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Antonio Moresco e quell’unico rimpianto: «Il Premio Strega, ma è un gioco truccato»

Abbiamo incontrato Antonio Moresco per parlare del suo nuovo libro, "Chisciotte", in cui il protagonista è un pazzo che esce dal manicomio per salvare noi, che siamo i veri pazzi, e da cui verrà tratto un film con Valentina Nappi

Mentre parliamo, l’Italia è in attesa del nuovo Dpcm del governo. E quando gli chiedo come stia vivendo questo periodo complesso di pandemia, risponde che nella sua vita i terremoti non sono mai mancati. Adesso, però, quelli interiori si sommano a quelli esteriori. Antonio Moresco è uno scrittore atipico. Oppure è atipico il mondo editoriale, e lui è uno dei pochi “normali”. Ai posteri l’ardua sentenza. Fatto sta che prima di arrivare ad essere uno degli autori più considerati della letteratura contemporanea (c’è chi dice il migliore), ha attraversato lunghi anni di povertà e fatiche, rifiuti e incomprensioni, abitando nelle periferie di varie città a stretto contatto con quelli che una volta venivano definiti “proletariato” e “sottoproletariato”. Ha anche creduto alla rivoluzione, gettando nella spazzatura sacchi e sacchi di scritti giovanili, ma venuta meno quell’illusione è tornato sull’unica strada per la quale sarebbe stato davvero disposto a sacrificare tutto: la scrittura. 

Ora lo ritroviamo in libreria con un volume tanto folle, quanto in linea con il romanzo a cui è ispirato. Si intitola Chisciotte (Sem editore), dove il personaggio di Miguel de Cervantes è scaraventato nel nostro tempo e dal manicomio in cui è rinchiuso cercherà di uscire per salvare proprio noi, che ai suoi occhi sembriamo decisamente dei pazzi. Un’opera sulla quale è in lavorazione anche un film, dove il ruolo di Dulcinea sarà interpretato dalla pornostar Valentina Nappi. Lo abbiamo incontrato, scoprendo che nonostante tutto ha un unico rimpianto: “Non parteciperò mai più al Premio Strega, se il gioco è truccato, perché ci devo andare?”. 

È in arrivo il nuovo Dpcm (per chi legge è già stato introdotto), come affronta questo periodo così particolare? 
È vero, è un periodo complicato, per me anche fervido di ispirazione. Lo vivo da terremotato. Sono in giro da un anno per varie case e città perché non posso più stare dove ho vissuto per 40 anni. Sono tornato a Milano ospitato da una persona amica. Insomma, si sommano terremoti esteriori con terremoti interiori. E devo dire che fra loro c’è una certa armonia. 

Quindi sta lasciando Mantova?
Sì, perché anche lì ero ospitato dalla figlia di un amico ma desideravo tornare a Milano. Ci ho vissuto 50 anni non vedevo l’ora di tornarci. Mantova è la mia città d’origine, ma è legata a ricordi molto pesanti. Avevo bisogno di tornare nel luogo in cui ho scelto di stare. 

Qual è il primo ricordo da bambino che le viene in mente?
Me lo sono chiesto spesso anch’io, visto che a volte mi capita di leggere quello che dicono gli altri. Non sono sicuro che sia quello, però mi viene in mente questa scena che è abbastanza terribile, almeno quello che si è impresso con più forza nella mia corteccia cerebrale. Avevo uno zio che aveva provato mille mestieri e in un periodo aveva messo in piedi un allevamento di polli. Possedeva anche due enormi doberman per fare la guardia e un giorno venne a farci visita. Quando vidi quei due cagnoni mi misi a piangere e ad urlare e mia madre mi spostò sopra al tavolo, solo che con il muso quelle due bestie enormi arrivavano dov’ero io. Un ricordo abbastanza inquietante. 

Ha raccontato anche nei suoi libri di aver vissuto per anni in povertà. C’è qualcosa che le ha insegnato quella condizione? 
Durante l’infanzia non è stato facile, avendola passata in casa di nobili per i quali mia madre lavorava come governante. Però la vera miseria l’ho conosciuta dopo, dai 20 ai 30 anni, andando in giro in varie città a inseguire le mie illusioni politiche e rivoluzionarie. Quando ero a Pavia e ancor di più a Verona, ho lavorato come operaio e facchino e alloggiavo in case occupate. Ero molto molto povero. Non mi vergogno di quel periodo, perché mi ha lasciato un senso forte dell’esistenza, benché trascorsa in modo abrasivo. E poi mi ha fatto conoscere tante persone degne, sia buone che scellerate. Ma sono contento, perché mi hanno dato un’idea più intima della vita, che mi è rimasta dentro come scrittore. 

