Alice De André, “rifare” Shakespeare con i ragazzi neurodivergenti | Rolling Stone Italia
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Alice De André, “rifare” Shakespeare con i ragazzi neurodivergenti

L’attrice ci racconta il lavoro svolto con ragazzi autistici alla vigilia di 'Romeo e Giulietta: Spettro d’amore', il 6 e 7 giugno al Teatro Gerolamo di Milano. Uno spettacolo che parla di tempo, autonomia, ascolto e inclusione

Romeo e Giulietta: Spettro d’amore. Foto: Alice De André

Romeo e Giulietta: Spettro d’amore

Foto: Alice De André

C’è un istante, preciso, in cui cambia tutto. L’aria si fa più densa, le luci calano e gli ultimi mormorii si trasformano, quasi all’improvviso, in silenzio. Si sente solo il respiro delle persone, i loro corpi che si sistemano sulle poltroncine rosse e poi quel luccichio negli occhi: l’attesa. L’attesa di non sapere cosa aspettarsi. Di essere sorpresi. Di vedere qualcuno entrare in scena e, per un’ora, diventare altro da sé – o forse, finalmente, diventare sé stesso. È il momento appena prima che inizi uno spettacolo. Quando il teatro è ancora una promessa e tutto può succedere: una battuta dimenticata, una risata fuori tempo, un gesto minuscolo imprevisto che cambia il senso di una scena. Spesso è proprio lì, in quel secondo sospeso prima della prima parola, che si misura tutto il percorso fatto. Succederà il 6 e il 7 giugno al Teatro Gerolamo di Milano, per chi volesse assistere alla magia, durante lo spettacolo Romeo e Giulietta: Spettro d’amore della compagnia di Fondazione Un Futuro per l’Asperger.

Perché per alcuni salire su un palco non significa solamente iniziare a recitare. Significa sfidare una paura, accettare di farsi guardare, trovare uno spazio in cui il tempo, per una volta, non arriva da fuori. Sul palco non devi correre dietro al ritmo degli altri. Non devi rispondere subito, capire subito, reagire subito. Puoi prenderti una pausa. Respirare. Aspettare che la parola arrivi. In teatro, per un istante, non sei tu a doverti adattare al mondo. È il mondo che accetta di aspettarti. In quale altro contesto possiamo concederci un simile lusso? Il tempo è forse una delle prime cose che viene tolta ai ragazzi nello spettro autistico. Non sempre in modo esplicito, non sempre con cattiveria.

Ma viene tolta ogni volta che il mondo pretende una risposta immediata, un comportamento leggibile, una performance continua. Viviamo in una società che chiede di essere sempre pronti, produttivi, brillanti. Bisogna capire subito, scegliere subito, adattarsi subito. Restare al passo. Ma cosa succede a chi ha bisogno di qualche secondo in più? A chi deve attraversare un pensiero prima di trasformarlo in parola? Il teatro, in questo senso, diventa uno spazio quasi rivoluzionario: perché restituisce tempo.

Le lezioni della compagnia di Fondazione Un Futuro per l’Asperger. Foto: Alice De André

Le lezioni della compagnia di Fondazione Un Futuro per l’Asperger. Foto: Alice De André

Non un tempo vuoto, ma un tempo pieno, vivo, necessario. Per questo ho deciso di inserire un laboratorio di educazione alla teatralità all’interno della Fondazione Un Futuro per l’Asperger: con l’intento di creare uno spazio libero dal giudizio, dall’aspettativa e soprattutto un luogo in cui l’errore non solo sia concesso, ma necessario. La Fondazione, attiva dal 2013, nasce dal sogno di un padre, Massimo Montini, che guardando suo figlio si è fatto una domanda inevitabile: che futuro potrà avere? E invece di fermarsi alla paura, ha provato a costruirlo, quel futuro. Ha dato vita a una realtà pensata per accompagnare ragazzi neurodivergenti in un percorso di crescita, autonomia e inclusione sociale e professionale. Perché uno dei momenti più delicati arriva proprio con il compimento della maggiore età, quando il sistema di supporti che ha accompagnato il percorso scolastico inizia ad assottigliarsi, fino a scomparire completamente. La scuola finisce. Il mondo adulto comincia. E in mezzo, troppo spesso, resta un vuoto.

È lì che subentra la Fondazione: nello spazio fragile tra il percorso scolastico e il lavoro, l’università, l’autonomia, le relazioni, le responsabilità. Vuole essere un ponte tra questi due mondi, costruendo occasioni concrete in cui le capacità individuali possano emergere, trasformarsi in competenze e diventare strumenti per il futuro. C’è ancora molta ignoranza intorno allo spettro autistico. E quello che si ignora di più non sono solo le difficoltà, ma le capacità: cogliere sfumature che altri trascurano, restare fedeli a un pensiero, portare uno sguardo diverso sulle cose, fare spesso molto più di quanto immaginiamo. Siamo abituati a vedere questi ragazzi dentro contesti protetti, educativi, terapeutici. Molto meno siamo abituati a vederli dentro contesti di creazione, responsabilità, esposizione pubblica, bellezza. E allora forse il primo lavoro è abituare il nostro occhio, e anche il loro, a vedersi in luoghi in cui non si vedono abitualmente. Come il teatro. Il laboratorio nasce nel 2022 e non ha uno scopo puramente performativo. L’obiettivo non è “fare uno spettacolo”, ma creare uno spazio in cui i ragazzi possano diventare più consapevoli delle proprie possibilità, più capaci di riconoscere ciò che sentono e di attraversarlo.

