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Antonio Pennacchi: «L’unica cosa che può salvarci è il senso del dovere»

Lunga chiacchierata con lo scrittore Premio Strega: dal suo ultimo libro, agli acciacchi che ne sono derivati, dai sogni sulla fabbrica ai rider di oggi, dal “voto classe operaia” al lutto per lo scioglimento dell’Equipe84, fino all’umore «che da quando son nato è rovescio»

Vittoriano Rastelli/Corbis via Getty Images

“Ex praecordiis ecfero versum” lo traduce in “dalle budella tiro fuori i versi”. Parafrasando il poeta Lucilio, anche Antonio Pennacchi più che la ragione o il cuore – che comunque non mancano – nei suoi libri riversa soprattutto quella condanna che sente di dover scontare nel raccontare. Non si diverte, anzi, ne soffre. Più soffre e più ne scrive. È una fortuna per noi, che abbiamo il privilegio di leggerlo. E anche di incontrarlo, visto che nonostante sia uscito con un nuovo e bellissimo romanzo, La strada del mare (Mondadori), ha scelto di non esporsi. Non certo in tv, perché «mi rifiuto di andare in quei teatrini, mi hanno rotto i coglioni» e quindi è sempre più appartato nella sua Latina, città di cui è il cantore attraverso le gesta dei Peruzzi, che in larga parte è la storia della sua famiglia, che l’hanno fondata strappandola alla palude malarica dopo l’emigrazione degli anni ‘30. Per questo ci confida, a margine dell’intervista, «in fin dei conti sono il più grande scrittore veneto vivente. Invece al Campiello se ne scordano sempre». 

Pennacchi, 71 anni, già vincitore del Premio Strega nel 2010 con Canale Mussolini, a pochi giorni dall’annuncio della cinquina del prestigioso premio letterario confessa: «Io ci sarei andato, ma non mi ci hanno voluto» e così il suo voto andrà a Donatella Di Pietrantonio. Ma con lo scrittore è stata anche l’occasione per ripercorrere tutta la sua vita. Partendo dall’ultima fatica letteraria «che è un romanzo storico, più che di formazione» alla perdita del senso del dovere «illudendoci, sbagliando, di perdere anche il dolore», ma è certo che da questa crisi ne usciremo come sempre: «Già Cicerone ad Attico scriveva che “non sono più i tempi di una volta”». 

Dopo 35 anni di fabbrica ancora sogna che lo richiamino a lavorare: «Ci avrà fatto pure ammalare, però ci ha dato da campare a noi e alle nostre famiglie» e rivede in parte la classe operaia nei rider e nei facchini della logistica: «Ma devono unirsi, perché ci sarebbe da incazzarsi sul serio». Passata la pandemia vuole re-iscriversi alla quarta ginnasio «per studiare il greco e la storia dell’arte», intanto combatte con l’ennesimo acciacco dopo la pubblicazione di un libro: «Appena consegnato ho cominciato ad avere cali di pressione, vertigini e poi mi è esplosa una ragade anale che mi fa patire le pene dell’inferno». D’altronde, la sua scrittura viene dalle budella, quindi «non esce dalla bocca, ma da sotto…». Nonostante tutto, politicamente continua a considerare la sua casa il PD: «Ah regà, io sono classe operaia! Ma che, scherzi davvero?», ma il vero problema, semmai, per lui parte dalla base, cioè dalla Costituzione: «Sarà la più bella del mondo, ma è datata, ha ormai fatto il suo tempo». E se musicalmente è fermo al ’79 («sono ancora in lutto per lo scioglimento dell’Equipe84») e continua a sperare nel Nobel («candidatemi voi di Rolling Stone») su una cosa non intende arretrare di un millimetro, e cioè smettere di fumare: «Pure quello devo fà? Abbiate pazienza, andatevene un po’ affanculo!». 

Pennacchi, innanzitutto com’è il suo umore? 
Non me lo chiedere, guarda, già quando sono nato ero di “umore rovescio”. Immagina se posso mai essere di buonumore adesso. Anche perché sono dolorante. 

Sugli acciacchi che le vengono dopo ogni sua pubblicazione ci torneremo. Intanto le lancio una provocazione: come va il “romanzo di formazione” La strada del mare?
Chi lo dice che è un romanzo di formazione?

I critici.
Io sono uno dei pochi marxisti ancora in circolazione, per cui sull’estetica sono crociano. Quindi contrario alla critica dei generi. Non esistono i generi letterari, esistono i libri belli o i libri brutti. 

