Anton Čechov, d’amore e di scienza | Rolling Stone Italia
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Anton Čechov, d’amore e di scienza

Il 29 Gennaio del 1860 nasceva uno dei più grandi scrittori della letteratura mondiale, un autore fuori da ogni schema, non etichettabile. Ecco la sua storia, dall’infanzia terribile alla medicina, fino al racconto del dramma della nostra quotidianità

Foto: Fine Art Images/Heritage Images/Getty Images

“Una denuncia contro l’ignoranza e l’oscurantismo, un inno in favore del progresso, delle potenzialità della scienza e delle medicina contro l’esaltazione parossistica della natura e dell’ascetismo religioso” (da Reparto n.6 di Anton Pavlovič Čechov, 1882)

Il 29 Gennaio del 1860 nasceva a Tantarog, una piccola cittadina portuale della Russia europea, uno dei più grandi scrittori della letteratura russa e mondiale se nonché drammaturgo fuori da ogni schema, ogni movimento, ogni possibile collocazione politica e strutturale, non etichettabile. Stiamo parlando di Anton Pavlovič Čechov, medico, di primo mestiere, che definì il tempo che egli dedicava alle scritture come il tempo che si dedica alle amanti. “La medicina è la moglie legittima, la letteratura la mia amante”, aveva sempre sostenuto.

Introverso, nato da una famiglia numerosa, da un padre tiranno. Ricorderà con profondo senso di amarezza e realtà tutto ciò che riguarda la sua infanzia, di quel sacro tempo di cui verrà privato: “mio padre cominciò a educarmi o più semplicemente a picchiarmi, quando non avevo ancora cinque anni. Nostro padre faceva una scenata durante la cena per una minestra troppo salata, o dava dell’imbecille a nostra madre. Ogni mattina, al risveglio, il primo pensiero era: oggi sarò picchiato? Sono stato allevato nella religione, ho cantato nel coro, ho letto gli Apostoli e i Salmi in chiesa, ho assistito regolarmente ai mattutini, ho persino aiutato a servir messa e suonato le campane. E qual è il risultato di tutto ciò? Non ho avuto infanzia. E non ho più alcun sentimento religioso. L’infanzia per me e i mie fratelli è stata solo un’autentica sofferenza”. Sarà solo la madre, sottomessa e picchiata dal padre, al quale mai riuscirà a ribellarsi, che in silenzio gli trasmetterà la gioia, la forza, e per il piccolo Anton sarà motivo di Amore. Amore con la lettera maiuscola, che sarà presente in tutte le sue opere, anche se velato, nascosto, ma sempre presente come l’unica verità possibile che l’uomo può mostrare a se stesso. L’amore è in Čechov il momento migliore dell’uomo. E sarà proprio per l’attaccamento e la devozione materna che l’amore per Čechov avrà sempre le sue sembianze: “per me non esiste nulla di più caro di mia madre in questo mondo di cattiveria”.

Čechov fu medico, prima di essere letterato e insieme forse tutte e due le cose, senza avere il bisogno di dover separare i due mestieri. Perché attraverso la scienza aveva gli strumenti per curare il corpo e con i suoi racconti e le sue opere aveva la possibilità di denunciare, senza avere la pretesa di curare l’anima. Non era questa l’intenzione di Čechov. Ma era aprire gli occhi sulle condizioni di vita, umane, sull’incomunicabilità degli essere viventi. Su una condizione di totale apatia generata dall’esterno che lo circonda e imprigiona.

L’uomo costretto a tratti da un sonno totale, e nonostante “addormentato” è succube di quello che gli accade intorno e allo stesso tempo ne è completamente sconfitto, non in grado di combattere. Ma sul palcoscenico non si può non mettere in scena il dolore e la sofferenza se non attraverso i gesti piccoli e minuscoli di tutti i giorni, considerati da tutti banalissimi ma che nascondono in realtà i drammi dell’esistenza quotidiana, dunque umana.

Ma non è la scienza che lo allontana dall’uomo o dall’umanità. Anzi. Il suo essere medico dà al drammaturgo russo quello che lo contraddistingue da tutti gli altri. Čechov in realtà attraverso la conoscenza, la fiducia nella scienza, attraverso questo mestiere riuscì più di ogni altro a denunciare le ingiustizie del tempo, di come i malati erano trattati, in quali condizioni erano obbligati a stare. Combattere attraverso la conoscenza, questo era Čechov, questo il ruolo di essere un intellettuale. La brutale realtà con cui descrive le condizioni dei malati psichiatrici in Reparto n.6, uno dei suoi racconti che fecero più impressione allora e che rimane impressionante ancora oggi, ci fa capire che la scrittura di Čechov non ha orpelli, non cerca di abbellire o di fare della letteratura una cornice. Čechov rimane semplice, Čechov racconta la realtà, brutta, meschina, cattiva, violenta, Čechov porta sulla scena la banale quotidianità drammatica dell’essere umano.