Qual è stato il momento più basso? 
Tanti giorni sono stati pesanti, ma uno che mi ha impressionato è di quando lavoravo come facchino alla Melegatti a Verona e caricavo scatoloni enormi di confezioni di pandori nei vagoni ferroviari. Un giorno non ho resistito e mi sono ribellato, perché c’era un capo magazziniere che ci trattava come animali. Non maledico di essermi ribellato, però ricordo con emozione quali furono le conseguenze prima di licenziarmi e farmi trovare la polizia davanti ai cancelli per non farmi rientrare. Mi trasferirono, per non farmi stare vicino agli altri compagni, a lavorare con un vecchio pazzo alcolizzato che con un furgone trasportava i rifiuti della produzione nelle discariche. Con questo vecchio pazzo e alcolizzato che correva come un folle con il suo furgoncino, rischiavamo sempre di rovesciarci in mezzo a quelle montagne di spazzatura. E quando aprivamo i portelloni, venivamo assaliti da nugoli di vespe attratte da quel pastone dolce di pandori andati a male. Ci inseguivano anche quando andavamo via. A volte avevo la montatura degli occhiali con qualche schizzo di quella sostanza e mi vedevo le vespe davanti agli occhi. È stato un momento tosto. 

Lei che ha conosciuto bene la classe operaia e partecipato ai movimenti di quegli anni, come si spiega che si sia spostata in massa dalla sinistra alla destra, o verso il Movimento 5 Stelle? 
Che ero operaio lo avevo scritto sulla carta d’identità ed era il lavoro che pensavo avrei fatto per tutta la mia vita lavorativa. Ho conosciuto bene il proletariato e il sottoproletariato e allora accadevano episodi oggi inconcepibili. Per usare un termine leopardiano, c’erano delle “illusioni”. Di migliorare il proprio stato sociale, di rovesciare i cardini dei nostri destini. Ricordo una grande occupazione a Verona ed era presente chiunque, dagli operai alle prostitute, ai poveri. Ognuno pensava che la propria vita potesse mettersi in movimento. Poi, cadute le illusioni, si è rimasti ognuno sul proprio binario non modificabile. Sono venute meno le trascendenze che permettevano quel movimento. E così, le spiegazioni date dalla destra, deformanti e fuorvianti, in mancanza di prospettive più alte da parte della sinistra, a molti sono sembrate funzionare. È colpa dei neri, degli zingari e così via e si è scatenata la guerra tra i miserabili, perché non c’è più un obiettivo comune. 

Si sente uno dei delusi dalla sinistra?
A 30 anni quando ho finito il mio decennio di lotte, ho riafferrato il filo abbandonato e tradito che non è della letteratura, che è una parola vuota, ma di riuscire a comunicare attraverso la parola scritta una serie di tensioni che avevo dentro. Non è che sia diventato un ignavo e non abbia passioni, incazzandomi come una bestia per certe cose, ma diciamo che non considero più la politica l’unico livello in cui intervenire sul reale. Anzi, mai come oggi la politica mostra la sproporzione verso ciò che accade. Verso problemi non solo sociali, ma anche epocali di specie, la politica non li affronta e mette la testa sotto la sabbia. Credo che debbano formarsi nuove forme che ancora non sono concepite. Non possiamo risolvere tutto modificando qualcosina all’interno dello stesso gioco. Bisogna cambiare completamente il gioco. Faccio differenze, certo, però attendo una grande invenzioni che ci porti dentro nuove forme di rapporti sociali, sennò non ne veniamo fuori. 

Diciamo che nel mondo dell’editoria non ha incontrato meno difficoltà. L’ha raccontato ne Gli esordi, quindici anni di apprendistato fra rifiuti e incomprensioni. 
In realtà l’apprendistato è stato molto più lungo. Ho iniziato a scrivere a 13-14 anni, ero in un collegio e d’estate in un orfanotrofio. Ho avuto grandi difficoltà con la scuola. Ma a un certo punto ho trovato la poesia e la scrittura e mi sono appassionato. Fino a 20 anni ho scritto, solo che arrivato a quell’età ho buttato via tutto, cinque o sei sacconi pieni di romanzi, racconti, pensieri e appunti.  

