A Milano, a teatro all'ex ospedale psichiatrico | Rolling Stone Italia
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A Milano c’è un festival di teatro in un ex ospedale psichiatrico

Il TeatroLaCucina del vecchio Paolo Pini ha ospitato diversi spettacoli nel mese di giugno, tra cui la prima milanese de 'I Persiani' con regia di Giovanni Ortoleva, invitando il pubblico a riflettere sull’eredità del conflitto

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Muta Imago, 'Atomica'

Foto: Eleonora Mattozzi

La zona in cui si trova il TeatroLaCucina può ancora essere definita periferia: esclusa dalla copertura dei motorini Cooltra, sulla strada per arrivare si incontrano pochissime persone, un gruppo di ragazzini sfumacchianti vicino a un sottopassaggio, una casa a due piani con un banano e una canzone di Sal Da Vinci che esce dalle finestre a tutto volume.

Dal 1924 al progressivo processo di dismissione, cominciato con la riforma Basaglia del 1978, il quartiere Affori di Milano ha ospitato uno degli ospedali psichiatrici più grandi d’Italia. Nel 1996, l’ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini ha accolto la sua prima festa cittadina e la prima edizione del festival teatrale “Da vicino nessuno è normale”. Giunto alla sua 30ª edizione, quest’anno ha sfidato il giugno rovente per raccontare, ancora una volta, una visione alternativa della città e dei suoi spazi.

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‘Dedicato’. Foto: Manuela Giusto

Occorre mettere da parte il preconcetto milanese della gentrificazione e dei luoghi talmente riqualificati che la loro forma originale si intuisce solo da una foto sul muro. Qui il passato è presente: per entrare nella zona del TeatroLaCucina si passa attraverso la parte del complesso ospedaliero ancora in funzione, creando uno strano shock. Qualche passo più in là sorgono la pizzeria Jodok e la foresteria. Le strutture squadrate sono avvolte da un grande giardino, che svela e camuffa l’origine del luogo: il bar si trova al posto della camera mortuaria, il ristorante nella sala delle autopsie, l’ostello nel conventino delle suore e il teatro nelle vecchie cucine. A fare la differenza non sono solo le lucine disposte con tenerezza nel giardino, ma la vita di cui il complesso brulica grazie al progetto no profit di Olinda e al suo impegno nello spazio, dagli anni Novanta a oggi.

Fin dall’inizio, il complesso è stato ripensato come laboratorio di cittadinanza, dove la cultura teatrale è stata il fulcro per avvicinare le persone a esplorare e vivere gli spazi, farsi attori del cambiamento. Il TeatroLaCucina è vivo tutto l’anno, grazie alle residenze artistiche e al laboratorio teatrale permanente (gratuito) della non-scuola, che offre agli adolescenti un luogo in cui sentirsi accolti e liberi di esprimersi. Il Festival “Da vicino nessuno è normale” si tiene da fine maggio per tutto il mese di giugno e, dal 2024, ha anticipato la sua programmazione per permettere agli studenti di partecipare ai primi spettacoli in orario curriculare. La programmazione di quest’anno è stata varia, dai classici reinterpetati come La tempesta di Shakespeare, fino alle performance contemporanee come Nata vicino ai fantasmi. Nata tempesta, liberamente ispirato a Hold your Own di Kate Tempest.

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‘Dedicato’. Foto: Manuela Giusto

Uno degli spettacoli più interessanti in programma è stato l’adattamento de I Persiani di Eschilo di Giovanni Ortoleva, con gli attori Enrico Campanati, Pietro Giannini, Valentina Picello e Marco Santi. La tragedia più antica giunta fino a oggi, rappresentata da Eschilo per la prima volta nel 472 a.C. ha saputo intrecciare l’urgenza di una riflessione sull’eredità culturale, con ciò che stiamo facendo del nostro presente. Una messa in scena spoglia, con un letto a baldacchino vuoto al centro del palco, il Coro di Enrico Campanati che introduce al racconto e i passi della corsa incessante di un messaggero che porta notizie nefaste. Ci sono i dubbi e la compassione della regina madre Atossa (Valentina Picello), la spavalderia di Serse (Pietro Giannini) e quella sete di guerra che passa di padre in figlio. Appena quattro attori sul palco condensano in un’ora la storia narrata dai vinti. E ci costringono a sentire empatia per loro, anche se non vorremmo, perché provare pietà per chi ha cominciato una guerra richiede molto sforzo. Eppure c’è chi non ha colpa: il popolo, i caduti in battaglia, le persone rimaste senza casa o famiglia.

«I soldi non servono ai morti», ripete il Coro, come a disarmare in potenza quelle truppe pronte a partire. A nulla servono i richiami alla ragione, il dolore di una madre afflitta, il terrore di un popolo e l’orgoglio ferito di chi ha dato via al conflitto: la sensazione è quella che nessuno abbia davvero imparato dai propri errori. E che sarà più semplice mantenere una visione parziale, sfidando nuovamente la sorte e gli déi non appena le ferite superficiali si sono rimarginate. Questa visione è riassunta dalla scelta di far interpretare dallo stesso attore, Pietro Giannini, sia Serse che suo padre Dario, invocato dall’oltretomba per consigliare su un futuro che è già perso. Osserva il regista Giovanni Ortoleva: «Mi tormenta pensare ai conflitti bellici come a un comportamento appreso in famiglia, come qualcosa che si trasferisce per linea genetica: come gli occhi azzurri, le fossette intorno alle guance o un certo modo di parlare. La guerra come un male ereditario, che tormenta l’Occidente».

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Muta Imago, ‘Atomica’. Foto: Maria Giovanna Sodero

Dalla sala del TeatroLaCucina si esce un po’ accaldati e scossi, con la voglia di disobbedire al monito della morte, una figura in giacca e cravatta nera interpretata da Marco Santi. È lui a chiudere lo spettacolo, portandosi un dito alla bocca e invitando al silenzio. La voglia, dicevo, è quella di disubbidire, di continuare a gridare ancora più forte perché qualcuno finalmente impari dal ripetersi della storia, da questa tragedia ancora così attuale dopo più di 2000 anni.