Tra le convinzioni culinarie fondanti della cultura italiana c’è quella secondo cui bere un bicchiere di vino (rosso) durante i pasti aiuti a campare cent’anni. Una pietra miliare che in realtà un po’ vacilla per un mix, in ordine sparso, di: nuove consapevolezze sanitarie, sensibilizzazione sull’abuso dell’alcool e influencer marketing. Aggiungiamo anche quella statistica secondo cui la Gen Z beve molto meno rispetto alle generazioni che l’hanno preceduta e la ricetta per la decrescita di popolarità dell’alcool è presto pronta.
Secondo l’OMS non esiste una quantità “sana” di alcool da bere, senza incorrere in rischi per la salute che comprendono oltre 200 patologie tra cui: malattie infettive, cancro, disturbi mentali e comportamentali, disturbi neurologici, malattie cardiovascolari, malattie gastrointestinali e lesioni a organi e tessuti. Persino più palpabile di un’ipotetica malattia che un giorno potrebbe insorgere, c’è l’insidioso problema dell’hangover che può essere serenamente trascurato a vent’anni, ma a trenta diventa un concreto disincentivo ad alzare il gomito. Non finisce qui. Ci sono altri modi, e altre motivazioni, per cui stiamo smettendo di guardare con lussuria all’alcol.
Si parte dall’ossessione collettiva per cibi e bevande che siano naturali, con pochi grassi e zuccheri, in un mix tra una degna attenzione all’alimentazione e una completa dimenticanza della gloriosa era della body positivity. Più di un amico cerca di bere meno, o non farlo proprio, per tutti questi motivi. Eppure bere è una parte fondamentale della socialità. Sia perché al bar è difficile trovare alternative analcoliche che non siano le classiche cole o tè aromatizzati (andatemi a dimostrare che fanno “meglio” dell’alcol), sia perché a volte beviamo solamente per l’effetto che fa, ovvero quella rilassatezza che funge da motore sociale. Il nostro rapporto con l’alcool si è fatto, passo passo, sempre più diffidente, ma rimane una grande verità: ci piace sentirci brilli, a condizione di non incorrere in un hangover, né di assumere troppi zuccheri. E quindi? Il mercato statunitense ha trovato una soluzione che sta ottenendo un discreto successo: i drink a base di cannabis e, in particolare, al THC, ovvero il suo principio psicoattivo.
In maniera piuttosto contraddittoria (e per questo divertente), la stigmatizzazione dell’alcol ha annullato (o almeno attenuato) quella verso la cannabis. Non a caso, chi aderisce all’iniziativa del mese di astinenza da alcool del Dry January (iniziativa nata come campagna sanitaria britannica nel 2013 e oggi più che altro tendenza social) spesso ci associa il California Sober. Ovvero, la decisione di rinunciare a qualsiasi tipo di alcolico e droga, a parte l’erba, come si addice al lifestyle californiano da cui prende il nome. In che modo la definizione di sobrietà comprenda l’uso di erba non è chiarissimo, ma negli Stati Uniti, di base, viene accettata così e, per imprenditori del settore beverage, così come store e supermercati, questa inversione di tendenza ha significato una nuova frontiera di espansione.
Le bevande alla cannabis hanno iniziato ad apparire tra gli scaffali dei negozi dopo che il Farm Bill del 2018 ha rimosso la canapa dalla definizione legale di marijuana, classificandola come prodotto agricolo e autorizzando tutti i prodotti con un contenuto di THC non superiore allo 0,3% sul peso secco. C’è da aggiungere che le disposizioni sulla canapa potrebbero cambiare a novembre 2026, con l’entrata in vigore di un nuovo disegno di legge che vieterà i prodotti contenenti più di 0,4 milligrammi di THC per confezione. Ma se non c’è ancora certezza su quale sarà il futuro della cannabis negli Stati Uniti, nel frattempo vanno per la maggiore le bibite senza alcol, in genere ipocaloriche e senza zuccheri aggiunti, frizzantine e fruttose, con dentro una dose di THC che può variare da 1mg a 10mg per prodotto. È così che, puntando su un branding fresco, cool e diretto alla Gen Z, questa tipologia di bevande ha cominciato ad avere successo come alternativa “sana” all’alcool.
Naturalmente, non si parla di un’assenza totale di rischi. Leggendo le varie testimonianze sembra che questi drink evitino l’hangover ma, stando ai pareri medici, va comunque ricordato che l’utilizzo di THC può portare a: intossicazione, effetti psicoattivi e dipendenza se consumato troppo frequentemente; aggiungeteci il deterioramento cognitivo e un aumento del rischio di sviluppare disturbi psicotici cronici.