Si è mai pentito?
Un po’ sì e un po’ no. Magari in mezzo a tutta quella roba lì qualcosa di buono, però ha avuto un senso per me quel gesto. Mi ero messo in testa, sbagliando, che la scrittura rappresentasse la mia debolezza, la parte sensibile da cancellare prima di buttarmi nell’avventura politica e rivoluzionaria. Ho pensato, a torto, che dovevo cancellarla. Ho ripreso a 30 anni e a quel punto era diventata una questione di vita o di morte. Poi però ci ho comunque messo 15 anni prima di pubblicare e a 40 ho eliminato ancora un sacco di roba, per un gesto di ribellione proprio verso un mondo culturale che mi rifiutava così duramente. Questo lunghissimo apprendistato mi ha portato a selezioni durissime. E devo dire che, se in passato davo una valutazione negativa di questi momenti, ora ammetto che hanno messo alla prova la mia vocazione di scrittore e con il senno di poi hanno avuto un senso. 

Le lancio una provocazione: da molti viene definito il miglior scrittore italiano, eppure non ha mai vinto il Premio Strega. 
Quando ho partecipato mi era stato chiesto da un amico editore e ho accettato per stupidità e ingenuità. La colpa è solo mia. È stata una cazzata che non rifarò mai più. Non c’è verso lì, le logiche sono completamente diverse. So di risultare donchisciottesco e attribuisco al mio essere scrittore anche elementi che vanno al di là della letteratura, però a quel mondo non gliene frega proprio niente. Sono stato sciocco a mettermi dove non dovevo stare. Non mi vedrete più al Premio Strega, a meno che non rincoglionisca. 

Non fa un po’ pensare che lei, così come Aldo Busi, Alberto Arbasino e altri considerati fra i migliori scrittori contemporanei non troviate posto al premio che più dovrebbe rappresentare la letteratura in Italia? 
Aldo Busi ha partecipato e non è entrato in cinquina, proprio come me. Non solo, non l’hanno vinto Pasolini, Sciascia, Calvino. La lista è lunga. Io quando mi è successo mi sono saltati tutti addosso perché ho criticato quel sistema. Mi dicevano: “Ma dai Antonio, si sa che è così”. Ma come? gli rispondevo, non è giusto che funzionino così le cose. Perché devo accettare questa logica tutta italiana? Se il gioco è truccato non vedo per quale ragione ci dovrei andare. Allargando il discorso, non hanno vinto il Nobel neppure Tolstoj, Kafka, Proust, Virginia Wolf. Ma pensi che il povero Giacomo Leopardi, quando ha avuto la debolezza di partecipare a un premio con Operette Morali è arrivato ultimo. Effettivamente è un po’ strano, ma è così. 

Diciamo che è un po’ come a Sanremo, dove gli ultimi saranno i primi. 
È una logica che non premia il merito, se non in casi rarissimi. Ma non accuso nessuno, solo la mia ingenuità. 

Una ingenuità che forse la accomuna perfettamente con Chisciotte, il personaggio di Cevantes al quale ha dedicato il suo nuovo libro gettandolo nella nostra contemporaneità. 
Mi sento molto vicino a questo personaggio. È un libro che ho letto più volte, lavora su vari piani e viene apprezzato e capito in diversi modi. Puoi sganasciarti dal ridere, solo che mentre ti diverti impari come è fatto il mondo grazie a un personaggio che allarga il reale. C’è dentro tutto, il reale, l’immaginazione, il sogno, l’illusione e diventano una cosa sola. È rivoluzionario, eversivo, al centro della letteratura. Non potevo non amarlo. È stato scritto verso la fine di uno scrittore con una vita durissima. Scappato dalla Spagna dopo aver ferito un avversario a duello, è diventato soldato in Italia e nella battaglia di Lepanto si è preso tre colpi di archibugio nel petto, e poi monco di una mano è finito schiavo ad Algeri, successivamente riscattato, in Spagna è stato imprigionato e scomunicato. Poco prima di morire, quest’uomo che poteva apparire come un fallito ha messo al mondo una invenzione incredibile. 

