Dua Lipa entra nel refettorio di Santa Maria delle Grazie e la prima cosa che vede non è Gesù, non è Giuda, probabilmente non è nemmeno l’Ultima Cena. Chi passa buona parte della propria vita sopra un palco sviluppa una deformazione professionale per cui prima delle figure umane arrivano le posture, prima delle facce i corpi, prima della storia il movimento, e quindi guarda quella parete enorme e pensa subito che Leonardo aveva fatto un ottimo lavoro.
Quattro gruppi da tre. Cristo al centro. Simmetria. Spazio. Apertura.
«This is good blocking».
Tredici uomini sono seduti dietro lo stesso tavolo eppure nessuno sembra lì per riempire il palco, ognuno ha il suo gesto, il suo peso, una direzione, tanto che se partisse la musica sapresti quasi chi deve muoversi per primo. Peccato, allora. il silenzio.
Per un istante Dua immagina la prova generale.
«Can we give Judas a little more space?».
Silenzio.
Lei comincia da sinistra. Bartolomeo è già mezzo in piedi; Giacomo Minore si sporge; Andrea alza entrambe le mani, e Dua riconosce perfettamente il gesto di chi vorrebbe chiarire, possibilmente davanti a testimoni, che qualunque cosa sia appena successa non è responsabilità sua.
«Whoa».
Poi arriva Pietro e ha un coltello.
Dua si ferma. È una cena italiana, le cose hanno preso una brutta piega da circa sette secondi e qualcuno ha già un coltello in mano.
«Don’t Start Now».
In qualunque altro contesto, pensa, a questo punto dovrebbe comparire una persona dello staff.
«Sir, I’m going to need you to put that down».
Ma evidentemente siamo ancora nella fase aperitivo.
Cristo ha appena detto che uno di loro lo tradirà e la frase entra nei corpi, li accelera, li irrigidisce; qualcuno va avanti, qualcuno indietro, qualcuno apre le braccia, qualcuno cerca conferma, e Dua, che sa quanto possa cambiare un movimento se arriva un ottavo di secondo prima o dopo la musica, comincia a guardare il Cenacolo come una coreografia costruita intorno a una battuta che nessuno riesce più a seguire.
«Physical».
Quello sì. Leonardo è Physical perché qui ogni pensiero deve diventare corpo: non esiste stupore finché una spalla non si sposta, paura finché una mano non arretra, indignazione finché due braccia non si spalancano.
Non puoi semplicemente pensare il tradimento: devi ballarlo.
Dua passa a Giuda e rallenta, perché Giuda è il solo che sembri conoscere già tutti i passi; gli altri reagiscono a una notizia, lui sa il finale, ed è fuori tempo proprio perché possiede già il tempo intero; mentre gli altri si espandono lui si sottrae, arretra, stringe la borsa.
Poi nota la borsa.
«A little obvious, Leo».
I trenta denari. La mano vicino al pane. L’ombra.
«We get it».
Dua immagina qualcuno, durante la lavorazione, che provi timidamente a intervenire.
«Do we really need the money bag?»
«Yes».
«And the shadow?»
«Yes».
«Anything subtler?»
Leonardo ci pensa.
«More shadow».
E subito dopo:
«One Kiss».
Dua guarda Giuda.
Continua a muoversi lungo la parete e più guarda più le sembra che Leonardo avesse un problema che conosce bene, cioè l’incapacità di fare una cosa sola alla volta: per dipingere una cena doveva capire una mano, poi i tendini, il corpo, il viso, e già che c’era come vola un uccello o come scorre l’acqua.
Dua lo riconosce.
Quella non è multidisciplinarità. Quella è una persona che apre troppe tab. Uno ti commissiona un Cenacolo. Tu cominci a studiare come si propaga il suono.
«Leonardo, come procede?».
«Very well».
«La Cena?»
«I’ve been thinking about sound».
«Leonardo».
«It travels».
Poi torna al tavolo, perché alla fine è pur sempre una cena e Dua Lipa comincia a chiedersi cosa ci sia da mangiare.
Pane. Vino. Pesce. Spaghetti al limone?
«Nobody is eating».
Questo la turba. Nessuno sembra interessato al cibo; certo, Gesù ha appena introdotto un argomento piuttosto forte, ma Dua pensa che una grande tavolata famigliare sappia continuare a mangiare anche mentre accadono cose emotivamente devastanti.