E quindi come dobbiamo considerare il suo nuovo romanzo?
Se proprio lo vogliamo inserire per “utilità pratica” in una classificazione mi sembra riduttivo definirlo “romanzo di formazione”. Fa parte del ciclo dei Peruzzi, per cui è un romanzo storico. Contiene diversi temi. Una componente del romanzo di formazione, visto che parla di ragazzi che nascono e crescono, ma soprattutto di formazione di una città, di una comunità che trae le sue origini nel 1904 a Copparo, in Emilia, raccontate in Canale Mussolini, poi l’esodo nell’Agro Pontino e la trasformazione di un territorio da parte di un crogiolo di razze che prima non esisteva. 

È l’origine della sua famiglia? 
La storia dei Peruzzi è la storia di Latina e dell’Agro Pontino, che fino al 1930 era un deserto paludoso malarico con continui flussi migratori, prima dei veneti, dei ferraresi e dei friulani e poi di tutti gli altri, che si mischiano e diventano un popolo che costruisce la città e poi si lancia nella crescita verso l’espansione del boom economico. 

Cosa ha rappresentato quel periodo? 
La ricostruzione dopo la guerra e l’esplosione del miracolo economico ha significato un passaggio di civiltà in fatto di condizioni di vita materiali, sociali e culturali. Prima eravamo poveri, ma poveri poveri… Si stava attenti a quello che si mangiava. Poi siamo diventati ricchi. Tutto questo nasce in quegli anni e io lo racconto. Poi scusa, se vogliamo giocare con i generi si può spaziare.

In che modo?
Allora si può ritrovare pure un romanzo di avventura, con echi dickensiani e i rimandi ai bambini poveri e alle loro sofferenze, ma per me rimane sostanzialmente un romanzo storico. Poi fate come vi pare, l’importante è che vi piaccia. 

È anche una storia di grande dedizione per il lavoro, in particolare nella narrazione della costruzione della strada che finalmente unirà la città al mare. 
Era la dedizione di tutto il popolo italiano per uscire dalla guerra, dai suoi disastri e dalla povertà e arrivare al benessere. Mio fratello Otello a Latina partecipò alla costruzione della strada del mare, ma parallelamente mio zio Torello in Belgio lavorava nelle miniere e gli altri parenti nelle fabbriche di Torino della Fiat. È tutto legato. 

Senza dimenticare i dolori familiari, che lei descrive però in secondo piano rispetto al senso del dovere. 
Ecco, c’è anche il romanzo familiare. Le grandi famiglie di una volta che ti davano sicurezze e protezioni in certi casi, ma in altri ti opprimevano pure. C’è sia il dramma di crescere che la gioia dell’esistenza. 

Si è perso oggi quel senso del dovere?
Ipse dixisti… lo hai detto tu. Sì, forse quello si è perso illudendosi che insieme a quello si può perdere il senso del dolore. Invece no, non è che non si soffre più. Non è che l’infanzia di oggi sia più felice, perché i bambini soffrono sempre. La crescita è sofferenza, perché legata all’esistenza stessa. Siamo gettati in un mondo di dolore, fin da quando usciamo dal ventre materno. La vita è dolore, per tutti. 

Non le sembra una visione troppo pessimistica?
No, perché la vita di ognuno di noi è costellata più dai dolori che dalle gioie. Per cui, l’unica cosa che può salvarci è il senso del dovere. Non abbandonarci al dolore ma lottando per cercare di uscirne, io per esempio sublimandolo nella letteratura. Per fare questo provo a giocare anche con l’ironia, senza prendermi troppo sul serio e soprattutto considerando che il destino tragico dell’esistenza non riguarda solo noi stessi, ma è destino comune dell’essere umano. Quindi l’unica cosa che possiamo fare è riconoscerci completamente negli altri. Non c’è scampo fuori dall’empatia. 

C’è chi oggi prospetta dopo la pandemia una grande crisi, mentre altri si aspettano un nuovo boom economico. Lei che futuro vede davanti a noi?
L’uomo è sempre lo stesso, siamo sempre gli stessi. Passiamo queste fasi cicliche, dove a un certo punto ci sembra di essere preda della crisi. Ma lo dice la parola stessa in greco, nella crisi sono insiti anche gli elementi per uscirne. Se va a leggere le lettere le epistole che Cicerone inviò ad Attico, già allora si lamentavano “che non sono più i tempi di una volta”, “che le rape non hanno più lo stesso sapore” e che “non ci sono più le stesse stagioni”. 