Il suo Chisciotte invece parte dall’interno di un manicomio ai giorni nostri. 
Non è stato un esercizio di stile, ma penso di essere riuscito a farlo diventare carne e sangue. Ho sostituito alla cavalleria gli scrittori, i poeti, i rivoluzionari, gli avventurieri amati, tutte figure che mi affascinavano. L’ho fatto diventare un personaggio che può parlare all’oggi. Attraverso la televisione dell’ospedale psichiatrico in cui si trova, vede questa epoca scorrere e lui la considera piena di pazzi e quindi vuole uscire per rimettere in sesto il mondo. Un capovolgimento. In pratica, il manicomio è la realtà in cui siamo immersi tutti quanti noi. La nostra “prigione bianca”, la chiama Chisciotte. Mi è sembrato l’unico modo per poter far emergere anche considerazioni non accomodanti rispetto al nostro tempo. 

Come mai nel film per il ruolo di Dulcinea ha scelto la pornostar Valentina Nappi? 
Perché ho sviluppato il personaggio di Dulcinea molto più di Cervantes, dove invece non compare mai e viene solo immaginato. Mi stava stretta questa descrizione, volevo tirare fuori la potenza femminile, oltre a quella maschile. Dulcinea me la sono reinventata, dandogli un ruolo molto forte all’interno del libro. Lei funge anche da passaggio fisico nell’avventura di Chisciotte e mi sembrava interessante creare una trascendenza nella figura di Valentina, visto l’emblema di cui lei è portatrice. Unire l’alto e il basso, il cielo e la terra. Non è che nel film si produrrà nella sua “arte”, ma solo il fatto che sia lei ha un valore e un significato molto alti. D’altronde, quale può essere l’equivalente di una contadina del ‘600 se non una pornostar di oggi, che è una professione troppo spesso disprezzata? Per questo mi sembrava bello che fosse lei Dulcinea. 

Ha mai visto un film di Valentina Nappi?
I suoi film no, ho visto il documentario su di lei e l’ho incontrata varie volte. Non sono un fruitore di porno, perché con il corpo si potrebbe fare molto di più. È un territorio dove c’è ancora tutto da fare, si può andare molto oltre, invece molto spesso la pornografia è robotica. È un peccato, perché si potrebbe liberare una potenza imprigionata oggi usata solo in modo ripetitivo, molto prevedibile. Servirebbero una mentalità e una fantasia aggiunte per donargli qualcosa di inaspettato. 

Nel libro Il canto degli alberi scrive: “In una situazione di paura è possibile imporre il coprifuoco” e ancora: “In laboratori segreti e invisibili veri e propri criminali continuano a fabbricare nuovi virus in grado di distruggere l’altro in una futura e possibile guerra batteriologica”. Non sarà complottista verso l’emergenza Covid? 
Non ho gli strumenti per sostenere che ci sia un complotto, né in un senso né nell’altro. Mi limito a dire che magari, se qualcuno ha delle cattive intenzioni, mettiamola così, questa esperienza gli ha mostrato che è possibile tenere intere nazioni imprigionate. Non penso sia ingiusto in questo momento, ma la preoccupazione è che questo possa far venire qualche brutto pensiero. 

Lo scrittore Aldo Nove, invece, considera che tutto sommato siamo dentro una dittatura. 
A volte in queste posizioni c’è una sottovalutazione che esista qualcosa che oltrepassa l’uomo. Non siamo la parte più potente della natura. Esistono la malattia, il male e via dicendo. Sono restio ad attribuire tutto il bene e il male solo all’uomo. Anche se l’attribuissi nel male, sarebbe come dare all’umano un senso di onnipotenza. E invece no, cazzo! Se mi arriva in testa un meteorite è forse colpa dell’uomo? Al contrario, l’uomo dimostra di essere debole e inerme. Detto questo, non è che non veda elementi inquietanti e possibili sviluppi negativi per la nostra società.  

E come si spiega che lo scrittore Massimiliano Parente, al contrario, l’ha accusata di dare sempre la colpa all’uomo e mai alla natura per quel che accade nel mondo? 
Molte delle cose che mi attribuisce Massimiliano mi sembra che non stiano né in cielo né in terra. Per dieci anni ogni libro che scrivevo veniva giudicato da lui in maniera esaltatoria, poi dall’oggi al domani, con una inversione speculare robotica, ogni libro che scrivo viene stroncato con epiteti ridicoli tipo “prete”, “boy scout” o “marzulliano”. Non ne conosco le ragioni, ma se uno ha letto i miei libri come fa a dire quella cosa lì? C’è un accecamento che non so da dove gli venga. Sono stato amico di Parente, per questo resto sconcertato quando vedo le persone che rovesciano così repentinamente il loro atteggiamento nei confronti di quello che scrivo. 

