Anche se ha 160 anni, Italo Svevo è uno scrittore giovanissimo | Rolling Stone Italia
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Anche se ha 160 anni, Italo Svevo è uno scrittore giovanissimo

Aron Hector Schmitz, meglio noto come Italo Svevo, nasceva a Trieste 160 anni fa. Raccontando la normalità, la monotonia, la malattia dell'uomo e la malattia del mondo, è ancora oggi lo scrittore italiano più attuale

Lo scrittore deve “amare se stesso”, guardarsi allo specchio e “scrivere ogni sera la storia della sua giornata”, suggerisce Schmitz nel 1927 a Cyril Ducker: “è l’unico modo per ottenere una grande sincerità”. 

Potremmo scegliere di essere Alfonso Nitti, Zeno Cosini, Emilio Brentani o persino Aron Hector Schmitz, nato nella Trieste mittleuropea che accoglieva Joyce, i caffè, la letteratura e che abbracciava il mondo intorno a sé, esattamente 160 anni fa. E noto a tutti col nome di Italo Svevo, colui che secondo Eugenio Montale “riuscì a descrivere l’epica della grigia casualità della nostra vita di tutti i giorni”. Potremmo scegliere in una giornata di essere quattro personaggi insieme, tre personaggi sveviani e Svevo stesso, così da renderci conto che tutti e quattro non sono nient’altro che i pezzi di un puzzle che compongono un essere unico, perché le persone vanno considerate a pezzi, come sosteneva lo stesso Svevo, per amarle nella loro interezza. Sono i pezzi, messi insieme che rendono poi l’essere umano unico.

“Quando mi faccio la barba mi guardo in specchio con grande ammirazione: ‘Bravo, caro Ettore, bravo! Adesso dovresti cambiare di nuovo mestiere per vedere quanti altri piccoli talenti sono in te'”. Così potremmo scegliere di essere Alfonso Nitti oggi dal mattino fino al mezzogiorno, e poi dal mezzogiorno sino alle venti essere Zeno Cosini, e alla sera fino alle mezzanotte Emilio Brentani. E potremmo essere tutti in città diverse del mondo, ma saremmo sempre incastonati in quella categoria di fallimentari “impiegati della vita”, affermazione cara e anche semplicisticamente usata per descrivere questo colosso anomalo della nostra letteratura. E solo però con la luce del nuovo giorno, dinnanzi ad uno specchio, potremmo essere Italo Svevo, ovvero essere sinceri. Perché è lì in quel momento, dopo una vita passata a cercare sotterfugi, inganni, piccole bugie salutari, malattia, nevrosi care che ci tengono in piedi, dopo la ricerca forsennata di compiacere gli altri ed essere accettati da una società che in fondo non amiamo, che siamo noi stessi e ci diciamo la verità.

Potremmo essere – perché lo siamo – quelli che lo scrittore tedesco Paul Hayes definiva come personaggi brutti interiormente, non dei mostri ma solo trincerati in loro stessi, che vivono nel terrore e sono terrorizzati da tutto ciò che la vita può chieder loro. Per un personaggio svenivano vivere è quasi troppo e se per forza bisogna vivere allora bisogna trovare l’equilibrio tra una volontà di vendetta nei confronti del mondo e degli altri e l’accettazione di se stessi come esseri inferiori: il sapere di non valere niente, il non trovare riconoscimento, la sensazione che ogni cosa sia superflua e che solo ritornando indietro forse si avrebbe una possibilità di salvezza. 

Come il giovane banchiere Alfonso Nitti di Una vita, che non è contento del suo lavoro in città e vorrebbe tornare al paese: “Non ti pare, mamma, che sarebbe meglio che io ritornassi?”. Alfonso mal sopporta l’avidità e l’invidia dei colleghi, sa di essere diverso da loro ed è ncapace di comprendere come si possa vivere così, senza la conoscenza, senza la letteratura. E sceglie il suicidio come forma di liberazione: pensa che nella morte, suicidandosi, possa ottenere la sua unica grande vittoria nei confronti di quella società da lui detestata.

Elevarsi da una società mediocre che ti fa sentire inadatto. Il divenire inetto di tutti i personaggi sveviani è solo un processo naturale. Come si può essere adatti in una società che ti rende estraneo? Che fa morire tutte le tue passioni? Che porterà lo stesso Svevo a definire la sua passione per la scrittura “inutile e dannosa” visti i primi, fallimentari risultati dei suoi romanzi Una vita Senilità? Anche Svevo, come i suoi personaggi, è stato costretto a inseguire la vita attraverso un lavoro riconosciuto: commerciante, impiegato. E la morte dei suoi personaggi, quella di Alfonso Nitti come quella della sorella di Emilio Brentani, protagonista di Senilità, racchiude non solo una morte fisica ma soprattutto una morte spirituale – una morte dell’anima. Quella che segue al posto fisso, la casa, il mutuo, le rate e tutti gli altri modi in cui accontentiamo la società. 

Per questo Svevo è ancora attuale – ancora vivo. “La vita attuale è inquinata alla radice. L’uomo s’è messo al posto delle bestie ed ha inquinata l’aria, ha impedito il libero spazio. Può avvenire di peggio. Il triste e attivo animale potrebbe scoprire al proprio servizio delle altre forze. V’è una minaccia di questo genere in aria. Ne seguirà una grande chiarezza… nel numero degli uomini. Ogni metro quadrato sarà occupato da un uomo. Chi ci guarirà dalla mancanza di aria e di spazio?”, scrive nella Coscienza di Zeno, ed è come se Zeno Cosini vivesse oggi, in una qualunque città del mondo: un uomo per ogni metro quadrato, specie durante i lockdown, un uomo che riscopre il proprio essere quel metro quadrato, e che sente che gli mancano aria e spazia. 

In vita, Italo Svevo amava la psicanalisi. Nella Coscienza di Zeno la tiene a distanza con ironia feroce, perché conoscere il dolore e la sua provenienza è conoscere noi stessi, e conoscere davvero quello che siamo potrebbe non sempre piacerci. Eppure, per il modo bizzarro che ha la storia di vendicarsi, quello che veniva identificato come lo scrittore più anomalo della letteratura italiana finisce per essere lo scrittore che per eccellenza è in grado di indagare la normalità, il grigiore, la mediocrità, il contrasto tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere, l’inconscio dell’uomo moderno.

La normalità, la monotonia, la malattia dell’uomo e la malattia del mondo. Sono temi cari a Svevo e che oggi ci parlano particolarmente. Come i suoi personaggi ci sentiamo schiacciati da un destino che ci sembra quasi inesorabile: è il 2021 è siamo davanti allo specchio, indolenti, stanchi e inetti. E sappiamo Svevo ci presagiva un finale è catastrofico.