E quindi su cosa dovremmo concentrare i nostri sforzi? 
Dopo la Seconda guerra mondiale e i totalitarismi, abbiamo sviluppato l’individuo e i suoi diritti mettendoli al primo posto, ma ci siamo dimenticati i diritti delle collettività, delle masse, dei popoli. E non ci sono solo i diritti degli individui, ma anche i doveri di riconoscersi negli altri, di lavorare insieme, di darsi fiducia e darsi da fare. Usciremo anche da questa crisi, come ne siamo usciti dalle altre. Però con tutto il dramma che ha portato il coronavirus, sia per le condizioni materiali che culturali e sociali, non possiamo dire di essere nelle stesse condizioni di 40-50 anni fa. Non c’è paragone. 

Qui la trovo più ottimista. 
Poi bisogna capire che il dover morire fa parte della vita. Oggi forse si è persa questa consapevolezza. Se uno muore a 90 anni i parenti fanno causa alla sanità perché è colpa loro. Ma prima o poi devi morì, c’è poco da fare, inutile che fai tante storie… 

Ha sempre detto che lei non scrive per piacere, ma è una condanna. Quando finirà?
Finirà quando me ne andrò. O quando con la testa e non sarò più in grado di lavorare. Anche se mi sono stufato, avrei tanta voglia di smettere… Non è un piacere scrivere, ma dolore. Il piacere viene dopo aver assolto il mio dovere. Anzi, a metà, perché come diceva mia madre quando facevo le cose fatte per bene: «Bravo, ma hai fatto metà del tuo dovere». 

E quindi dopo ogni romanzo un acciacco. Questa volta cosa le è successo? 
Non me ne parlare! Ho finito il libro consegnando le ultime bozze e il giorno dopo ho cominciato a sentirmi male. Cali di pressione, vertigini e soprattutto l’insorgere di una ragade anale che poi è esplosa e ora sono mesi che sto patendo le pene dell’inferno. Non sono a rischio di vita, certo, però finora non mi sono potuto operare a causa del Covid. Io cito sempre Lucilio: «Dalle viscere tiro fuori i miei versi». Dalle budella, quindi non escono dalla bocca, ma escono da sotto…

Sogna ancora che la chiamino a lavorare in fabbrica?
Oh mamma mia! Non hai idea… In continuazione … sogno mio padre e i miei compagni di fabbrica. Anche perché io non sono quello che si può definire un intellò, cioè uno di quegli intellettuali che stanno nei giri romani. Io sono fuori da tutto, sono a Latina. Sono un narratore, ma prima di tutto un operaio che si è fatto scrittore. La mia pensione di 1500 euro l’ho maturata con 35 anni di contributi in fabbrica, compresi 20 anni di esposizione all’amianto. Io resto quello. 

Eppure, da dieci anni è uno degli scrittori più famosi e venduti in Italia. 
Eh però io rimpiango la fabbrica, ne ho nostalgia. Sogno i miei compagni, soprattutto quelli che non ci sono più. Mi ricordo Palude, al quale avevo dedicato un libro omonimo. La sera prima di andarsene, perché era malato, a un certo punto mi disse: «La fabbrica ci avrà fatto pure ammalare, però ci ha dato da campare a noi e alle nostre famiglie». 

Quando si trovò in cassa integrazione si iscrisse all’università. Quanti crede che oggi farebbero una scelta simile?
Dovrebbero farla tutti! Anzi, appena passa questa emergenza ho l’intenzione di andare dalla preside del liceo classico di Latina a chiederle di istituire dei corsi serali perché vorrei re-iscrivermi alla quarta Ginnasio. Io frequentai l’istituto per geometri, ho studiato il latino però mi mancano il greco e la storia dell’arte. Vorrei tornare a studiare. Ahò, c’ho 71 anni, però anche Beniamino Placido in pensione si mise a imparare l’aramaico. 

Per caso rivede la sua classe operaia di allora nei rider che portano nelle case il cibo e nei facchini della logistica di oggi? 
Il lavoro in fabbrica era diverso. Questi, poverini, lavorano ognuno per conto proprio. Per noi invece il lavoro era strettamente legato dall’uno all’altro. Però sì, qualche elemento comune lo vedo, così come in chi ha quei contratti interinali. Ci trovo un arretramento della classe operaia e del movimento dei lavoratori in generale. Prima o poi sarà necessario che loro si organizzino e che il sindacato riscopra le sue vere funzioni. Ma negli impianti fissi il lavoro resterò fondamentale.