Romeo e Giulietta: Spettro d’amore. Foto: Alice De André

‘Romeo e Giulietta: Spettro d’amore’. Foto: Alice De André

Attraverso il gioco, l’improvvisazione, il corpo e la voce, il teatro diventa una palestra di vita: si lavora sulle emozioni, sull’ascolto, sulla relazione, sull’imprevisto, sulla fiducia. Stare in scena significa imparare che l’errore non interrompe necessariamente il percorso: a volte lo apre. Una battuta dimenticata può diventare un’occasione, un silenzio può diventare intensità. Per ragazzi che spesso trovano sicurezza in schemi prevedibili e routine strutturate, scoprire che l’imprevisto può essere attraversato – e perfino trasformato in qualcosa di creativo – è un passaggio enorme. Da questi quattro anni di lavoro sono nati tre spettacoli. Il primo, Take Me Aut – L’eroe che è in me, nasce da una domanda semplice: quando mi sono sentito eroe nella mia vita?

Non l’eroe invincibile, ma quello quotidiano: chi supera un piccolo limite, chi trova il coraggio di esporsi, chi scopre una forza che non pensava di avere. Il secondo, Caffè con vista, racconta le volte in cui ci nascondiamo dietro una bugia o una maschera per paura del giudizio, e come le fragilità, quando smettiamo di nasconderle, possano diventare risorse preziose. Da qui è nato il lavoro di quest’anno: Romeo e Giulietta: spettro d’amore. Quello che mi ha colpita fin dalla prima analisi in aula è stato il modo in cui, in meno di trenta secondi, i ragazzi siano riusciti a demolire la più grande storia d’amore di tutti i tempi. Hanno messo il povero William sotto la luce dell’interrogatorio, tartassandolo di domande, smontando scelte, tempi, reazioni.

Romeo e Giulietta: Spettro d’amore. Foto: Alice De André

‘Romeo e Giulietta: Spettro d’amore’. Foto: Alice De André

Ho trovato interessante raccontare l’amore attraverso i loro occhi: così attenti ai dettagli, così precisi, così poco disposti ad accettare le cose “perché sì”. E allora ho capito che la loro visione ci restituiva qualcosa di cui forse noi ci siamo privati: il tempo. La possibilità di prenderci tempo. Cosa sarebbe successo se Romeo avesse aspettato? Come sarebbe andata a finire se i due protagonisti non avessero corso? Se qualcuno si fosse fermato un attimo prima? Da queste domande è nato il desiderio di riscrivere il finale dell’opera, provando a immaginare un’altra possibilità. C’è un filo rosso che lega tutti gli spettacoli nati da questo laboratorio: accanto alla profondità, è sempre presente una grande ironia. Anzi, autoironia. Ho sempre pensato che la risata sia una delle armi più potenti che abbiamo, soprattutto contro quel mostriciattolo interiore che ci dice di non essere abbastanza. Dopo mesi passati a studiare l’opera, ad analizzare i personaggi, i loro obiettivi, le loro scelte e tutte le conseguenze di quelle scelte, ai ragazzi è sorta spontanea una domanda: «E poi gli strani siamo noi?».

Forse no. Forse, a volte, gli strani siamo noi. Noi che ancora ci spaventiamo davanti a ciò che non conosciamo. Noi che fatichiamo a vedere le moltitudini delle persone, le qualità nascoste, tutto ciò che rende ogni individuo speciale e meravigliosamente diverso. Ed è qui che il teatro ha compiuto il suo gesto più importante. Ha donato ai ragazzi una maggiore consapevolezza di sé, del proprio valore. All’inizio avevo in classe ragazzi che non parlavano, che non condividevano pensieri o idee. Non perché non ne avessero, ma perché forse nessuno aveva mai creato davvero lo spazio per ascoltarle. E invece quelle idee contavano.

Oggi quegli stessi ragazzi scrivono scene, costruiscono personaggi, partecipano alla creazione degli spettacoli. Salgono su un palco e recitano monologhi di tre minuti davanti a un pubblico, con gli occhi che brillano. E questo, per me, è il più grande raggiungimento possibile: non la scena perfetta, non la battuta detta senza esitazione o l’assenza di errore. Ma vedere un ragazzo scoprire che quello che ha da dire ha valore. Che la sua voce può essere ascoltata. Che il suo posto nel mondo non va conquistato diventando uguale agli altri, ma imparando a mostrarsi per ciò che è: umano. E, ogni tanto, imparando a dire a quel piccolo mostriciattolo interiore: «Ti vedo, ti sento, ma il microfono lo tengo io».