Alex Zanardi, cinque secondi e sempre | Rolling Stone Italia
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Alex Zanardi, cinque secondi e sempre

Un umanissimo spirito guida, un’ispirazione a sognare, un indimenticabile avventuriero che ha saputo trovare il tempo perfetto, cioè il tempo umano. Un ricordo

Alex Zanardi, cinque secondi e sempre

Alex Zanardi nel 1998

Foto: Jamie Squire/Getty Images

Molti diranno, e infatti stanno già dicendo in queste ore: proprio nel giorno di Ayrton Senna. E diranno anche bene. Eppure non è tutto qui. Se si parla di segni, forse siamo fuori strada: la stupefacente esistenza di Alex Zanardi da Castel Maggiore non attiene ai segni, al significato delle cose che accadono. Racconta semmai l’esatto contrario: il significato che sai dare tu a quello che ti accade. Non i segni che hai, ma quelli che dai. E che fanno tutta la differenza tra la vita e la morte. Anzi, tra la sopravvivenza e la vita.

Castel Maggiore, Bologna, dalla Via Emilia dei motori all’assordante rombo nelle nostre vite, nessuna esclusa. Era proprio così che si intitolava la sua autobiografia (la sua autobiografia fin lì, a ben vedere): … Però, Zanardi da Castel Maggiore. Era il 2003, a nemmeno un paio d’anni dall’incidente al Lausitzring e dall’amputazione di entrambe le gambe. Molto prima di diventare paraciclista, campione olimpico in singolare e in squadra, in una edizione dei Giochi e poi in due, primatista mondiale, eccetera. Eccetera, perché il punto non è neanche questo, non soltanto.

Prima ancora del libro, in una delle prime uscite pubbliche dopo il drammatico incidente nel campionato CART, premiato ai Caschi d’Oro da Michael Schumacher, per la prima volta in piedi sulle protesi tra trombette da stadio e lacrime (non certamente le sue), disse: «Sono talmente emozionato che mi tremano le gambe». Ecco, questo somiglia di più al vero punto. Era la sera del 15 dicembre del 2001: esattamente tre mesi dallo schianto del Lausitzring che lo aveva (letteralmente) spezzato a metà. Tre mesi.

Era ancora molto presto per i quattro ori e due argenti olimpici con l’handbike, per le diciotto medaglie e per i dodici titoli mondiali, per la sconfinata lista di onorificenze della Repubblica Italiana. Non era abbastanza presto per essere già un manifesto di grandiosa fragilità e superlativa forza dialettica e fattuale. Alla metà che era rimasta, Alex Zanardi già ci pensava. Come a una benedizione, come alla felicità. Ci aveva pensato dal primo momento. La forza, non l’imbattibilità e nemmeno l’infrangibilità, questo è il punto. La vita su questo pianeta di Alex Zanardi non è andata veloce. È andata forte. È molto diverso.

Veloce ci è andato fino all’ultimo, certo. Saluta il gruppo a cinquantanove anni, con un anticipo tremendo, direbbe il poeta. A quasi sei anni dall’ultimo incidente, era giugno del 2020, partecipando a una staffetta di beneficenza con la sua handbike in provincia di Siena: la perdita di controllo, lo schianto contro un tir nella carreggiata opposta, la prima operazione di neurochirurgia, un mese di coma farmacologico, altre tre operazioni. E un altro anno e mezzo prima di tornare a casa, sotto Natale, a proseguire la lunga riabilitazione.

Icona oltre le discipline e i media, dalla Formula 1 all’handbike, persino alla Tv grazie al faccione emiliano e all’innata sobrietà, all’eleganza e al magnetismo assoluti. Personaggio, persona prima ancora: niente di sovrumano, semmai umano all’ennesima potenza. Una potenza (sportiva, comunicativa, simbolica) che Zanardi ha esplorato interamente, persino nel silenzio familiare, altrettanto sobrio, degli ultimi anni.

Sarebbe possibile ogni tipo di retorica, che è sempre una strada scivolosa, ma in questo caso sarebbe una sbandata particolarmente pericolosa e ingiusta. Se c’è una eredità, tutt’altro che postuma, decisamente live, che il passaggio veloce di Alex Zanardi nelle nostre vite ci lascia, è che sarebbe da evitare come la peste, e come lo sconforto, la retorica. Ma come si fa con uno così? Zanardi è stato uno così non per le vittorie, non solamente. Ma piuttosto per le costruzioni continue di propaggini di sé, e di sé nella totalità. Un umanissimo spirito guida, un’ispirazione a sognare protesi della propria avventura nella vita, delle proprie ambizioni, delle metà che restano, e della completezza del tutto che verrà. Protesi viene dal greco antico πρόθεσις, próthesis, letteralmente vuol dire “mettere avanti”. Avanti.

Ha detto un’altra volta, una delle sue citazioni più celebri: «Quando in una gara ti accorgi di avere dato tutto, ma proprio tutto, tieni duro ancora cinque secondi, perché è lì che gli altri non ce la fanno più». Le parole, persino quando si tratta delle sue, sono forse insufficienti. Perché nel caso di Alessandro Leone Zanardi, quel secondo nomen che usava così poco e così squisitamente omen, gli altri contavano fino a un certo punto. La sfida è sempre stata con se stesso, come ha esplicitato in diverse circostanze.

In quello imbattibile davvero, protagonista inesauribile di due, tre carriere, oltre le medaglie e i traguardi di ogni tipo, oltre l’amore altrettanto inesauribile, vogliamo così tanto bene a Zanardi perché è stato in fondo l’autore di un interminabile dialogo con se stesso. Anche spietato, esigente sempre, senza lasciarsi stare per un attimo: un’avventura indimenticabile per chi ha avuto il privilegio di attraversare il suo tempo. E anche il suo tempo supplementare, i suoi cinque secondi infiniti. Cosa cercava Alex Zanardi? Si sa quello che ha trovato: il tempo umano, il tempo perfetto. Non veloce. Semmai forte.