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Alda Merini come Dante Alighieri: “Ha attraversato tutti i gironi dell’inferno”

A undici anni dalla morte, il regista e scrittore Cosimo Damiano Damato le ha dedicato un libro, e ci ha raccontato perché è riduttivo definirla “la poetessa dei Navigli”

A sinistra Alda Merini in una foto di G. Grittini, a destra la copertina del libro

Undici anni fa ci lasciava Alda Merini, non solo la “poetessa dei Navigli”, visto che è sempre stato un soprannome riduttivo per una artista candidata al Nobel e che ha lasciato una traccia indelebile nella cultura italiana. Per celebrarla, ci siamo rivolti a chi l’ha conosciuta bene. Così tanto da vicino, che le ha dedicato un film “Una donna sul palcoscenico” (2009) uno spettacolo teatrale che porta a teatro con Violante Placido, Erica Mou e Riviera Lazeri e ora anche un libro appena uscito che si intitola: Fate l’amore. Alda Dante Rock (Aliberti). 

E ancora, ha avuto con lei una vera e propria “corrispondenza d’amorosi sensi”. Ci riferiamo a Cosimo Damiano Damato, scrittore, poeta e regista, che ci ha raccontato chi era Alda Merini, sia dal punto di vista umano che artistico e il perché, nel 2020, la poesia non solo è importante ma risulta fondamentale per leggere la realtà che ci circonda. 

Nel tuo libro hai scritto che Alda “è la Vasco Rossi della poesia”. Come mai questo accostamento così rock?
Penso che Alda sia la Vasco Rossi della poesia e Vasco l’Alda Merini del rock. Due vite spericolate e follemente uniche, geniali e poetiche. Una poesia sacra. Per sempre. Poesie e canzoni che sfidano fisica e ragione. Che resistono al tempo. Non c’è solo la visione e l’anima, c’è anche il corpo, la carne ferita, il dolore denso che partorisce quella resistenza poetica e civile che si chiama rock. Alda amava molto Vasco, gli dedicò dei versi, affidati al telefono a Vincenzo Mollica: “[…] Anch’io avventuriera dell’anima/ presi infiniti voli/ finché trovai un muro che mi lasciò senza parole/ eppure credimi/ io entro ed esco dalle prigioni/ con la gioia di una farfalla”. Qui c’è tutta la commozione di una vita che guarda agli ultimi con quella visione di luce, quella luce che filtra dalle crepe, per dirla con le parole di Leonard Cohen. E quella luce è il Roxy Bar cantato da Vasco. Per Don Gallo il Roxy Bar era il paradiso. Per Alda era il luogo di pace dove rivedere gli amori, anche quelli più dolorosi, quelli per cui aveva scritto i versi più potenti.  Il Roxy Bar dei poeti, un secondo tempo della vita dove ci si ritrova ancora per far poesia. 

È una provocazione, ma ha ancora un valore la poesia nel 2020? 
Sì, perché poesia è fare. Poesia viene dalla parola greca poiesis che significa creazione. Papa Francesco dice che il più grande poeta della storia è stato Dio quando ha creato il mondo, ha generato il mare, la terra, i frutti, gli uomini, le donne, gli animali, i sentimenti, l’amore. I poeti quindi hanno qualcosa di divino, non è vero che non fanno nulla, è proprio il contrario. I poeti fanno. Una volta dovevo rinnovare la carta d’identità dove alla voce professione era scritto “Regista”. Al momento del rinnovo chiesi al segretario di cambiare e scrivere professione “Poeta”. Il segretario rise e si oppose. “Poeta? Ma poeta non è lavoro. È come scrivere barbore”. Io gli spiegai che compravo il latte per mio figlio Christian Nirvana grazie alla poesia. Che per me era il lavoro, la vita. Ecco, per gente come quel segretario che Alda è finita in manicomio. Gente che non sa cos’è l’arte, la poesia, la bellezza. 