Al suo amico e poeta Sergey Gorodeckij scriveva così: “si esigono eroi, eroismo, ed eroismo che produca effetti scenici. Pure nella vita non si spara, non ci si impicca, non si dichiara il proprio amore e non si enunciano pensieri profondi tutti i giorni a getto continuo. No, quasi sempre nella vita si mangia, si beve, si fa all’amore, si dicono delle sciocchezze. È tutto questo che si deve vedere sul palcoscenico. Bisogna scrivere una commedia, in cui le persone vanno, vengono, pranzano, parlano della pioggia e del sole, giocano alle carte, non per volontà dell’autore, ma perché tutto questo avviene nella vita reale. Non è naturalismo, né realismo. Bisogna lasciare la vita qual è, gli uomini quali sono, veri e non gonfi di retorica”. Tanta è la verità delle opere di Čechov, che sarà di ispirazione all’inizio del XX secolo per il regista Stanislavskij, nella ricerca di un metodo di recitazione basato sulla sincerità e sull’espressione degli stati d’animo.

Dovremmo anche dare retta allo scrittore e drammaturgo russo Maxim Gorkij quando scrisse che “leggere Čechov ti fa diventare una persona migliore”. Ecco, potremmo diventare persone migliori se davvero riuscissimo a riprendere in mano la conoscenza e il lavoro dello scrittore russo. Specie in questo momento storico che vive di e contro l’ignoranza e sopravvive pur mangiando dallo stesso piatto e dall’oscurantismo che questa produce.

Chissà Čechov, cosa porterebbe in scena oggi, nel 2022, dopo due anni di pandemia, di completo distacco della razza umana e l’essere completamente avulsi da quello che ci circonda, nonostante ne siamo succubi… Sì, è vero che ci preoccupa e ci destabilizza quello che accade fuori, ma in realtà pensiamo sempre di più a noi stessi. Gli uomini per quali sono, appunto. Gli uomini trincerati nella loro paura di morire, gli uomini pieni di sé perduti nell’ignoranza.

E attacchiamoci a Shakespeare, al quale lo stesso Čechov faceva riferimenti, basti pensare al dramma Il gabbiano, dove Arkadina e Treplev citano versi dell’Amleto. Abusiamo del già stra-abusato verso “che siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni” per avere un metro di paragone tra il sogno e la realtà, per trasportare in qualche modo Čechov qui, in questo secolo, per poter dire che per lo scrittore russo l’uomo dovrebbe essere fatto di Amore e Scienza. In Čechov, come medico prima e come scrittore insieme, non si può in nessun modo non avere fiducia nella scienza. È l’ignoranza che genera nell’uomo la sfiducia nella medicina, sono gli uomini di allora come ora che si fanno preda di magheggi, stregonerie, fedi mutilate, di quelle credenze fatte venir fuori solo per convenienza, pur di non dare le loro vite alla conoscenza, di dedicarsi alla conoscenza per il progresso.

“L’uomo è ciò in cui crede”, ribadiva, e “quel che proviamo quando siamo innamorati è forse la nostra condizione normale. L’amore mostra quale dovrebbe essere l’uomo”. Già così dovrebbe essere l’uomo, così l’amore secondo Cechov dovrebbe salvarci, insieme alla scienza, privarci della cattiveria, della nullità, dell’ignoranza, l’amore dovrebbe essere il vero volto che l’uomo porta in scena, senza dover cambiare mai la maschera. Ma allora come ora non siamo fatti di amore e scienza. Ma di cattiveria, meschinità, ignoranza, e solo il silenzio (come scriveva Čechov) porta a galla la verità, lo stesso silenzio delle città durante il lockdown. Lì, in quel momento l’uomo è venuto fuori, l’uomo ha mostrato quello in cui crede. Il 29 Gennaio del 1860 nasceva, in una piccola cittadina portuale della Russia, Anton Čechov, uomo, letterato, drammaturgo che ha creduto nella scienza e nell’amore.