Ma i consumatori non sembrano impensierirsi troppo. Secondo il report THC Seltzers Market realizzato dalla società di analisi Gran View Research, il mercato globale delle bevande al THC nel 2023 era valutato 345 milioni di dollari e dovrebbe raggiungere i 2 miliardi di dollari entro il 2030. Al momento, gli Stati Uniti sono i maggiori produttori e consumatori, ma il report prevede un’espansione significativa in Europa, relativa alla depenalizzazione e regolamentazione di vendita e consumo di cannabis.
Ritornando per un attimo negli Stati Uniti, uno dei brand più popolari al momento è Cann, che definisce i suoi drink senza alcol a base di THC come un «social tonic» tutto naturale. I fondatori, Jake Bullock e Luke Anderson, si sono conosciuti diversi anni fa, quando lavoravano come consulenti per la Bain & Company e, stanchi di tutto, hanno fondato la Cann nel 2019, a Los Angeles. Come si legge sul sito del marchio: «Abbiamo creato Cann perché eravamo completamente stufi degli effetti nocivi dell’alcol, ma non delle feste con gli amici. Così abbiamo messo una microdose di cannabis in una lattina, insieme ad alcuni ingredienti selezionati e completamente naturali». Secondo la loro filosofia, come esseri umani «diamo il meglio di noi stessi quando siamo rilassati» e, in questo senso, «per molti, l’alcol è stata la soluzione». Tuttavia, con Cann, Bullock e Anderson hanno voluto creare una «carica di energia migliore, che non ti si ritorca contro».
Il quantitativo di THC dei loro drink va dai 2mg fino ai 10, mentre i gusti spaziano da mix come Cardamomo e Arancia rossa fino a Salvia e Mirtillo, passando per Zenzero e Citronella, poi Lavanda e Limone. Gusti rinfrescanti e dolciastri, tra cui compare anche una bottiglia rossa che mima il nostrano Spritz ma è fatta, tenetevi forte, da agave e succo di mirtillo. Sulla homepage di Cann, il consumatore può sentirsi completamente capito: «Una bassa dose di THC ti colpirà come un’onda gentile. Progettato per la vita moderna, per essere l’anima della festa». Qualche centimetro più in basso è anche possibile fare un test per capire qual è il drink che fa per te, in base a quanto sei abituato al consumo di cannabis.
Tra i tantissimi brand fioriti negli USA, un altro nome noto è quello di Cantrip, che accoglie il visitatore sulla landing page con un messaggio ad effetto: «Il Dry January non deve per forza far schifo». Il brand, a differenza di Cann, punta più al mondo della mixology, richiamandone le ricette. Tra i prodotti di punta c’è Elixir, un distillato di THC senza alcol, che consigliano di aggiungere in cocktail analcolici, matcha e drink serali. La comunicazione punta quindi su gusti più familiari ai consumatori, ma pur sempre con il beneficio di essere tutto naturale «senza scorciatoie in laboratorio» e senza la pena del post sbornia. Tra le referenze ci sono anche grape soda, birra e diet cola, tutte al THC.
Anche Nowadays gode di ottima fama e, sul sito web, spiega in maniera piuttosto accurata gli effetti di una delle sue bevande al THC al sapore di frutta, senza traccia di alcool. Secondo il brand, nei primi 10-20 minuti ci si dovrebbe sentire più leggeri, tra i 20 e 45 la socialità beneficerà di una maggiore scioltezza, mentre tra i 45 e l’ora l’effetto dovrebbe attenuarsi lentamente. «Stiamo ridefinendo il concetto di bere in compagnia» dicono dalle alte sfere, offrendo distillati puri, cocktail in lattina e una sorta di limoncello infuso.
Tornando ai dati di Gran View Research, sembra che i consumatori preferiscano i drink con piccole quantità di THC, per goderne i benefici senza una botta estrema, ovvero con ridotti effetti psicoattivi. L’interesse sembra essere non una prerogativa di un singolo target ma piuttosto trasversale, con i più assidui consumatori (38,7%) che si rivelano essere gli adulti tra i 35 e i 45 anni, subito seguiti (37,7%) dalla fascia tra i 21 e 34 anni. Insomma, gli under 35 cercano alternative all’alcool e le trovano, almeno negli Stati Uniti. Se in Europa arriverà la tendenza delle bevande al CBD o THC dipende dai cambiamenti politici: solo una più ampia legalizzazione della cannabis potrebbe permettere l’ingresso sul mercato di questi prodotti, soprattutto in terreni fertili come Germania, Paesi Bassi e Spagna.