Massimiliano Parente si è autodefinito “il più grande scrittore dopo Marcel Proust”. 
Ognuno può dire quello che vuole, solo che già quando lo conoscevo gli dicevo: ma perché fai queste esternazioni? Esprimono un’ansia. Il fatto che prima di tutto lui stesso sa che non è così, sennò non avrebbe bisogno di dirlo. Ha mai sentito Proust o Dostoevskij dire di sé quella roba lì? Non ne avevano bisogno, non si ponevano il problema. Purtroppo, tradisce una mancanza. Poi è macchiettistico, l’ha già detto Aldo Busi. Ognuno fa quello che vuole, solo che a me provoca un senso di dispiacere, perché mostra una pena, una insicurezza, una paura, oltre all’arroganza con cui viene posta la questione. 

Ogni tanto si dice che non ci sono più i grandi scrittori di una volta. Lei ne vede in giro? 
Sì, certo. Non è vero che non ci sono più, è un ritornello che viene fatto ogni 10-20 anni. A parte che si capisce sempre dopo quello che c’era o non c’era. Quando Kafka si aggirava per Praga e vendeva 200 copie dei suoi libri di racconti, nessuno si accorgeva di avere sotto il naso uno dei maggiori scrittori del ‘900. Cosa ne sappiamo di quello che c’è sottoterra? Il dire che non ci sono più grandi scrittori denota un timore della grandezza, perché ti senti piccolo e allora dici che non c’è nessun altro più grande così non sei costretto a confrontartici. 

Qualche scrittore che lei ritiene meritevole?
Ci sono scrittori bravissimi, magari diversissimi gli uni dagli altri. Aldo Busi è tanto tempo che non lo leggo, però ha scritto almeno 4-5 libri molto notevoli. Oppure ci sono scrittori come Michele Mari o Walter Siti che hanno prodotto ottime cose, ma anche tra i più giovani. Ho letto di recente con grande stupore l’ultimo libro di Enrico Macioci, che è davvero notevole, scritto con mano ferma. Questi sono solo alcuni nomi, ma sicuramente me ne dimentico tanti altri. C’è sempre qualcosa di buono sia in Italia che all’estero. 

Essendo donchisciottesco, c’è una follia che ha fatto nella vita? 
Moltissime, ho solo l’imbarazzo della scelta. Sono scappato da Mantova, andando a vivere nelle estreme periferie senza soldi per affitto e luce, poi nel il periodo politico ne ho fatte di tutti i colori. Quando credo in qualcosa non mi tiro indietro e vado fino in fondo. Come nella scrittura, che per me ha rappresentato una follia, quella di perseverare per quindici anni scrivendo Gli esordi o Canti del caos mentre venivano rifiutati i libri piccolini e io mi intestardivo a proporgli quelli di migliaia di pagine. Secondo la logica utilitaristica non avrebbe avuto nessun senso, però sono sempre andato avanti così. 

E con i soldi, in seguito si è tolto qualche soddisfazione? 
Mica tante, anche perché non ho ancora una grande larghezza economica. Le mie soddisfazioni sono state di camminare a piedi per 1200 chilometri, o da Parigi a Berlino, o da Trieste a Sarajevo, o da Mantova a Strasburgo. Forse però sono più da ascrivere al regno della follia. Ho fatto qualche viaggio all’estero in America Latina, in Argentina, Uruguay, Paraguay. Però accidentaccio, non ho mai avuto tanti soldi per fare follie più grandi. 

Ha un vizio che la assilla?
Ho il vizio dell’amore, se di vizio si tratta. Mi è rimasto solo questo. In passato ho avuto dei problemi con il vizio del bere, ma dai 40 anni in poi sono rientrato nella normalità liberandomi da quella schiavitù. 

Ha sempre parlato poco della sua famiglia, come mai? 
Sono sposato, ho una figlia e una nipote, ma adesso sto divorziando, dopo tanti anni insieme. È un dolore…

Ci ha mai pensato a come vorrebbe morire? 
Vorrei morire da vivo.