Chissà se in quel Roxy Bar ideale si ritrovano davvero gli artisti. 
Io immagino che questo posto esista, immagino Alda che fuma una sigaretta insieme a Fabrizio De Andrè, Don Gallo con il suo sigaro, e poi Lucio Dalla, Dario Fo, Enzo Jannacci. Sono tutti lì seduti a inventarsi ancora la vita e spero che mi tengano un posto. Alda è la “Jenny è pazza” cantata da Vasco ed è proprio vero, mi ritrovo in “Io che l’ho vista piangere di gioia e ridere che più di lei la vita credo mai nessuno amò”. Alda è anche la sua Sally “che non ha più voglia di fare la guerra…ha patito troppo…ha già visto che cosa ti può crollare addosso…è già stata punita per ogni sua distrazione o debolezza”. Ogni volta che ascolto “perché la vita è un brivido che vola via/È tutto un equilibrio sopra la follia/Sopra la follia” mi commuovo e ripenso ad Alda. E c’è un’altra cosa che accomuna Alda a Vasco, è la purezza. Ho passato un pomeriggio con Vasco in occasione della sua partecipazione amichevole al film “Prima che il Gallo canti” dedicato al nostro Don Andrea Gallo. Nei suoi occhi ho visto la stessa luce che aveva Alda. La stessa sincerità. La stessa commozione. La stessa verità. Lo stesso dolore. La stessa salvezza. La stessa dolce follia necessaria a reggere la vita. E tutto questo si chiama poesia. E non c’è niente di più rock e rivoluzionario della poesia. 

Alda Merini con Cosimo Damiano Damato. Foto G. Grittini

Nel tuo monologo inedito dedicato ad Alda Merini, in un passaggio scrivi: “Non vergognatevi della poesia”. Cosa intendi?
Il monologo è l’epilogo dello spettacolo che porto a teatro con Violante Placido, Erica Mou e Riviera Lazeri. Tutto parte dagli ultimi versi che Alda mi dettò al telefono, pochi giorni prima del suo volo: “Io guardo la tua anima e mi sento disincantata/ Ci sono donne che hanno inventato la favola della bruttezza/ Ci sono donne che hanno inventato la favola della bellezza. Ma il vero mostro che abbiamo in noi è la nostra pietà. La pietà non si compra. Cosimo, Io e te siamo amici di pietà nascoste. Ma io e te che siamo brutti e buoni chissà che mostri siamo. Certamente una nuova specie che nascerà nel futuro”. Ecco il non vergognatevi della poesia. Non vergognarsi di essere sé stessi. Accettare ogni propria diversità. La poesia fa paura, mi sta dicendo Alda, i poeti sono “mostri” per chi non ne comprende la profondità, l’azzardo, la visione, il coraggio, la cura, la diversità. 

C’è un momento che ricordo con particolare emozione?
Una volta regalai ad Alda un libro di poesie di Pasolini, con questa dedica: “Pasolini è stato crocifisso ma non è ancora risorto”. Alda mi rispose che “Pasolini ha pagato per il suo amore. Non c’è una coscienza democratica in Italia, siamo in democrazia ma non siamo liberi dei nostri sentimenti. La felicità fa paura, come la poesia. C’è paura dell’amore, della felicità”. Penso allo scrittore russo Andrej Platonov, mi commuove la sua storia personale, ha pagato un duro prezzo la sua poesia, bandita da Stalin che internò suo figlio per colpire la sua prosa civile. Un dolore atroce per lo scrittore che in certi versi assomigliava a Cervantes nella sua lucida immaginazione. Il manicomio per colpire la poesia. Ecco la poesia che fa paura, soprattutto fa paura al potere. Penso anche a Gramsci lasciato marcire in carcere da Mussolini. Gramsci non era un politico era un poeta. Ecco, insieme alla poesia dobbiamo riscoprire le pagine di quella narrazione folgorante, civile, sociale, sofferta, sociologica e poetica di cui abbiamo bisogno oggi. La poesia farà ancora paura finché continueremo a nasconderci. Ecco perché dobbiamo tornare a scrivere lettere d’amore, scriverle con l’inchiostro, scrivere la verità, scrivere quel che siamo, senza vergognarci. Scrivere ad un figlio, ad una madre, ad un amico perduto, un amante perduto, sognato, taciuto, ma anche alla donna o all’uomo che ti dorme accanto. Sentire il gusto della colla attaccando un francobollo e spedire quella lettera per troppo tempo non spedita. Ricomprare quei libri finiti sui banchi nostalgia svenduti a poche lire. 

