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Addio Nanni Balestrini, ha rifondato il linguaggio per cambiare il mondo

Ci lascia un intellettuale unico, che non si è limitato a osservare, ma ha agito sulla storia del secondo dopoguerra. Perché contro l'appiattimento culturale non si può che lottare

Nanni Balestrini

Foto: Leonardo Cendamo/Getty Images

Per la cultura italiana quella di Nanni Balestrini, morto oggi a 83 anni, è una perdita tra le più dolorose. La sua produzione artistica, che ha spaziato lungo un arco di tempo che dagli anni ’60 arriva fino a oggi, è una delle più rappresentative della nostra storia recente. A partire dai primissimi esperimenti di poesia elettronica come Tape Mark I e II e dalla partecipazione al Gruppo 63, uno tra i fenomeni più rilevanti e controversi della letteratura del secondo Novecento, è stato un acutissimo osservatore dei rivolgimenti sociali, politici e artistici dell’Italia.

Ma Balestrini, qui è stata la sua grandezza, non era solo quello. Non si limitava a osservare la realtà, ma ne è stato spesso parte attiva, fedele a un’idea di arte come pratica eversiva nei confronti della repressione politica e dell’appiattimento culturale, consapevole delle responsabilità morali e ideologiche connaturate al ruolo dell’artista.

che cosa accade alle parole quando più nessuna
viene pronunciata e intesa come se fosse vera?

Balestrini – uno dei più grandi studiosi degli anni ’70, con il suo must L’orda d’oro (1968-1977. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale), scritto assieme a Primo Moroni rappresenta uno dei maggiori esempi di intellettuale direttamente impegnato, come scelta di campo. 

che cosa accade al linguaggio quando la verità
gli è completamente sottratta?
in tali condizioni la possibilità di
esistenza della poesia
sta nell’assumere una posizione antagonista

Per Balestrini, come detto, l’arte era prassi, per mezzo della costruzione di una poesia che non esprimesse messaggi, ma facesse, agisse. Ne è un esempio Le avventure complete della signorina Richmond, un’opera che testimonia gli anni degli scioperi e delle occupazioni, della lotta armata e della strategia del terrore. La signorina Richmond era un’allegoria della rivoluzione e, allo stesso tempo, della poesia stessa, intesa, coerentemente con la visione di Balestrini, come pratica eversiva. Il personaggio accompagna l’autore per più di vent’anni, seguendolo durante l’esilio in Francia (accusato di essere uno dei leader dell’Autonomia Operaia negli anni ’70, ndr) e al ritorno in Italia, facendosi cronista degli anni delle contestazioni per mezzo di un punto di vista interno ai fatti e disposto a farsi mobile, dinamico, flessibile.

La signorina Richmond non è mai identificabile con un personaggio dai connotati ben precisi, ma è rappresentata piuttosto da una tensione, una pulsione che percorre tutto il testo: è la voce poetica molteplice e multiforme che si confonde tra le indicazioni di un ricettario o le descrizioni di un manuale di ornitologia, tra le citazioni di Brecht e di Mao o le reazioni della stampa alla criminalizzazione del dissenso intellettuale del ’77. Quelle contenute all’interno della raccolta sono poesie costruite attraverso il montaggio e la ricombinazione di frammenti provenienti dagli ambiti più disparati (slogan, giochi di parole, citazioni di film, giornali, canzoni o romanzi, frammenti di conversazioni): uno stile che accompagna tutta la produzione di Balestrini.

Tutte le sue opere traevano infatti origine dal medesimo intento: la rifondazione del linguaggio poetico e la conseguente riduzione dello scollamento tra parola e mondo che si era venuto a creare negli anni del secondo dopoguerra, la cui portata è aumentata sempre di più con l’avvento della società dei consumi, della massificazione e della multimedialità pervasiva. Una rifondazione del linguaggio che avveniva attraverso la devastazione, il disfacimento e la sconnessione di immagini e parole, ma anche attraverso la loro ricombinazione secondo logiche inaspettate e inusuali.

a chi scriviamo?
un’esigenza rinnovata di poesia come parola critica
come igiene del linguaggio come messa a punto
di strumenti rigorosi di misurazione del mondo
in questa società della comunicazione controllata
moltiplicata e insieme interdetta
la poesia non sarà mai genere di massa
semplicemente perché non si rivolge a quelle parti
dell’individuo che ci risolvono in uomo-massa

In un mondo dominato dalla mercificazione e dall’appiattimento linguistico, il discorso poetico viene privato della propria specificità, visto che la pubblicità e i mass media attingono a piene mani dai suoi procedimenti retorici, e non sembra più essere in grado di aderire adeguatamente al reale e di darne una rappresentazione. Per queste ragioni si rende necessaria una rieducazione dello sguardo. Che passava in primo luogo attraverso le parole, smontate e ricomposte, dopo essere state prelevate dagli ambiti più eterogenei e affiancate, incastrate a forza l’una con l’altra, alla ricerca dell’urto, del suono stridente, dell’effetto straniante.

la poesia come sede della comunicazione
del desiderio della ragione
luogo di libertà del comunicare e del
pensiero nella voce e della voce nel pensiero
la poesia torna a guardare il mondo a sentirsi
parte di esso torna a ridiventare salutarmente
incerta di sé bastarda ibrida

Per Balestrini il linguaggio si collocava sempre in opposizione ai dogmi e al conformismo e aveva come fine ultimo quello di scuotere le coscienze dei lettori, stimolando una lettura più partecipata e consapevole tanto dell’opera d’arte quanto del caos del reale. Il confronto con le contraddizioni e le problematiche del mondo è sempre stato ineludibile per un poeta come lui, per il quale la possibilità di trincerarsi nella celebre torre d’avorio della letteratura non è mai stata contemplata. Inutile ogni parallelismo con i tempi che stiamo vivendo. 


L’autrice è una filologa “naturalizzata” content manager. Dopo una tesi sui rapporti tra Balestrini e la poesia visiva, si occupa ora di didattica digitale per Treccani e Giunti T.V.P.. I versi citati sono estratti da ‘Il corpo della poesia contemporanea’.

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