da subito – degli anni consumati e gettati dietro un’anodina noia priva di eros, desiderio e gioia. Vedere Pazienza commuove come quando si avverte l’arrivo della felicità.