In Italia, intanto, il consumo di alcolici è in calo, in linea con il resto dell’Europa dove, secondo una ricerca dell’azienda di consulenza Circana (pubblicata a ottobre 2025), il 71% dei consumatori acquista, conserva o consuma meno alcol e quasi un quarto dei giovani tra i 25 e i 35 anni ha smesso del tutto di acquistarne. D’altra parte, il mercato delle bevande analcoliche artigianali è in fermento – kombucha, birra no alcol, acqua di kefir, distillati floreali – potrebbe quindi essere solo questione di tempo prima che la moda dei no alcol abbracci un’introduzione più massiccia della canapa. Certo, tanto dipende dalla legiferazione. Attualmente, la legge entrata in vigore nel 2016 consente la coltivazione e trasformazione della Cannabis Sativa L. al fine di ottenere alimenti, bevande e cosmetici, a condizione che siano prodotti solo dalla lavorazione dei semi e dagli olii derivanti dagli stessi. Questo perché i semi della cannabis contengono una quantità di THC quasi pari a zero e che in ogni caso, per norma italiana, non deve superare i 2 mg/kg.
Secondo Coldiretti, in Italia a oggi oltre 4000 ettari sono coltivati a canapa. In questo senso, ci sono dei primissimi tentativi di abbracciare il modello americano, almeno da lontano. Il più singolare tra questi è la fu Ganja Cola, il cui nome vagamente tamarro va associato a Joe Bastianich che, nella veste di imprenditore, si era unito a Flower Farm, azienda su base europea specializzata nella realizzazione di prodotti a base di cannabis. Dalla loro collaborazione è nato Flower Good Botanical Cannabis, una linea di bevande alcoliche e non con olii essenziali di canapa.
Nel 2022, il brand aveva lanciato la Ganja Cola, della cui vita meteoritica non si intravede ormai nemmeno la scia. Anche se, su Amazon, nonostante il prodotto non sia disponibile, è ancora possibile sbirciare tra le specifiche e scoprire pure un’adv in partnership con Baby Gang. Altri tempi. Tornando a noi, sul sito si legge che la Ganja Cola è una bevanda non alcolica arricchita dal terpene Amnesia e dall’olio essenziale di canapa.
Per continuare a sbirciare nel mondo dei no alcol italiani a base di canapa, tocca un attimo familiarizzare con i terpeni, ovvero biomolecole presenti in piante e fiori e responsabili della profumazione. Non a caso sono l’elemento base degli olii essenziali (mentolo, canfora ecc.) e, oltre a garantirne l’aroma, portano con sé le proprietà benefiche delle piante. Dato che la legge italiana non ne vieta l’uso, sono un ottimo modo per integrare la canapa nelle bevande.
Sui terpeni si basa anche una delle bibite più interessanti prodotte in Italia su questo stile: Dhaze. Il look è decisamente più curato della Ganja Cola e affine a un brand come Cann, leggasi: mira dritto al cuore della Gen Z. Una lattina in nuance azzurro ceruleo e lilla intenso, grafica tondeggiante e una denominazione che la presenta come un «chill drink». Sulla pagina ufficiale si scopre che il packaging è riciclabile, che l’1% dei ricavi è destinato a finanziare la prevenzione in fatto di salute mentale e che è tutto Made in Italy con tanto di acqua proveniente dalle Alpi. Il mix di terpeni plant-based ed estratto di semi di canapa è arricchito da un mix di verbena, clorofilla, sambuco e melissa. Il sapore ricorda un tè dolce ed erbaceo, frizzantino e gradevole, soprattutto se bevuto ghiacciato. Sarà stato l’abbiocco post-prandiale oppure la ricetta, ma in effetti, all’assaggio, è stata una bevuta piuttosto rilassante, forse più per un pomeriggio pigro che per un’uscita in compagnia.
In maniera più old school ma altrettanto valida, anche il Birrificio Artigianale Baladin ha cominciato a sperimentare, inserendo la canapa in una delle birre no-alcol. La Botanic Blonde prevede l’unione di diverse botaniche come coriandolo, genziana, passiflora e olio essenziale di cannabis sativa. Per un risultato, al naso, con sentori di crosta di pane e profumo d’erba che, peraltro, è già piuttosto comune incontrare nelle birre artigianali.
Come fa notare Tressie McMillan Cottom sul New York Times, in un articolo del 2024 intitolato Dry January Is Driving Me To Drink, la stigmatizzazione dell’alcool e il boom dei drink alla canapa ha i suoi lati oscuri: «La temperanza performativa è un mercato: una rapida occhiata ai miei feed sui social media mostra influencer che definiscono l’alcol “veleno”, immagini frizzanti di modi per vivere in modo sano nel 2025 e aziende che vendono caramelle gommose al CBD o strane bevande adattogene per sostituire un bicchiere di vino. Sebbene il consumo di alcol sia diminuito, altri dati suggeriscono che l’uso di CBD sia in aumento. Sostituire l’alcol con il CBD non corrisponde esattamente alla mia idea di sobrietà. Ma il CBD può essere più facile da commercializzare come naturale. Naturale non significa sempre sano o addirittura sicuro».
A forza di demonizzare l’alcool potremmo finire, semplicemente, per sostituirlo con un’altra forma di vizio, che non fa né meglio né peggio, ma ci fa sentire moralmente migliori? La possibilità c’è.