Avete condiviso una “corrispondenza d’amorosi sensi”. Spiegaci meglio cosa significa.
Grazie al fotografo Giuliano Grittini venni introdotto a casa di Alda. Con il mio produttore teatrale Angelo Tumminelli volevamo realizzare un film di fiction. Ma ad ogni incontro mi accorgevo che non avevo bisogno di inventare nulla. Quegli occhi nella telecamera erano la verità. Il film ce l’avevo dinanzi a me. L’avevo già fatto. Cosi cambiai linguaggio e realizzai “Una donna sul palcoscenico”, un documentario che poi portammo alle Giornate degli Autori al Festival di Venezia con la partecipazione di Mariangela Melato. E in tutta la fase di realizzazione nacque quella corrispondenza d’amori sensi. Sentivamo la vita nello stesso modo. Guardavamo alla vita allo stesso modo. Abbiamo sorriso insieme. Abbiamo pianto insieme. Quando ho conosciuto la poeta Merini fu subito un grande amore. 

Che amica è stata Alda Merini?
Essergli amico non è stato facile. Sacrifici e anni di lunghe attese sotto la sua casa sui Navigli. Anni di rifiuti, ripagati da lunghi abbracci, tenerezze e poesie. A volte la mia commozione era la colonna sonora del suo racconto. In altre occasioni ho sentito il suo dolore fluire e scorrere dalle sue mani calde. Molte volte ho assistito al parto della poesia. Poesie che nascevano o al telefono o lì, in quelle quattro piastrelle sui navigli.  Dopo la sua morte hanno ripulito la casa, imbiancato i muri. Cancellato l’amore, il dolore, il manicomio, i versi. Tutto racchiuso in due bustoni neri pronti a finire nuovamente nella discarica dell’umanità. Se Alda è sopravvissuta alle correnti contrarie dei Navigli è stato grazie al fotografo Giuliano Grittini. Un personaggio che sembra uscito da una canzone di Giorgio Gaber. Giuliano ha dedicato vent’anni della sua vita ad Alda. Le ha scaldato i piedi nell’inverno milanese. Soprattutto l’ha ritratta in fotografie iconiche. Giuliano ha fatto con la Merini quello che Alberto Korda ha fatto con Che Guevara.

Che donna era Alda Merini dal punto di vista umano?
Alda era una donna vitale. Aveva vinto la battaglia a scacchi con la morte. Non aveva l’armatura. Era una Don Chisciotte invincibile. Aveva il valore del dono come San Francesco era capace di spogliarsi di tutto per donare agli altri. Soprattutto ai calpestati, agli emarginati, agli ultimi. Era ancora capace di commuoversi e stupirsi. Aveva il candore e la purezza di un bambino. Aveva una straordinaria ironia, dei tempi teatrali perfetti. Aveva voglia di ridere, le lacrime le aveva finite in manicomio. Sono in molti a chiedermi che donna era Alda. Nel libro rispondo con una supplica- lamentazione: Alda era umile, gioiosa, tragica, violata, scarnificata, versata, spinta, sospinta, dipinta, amata, cantata. Decantata, celebrata, abbandonata, toccata, strappata, iniettata, evocata, tramandata, copiata, sposata, scambiata, rinnegata, sognata, fotografata, eternata, popolare, sfrattata, ispirata, scappata. Benedetta, santificata, imperfetta, passata, trapassata, futura, presente, gaudente, tremante, brillante, bevuta, ingoiata, sputata, scacciata, derubata, addobbata. Sfruttata, isolata, stuprata, odiata, sanguinante, sorridente, lavata, slavata, incipriata, profumata, pura, incantata, stupita, lacrimosa, zoppicante, fumosa, formosa, giudicata, rinchiusa, liberata, legata, addormentata, murata, scritta, pubblicata, cancellata, perduta, ritrovata. Alda, per sempre amata.