A cosa si riferisce?
Quelli sono servizi non produzione di ricchezza, che si fa trasformando la materia. L’industria manifatturiera deve restare e resterà fondamentale nel nostro Paese. Le fabbriche sembrano più pulite, ma manca la consapevolezza che tu sei solo un pezzo di tutto il sistema e che il tuo lavoro deve essere collegato a quello che viene prima e che viene dopo. Si è persa questa socialità. Poi, porca puttana quando li vedo girare con quelle biciclette… ci sarebbe da incazzarsi sul serio!

In questa sua forza di indignarsi nonostante tutto e di rimanere fuori dai “salotti buoni” mi ricorda uno scrittore come Giovannino Guareschi. Si ritrova nel papà di Peppone e don Camillo? 
Ho una grande stima di Guareschi come costruttore di storie. Ma è nel cinema che mi sembra abbia dato il meglio di sé. Alle sceneggiature partecipava anche lui. Nei libri invece è più frammentario, non ci trovo un’opera corale. Mentre nelle pellicole che vuoi dire, a distanza di 60 anni ancora lo danno in tv e fa sempre il pieno. Il motivo è che sono di valore. Le nostre storie individuali sono diverse, perché lui era un intellettuale, non aveva fatto l’operaio ed era sostanzialmente un uomo della destra liberale. Però, effettivamente, trovo simile a me quell’ansia di unità popolare, di empatia, la facilità di mettersi nei panni degli altri, anche quelli di che consideri diverso da te, dei tuoi “nemici”. Come me metteva al primo posto quello che unisce rispetto a quello che divide. E poi abbiamo in comune la capacità di perdonare.

Visto che ha la capacità di perdonare, ha perdonato chi non l’ha chiamata al Premio Strega quest’anno? 
Se fosse per me ci sarei andato, ma non mi ci hanno voluto. 

Non mi dirà anche lei che il Premio Strega è combinato? 
Lei chiede a uno che ha vinto lo Strega di parlare male dello Strega. Non sarebbe delicato. Tenga presente che la mia vittoria nel 2010 con Canale Mussolini dovrebbe smentire quelle accuse. Quando partecipai la Mondadori mi avvisò: «Non lo vinciamo perché l’abbiamo già vinto da tre anni consecutivi» e invece ho sovvertito il pronostico. E c’erano libri di valore, di Matteo Nucci, di Alessandro Pavolini, di Silvia Avallone. 

“La strada del mare” non meritava di essere almeno fra i 12 candidati?
I premi sono così… La storia della letteratura e la costruzione del canone non possono fare a meno dei premi letterari. Era già così nell’antica Grecia. Scrivevano, poi andavano a teatro e c’era la competizione con il pubblico che applaudiva e se non lo faceva erano fuori. Ma già allora c’era qualcuno che si organizzava le claque. C’è l’opera letteraria e poi c’è l’industria culturale che ci gira intorno. Pensi che quando Benvenuto Cellini scrisse “Vita” lo sottopose a quelli che allora erano gli intellettuali del tempo e gli dissero: «Lascia perdere che è una schifezza». Solo duecento anni dopo è stato riscoperto da Giuseppe Baretti. Quel libro è un grande capolavoro, ma nell’industria culturale a volte funziona così. 

Dei candidati 2021 chi apprezza? 
Trovo bellissimi i libri di Donatella Di Pietrantonio, compreso quello candidato Borgo sud che avrà il mio voto. Non la conosco di persona, ma è bravissima. E ho molta stima di Emanuele Trevi. 

Politicamente vota ancora a sinistra? 
Oddio, gli ultimi anni sono stati tosti nel PD. Voterò a sinistra, certo. Vedremo quale sarà l’offerta. 

La sua casa è ancora nel PD?
Ah regà, io sono classe operaia! Ma che, scherzi davvero? Certo che quella è la mia casa, sarebbe bene se lo ricordassero pure loro. L’ultima volta ho votato Liberi e Uguali, ma insomma la casa è quella. Vengo dal movimento dei lavoratori, non me lo posso scordare. 