Alda Dante Rock, dal titolo del tuo libro-omaggio, viene accostata anche a Dante Alighieri. Pensi che abbia la stessa statura artistica del padre della Divina Commedia?
Si. Alda ha scritto tante liriche religiose. Il suo misticismo è potente. E poi come Dante ha attraversato tutti i gironi dell’inferno. Il manicomio. Nella sua “Terra santa” c’è tutto il viaggio dell’uomo con i suoi tentativi di ascesa al cielo attraverso la caduta. Non è una preghiera laica ma è totalmente sacra. Credo sia la più grande poesia del Novecento. La stessa Alda conosceva molto bene la poesia di Dante.

Alda Merini con Cosimo Damiano Damato. Foto G. Grittini

Tu che l’hai conosciuta bene, quanto era presente ancora in lei la ferita del manicomio subito?
Gianmarco, venga con me, la porto a casa della Merini. Ecco, vede? Sul comodino una bottiglia di Coca Cola. Pacchetti di sigarette vuoti, qualche medicina, un piatto di risotto. Un paio di occhiali da sole colorati, un rossetto rosso spezzato, una bambola di pezza dalle lentiggini sul viso disegnate a matita. La foto del bacio del marinaio di Robert Doisneau, il telefono grigio, una collana di perle blu, una radiolina con l’antenna piegata da dove si sente Luci a San Siro. Quasi un oracolo che ci viene in soccorso, la canzone di Roberto Vecchioni. Ecco, le presento Alda. 

A livello artistico cosa ti ha insegnato Alda Merini?
Ad avere il coraggio della poesia. E come dicevamo prima a non vergognarsi di essere poeti. Si può essere poeti anche senza mai aver scritto un verso. Poeta è un pescatore che salva un bambino in mare che scappa da una guerra. Poeta è un barbone che spezza l’unico pezzo di pane duro e lo divide con uno sconosciuto. Poeta è un padre che bacio un figlio adulto mentre dorme. Poeta è un ottantenne che ama ancora la stessa donna dopo cinquant’anni. Poeta è il ragazzo di Piazza Tienanmen e potrei continuare. Ci sono incontri che ti cambiano per sempre. Ho avuto il dono nel mio viaggio artistico di fare grandi incontri. Penso a Lucio Dalla, Tonino Guerra, Dario Fo, Luis Bacalov, Antonio Infantino e Alda. Grandi maestri, giganti di umiltà e poesia. Ognuno mi ha spalancato una finestra su un giardino che prima non vedevo. Alda mi ha dato il coraggio di pubblicare le mie poesie. Si può fingere con il cinema, con il teatro, con la narrativa, ma con la poesia si è nudi. totalmente. Non puoi fingere. E dopo anni di resistenza, Giuseppe D’Ambrosio Angelillo, grande intellettuale di origini pugliesi e Milanese d’adozione, sofisticato poeta ed editore che vendeva i suoi libri con un banchetto fuori dal Duomo di Milano come forma di resistenza contro la mercificazione della grande editoria, uno dei veri pochi amici di Alda, che è morta fra le sue braccia, mi convinse a pubblicare il canzoniere “La stanza sul porto” (Acquaviva edizioni, nda) con la prefazione inedita di Alda che aveva confidato a Giuseppe di apprezzare i miei versi che tenevo nascosti. Il libro, oramai introvabile, è stato ripubblicato da Compagnia Editoriale Aliberti nella antologia dal titolo “La quinta stagione” con la prefazione di Erri De Luca.  

Cosa pensi invece che possa insegnare ancora oggi a chi legge le sue poesie?
La poesia non insegna, la poesia parla. Quindi serve a parlarsi fra generazioni diverse. Padri e figli, madri e figli. Si comprende che le ansie, le paure, i dolori sono gli stessi, e che c’è sempre un fondo di felicità da agguantare in ogni cosa. Poi c’è appunto la forza della parola. Si può abitare nelle parole, si può riscoprire la bellezza della lingua italiana. La sua poesia. E poi nella poesia si possono rivedere persone perdute. Farle sedere ancora una volta alla nostra tavola. Dire le parole non dette. Se proprio deve insegnare qualcosa la poesia di Alda Merini, mi viene in mente che possa insegnare la bellezza e il valore della diversità.