Tanti della classe operaia oggi votano Lega o Fratelli d’Italia.
Questo è un problema che si dovrebbe porre il PD. Perché non si sentono più rappresentati? Non è sufficiente dare la colpa alla gente e dire che non capisce un cazzo. Forse sono loro che si sono staccati dal popolo, anche con il tradimento degli intellettuali e dei ceti dirigenti. 

Lei ha mai avuto la tentazione di votare Lega o Fratelli d’Italia?
No, no, no, questa tentazione non c’è. Resto amico di tante persone che conosco e a cui ho voluto bene, ho stima personale di alcuni e anche di Giorgia Meloni ma io voto “classe operaia”. Il massimo che posso fare a Latina, se alle prossime amministrative mi candidano qualcuno che non mi piace, è non andare a votare. Mai voterò per quegli altri. Ma vuoi sapere la verità?

Mi dica.
Il problema vero è che la crisi dopo questa pandemia si è innestata su una crisi che già c’era del sistema politico e rappresentativo in Italia. L’ha esasperata. È il modo di stare insieme in questa democrazia che andrebbe riformato. La Costituzione che abbiamo sarà la più bella del mondo ma è datata, ha ormai fatto il suo tempo. Finché ha retto la Guerra fredda e c’erano i grandi partiti di massa aveva un senso, poi non ha retto più. Non è vero che siamo nella terza Repubblica, siamo ancora nella prima. 

Cosa l’ha più indignata durante questa pandemia? 
Quello che mi fa incazzare sono tutti quei talk show in tv, con i virologi e i politici che fanno un gran chiacchiericcio, chi racconta una cosa e chi un’altra. Non li sopporto più. Infatti, sono più di due anni che mi rifiuto di andare in quei teatrini. Mi hanno rotto i coglioni! E poi sul fumo… 

Sul proibizionismo delle sigarette? Effettivamente, da quando abbiamo iniziato l’intervista ne ha fumata una dopo l’altra.
Questa cosa mi fa incazzare come una bestia, come a Milano che proibiscono di fumare anche per strada. Quando è intervenuto il mio amico Antonio Scurati volevo farlo anch’io, poi mi sono trattenuto. A morì bisogna morì prima o poi o no? Non è che chi non fuma non muore, sbaglio? Quindi non state a rompe li coglioni! Quando moriranno quelli che non fumano, vorrei essere lì a dirgli: hai visto? Che cazzo hai campato a fare? Manco hai fumato! Però non mi ha chiesto una cosa che mi aspettavo…

Cosa?
Che io sono ancora in lutto per lo scioglimento dell’Equipe84. 

Dal 1979 non se ne è ancora fatto una ragione? 
No, era la mia band preferita. Resto legato a quella musica lì degli anni ’60 e mi arrabbio quando cambiano gli arrangiamenti. Non solo, devo ancora riprendermi dal dolore per la separazione tra Gianni Morandi e Laura Efrikian. Sono un nostalgico, come nel calcio. Un romanista che più di Totti porta nel cuore Falcão. 

Al Nobel ci pensa ancora?
Sì, ma non mi vogliono più allo Strega figuriamoci al Nobel. Candidatemi voi di Rolling Stone! 

L’ho trovata particolarmente moderato in questa chiacchierata.
È che ho 71 anni, le energie vengono a mancare. Fino a dieci anni fa mettevo le sedie in piazza a fare i miei comizi volanti con il megafono, a chiedere questo o quello, però non mi ascolta nessuno manco a Latina. Alla fine, uno si stufa. E allora sai cosa vi dico? Fate un po’ come ve pare… io scrivo i libri. Ma le cose che mi fanno incazzare sono tantissime, non ne ha un’idea. 

Come le piacerebbe morire? 
A volte penso nel sonno. E soprattutto senza lasciare conti in sospeso. Andarmene sereno. Possibilmente senza soffrire troppo. Non mi mette paura la morte. Parte del mio dovere l’ho fatta. Mi considero nella fase finale della mia vita e se la parte migliore di me se ne è andata, anche la peggiore è alle spalle. Perché non sono sempre stato una persona perbene, da ragazzo non ero un bravo ragazzo, non sono stato un bravo figlio e neanche un bravo padre. Ora sono un bravo nonno. E ho reso testimonianza e onore ai miei morti, così mi sono riconciliato con mio padre e mia madre. 

E si accende un’altra sigaretta. A smettere di fumare non ci pensa?
Eh vabbè, pure quello devo fà? Abbiate pazienza, andatevene un po’ affanculo!