Una litigata.
«Passami il pane».
Un divorzio.
«Who wants more?».
Una notizia sconvolgente.
«Hai assaggiato questo?».
E poi, pensa Dua, se questa è davvero l’ultima cena il comportamento è ancora meno comprensibile. Almeno ordinate il dolce.
Domani può anche finire tutto. Ma, stasera, dessert.
Per qualche secondo il Cenacolo smette di sembrarle remoto, perché una tavolata numerosa, anche a casa sua, funziona ancora così: qualcuno parla a destra, qualcuno chiede a sinistra che cosa sia stato detto, uno ha sentito male ma ha già un’opinione molto precisa.
Cristo ha suonato il pezzo forte della scaletta, e immediatamente ha perso il controllo della cena.
«Guys. Guys».
Niente. Gli apostoli hanno già creato dei breakout groups.
Dua li segue con gli occhi finché arriva a Tommaso, quel dito verticale che sembra già chiedere di poter intervenire.
Tommaso le piace immediatamente perché fa molto «Training Season»: non accetta un’informazione finché non ne ha verificato personalmente le condizioni contrattuali.
«One of you will betray me».
«Define betray».
Dua annuisce.
Fair.
Filippo porta le mani al petto.
«Not me».
Giacomo spalanca le braccia.
«Excuse me?».
Matteo si gira verso gli altri.
«Did he say one of us?».
«That’s what I heard».
«Which one?»
«He didn’t say».
Ed è lì che Dua pensa che Gesù abbia fatto qualcosa di comunicativamente spietato, perché se avesse detto subito Giuda la cena sarebbe finita, mentre «uno di voi» apre una voragine nella quale possono cadere tutti.
Twelve suspects.
One table.
No phones.
Per dodici uomini che hanno lasciato tutto per seguirti, non specificare il nome è una gestione del team piuttosto aggressiva.
Dua immagina il silenzio di qualche secondo dopo.
Poi Pietro: «Can we at least know the department?».
Poi Dua torna finalmente al centro, perché tutto quello che Leonardo ha disposto ai lati finisce per rimandarti lì, e soltanto adesso si accorge della cosa più strana della coreografia: mentre tutti si muovono, Cristo no.
Gli altri sono sincopi. Lui è il beat. Gli altri reagiscono. Lui ha già attraversato la reazione.
E Dua, che sa quanto sia difficile stare fermi su un palco quando l’istinto ti dice di riempire ogni secondo, riconosce quella scelta: Leonardo potrebbe avergli fatto fare qualunque cosa e invece lo mette lì, al centro, con uno spazio creato dal movimento degli altri.
A volte è la nota di regia più difficile è «Don’t move».
Ed è qui che le arriva il pensiero che forse conserverà davvero, perché il Cenacolo non rappresenta tanto una cena quanto il comportamento di una notizia quando entra in una stanza: una frase viene pronunciata, poi non appartiene più a chi l’ha detta, passa negli altri e ogni corpo la traduce.
Dua si ferma, la scrive.
«Same song, different bodies».
Mancano pochi minuti, ed è allora che Dua nota l’ironia più bella di tutte: «End of an Era», pensa guardando quella tavola, e per una volta il titolo è letterale, perché questa dovrebbe essere l’ultima cena, il punto in cui una storia finisce, e Leonardo l’ha trasformata in qualcosa che non finisce mai, una frase pronunciata da cinquecento anni che non ha ancora raggiunto l’altra estremità del tavolo.
Tutti stanno per fare qualcosa e nessuno l’ha ancora fatta: Giuda deve ancora tradire, Pietro deve ancora rinnegare, il bacio deve ancora arrivare, la notte deve ancora cominciare.
È tutto sospeso in quei pochi secondi tra l’annuncio e la conseguenza, e Dua conosce anche quello: il momento prima che si alzino le luci, prima che una canzone esca, quando tutto ciò che hai preparato per mesi esiste ancora soltanto nella tua testa e fra un secondo non ti apparterrà più.
«Here we go».
Il tempo è finito.
Dua comincia a uscire, poi si gira un’ultima volta.
Forse, pensa, Leonardo e lei avrebbero lavorato bene insieme, anche se lui avrebbe consegnato le visual del tour con sei anni di ritardo, perché entrambi sembrano credere che per capire davvero qualcosa non basti guardarla: bisogna vedere cosa fa a un corpo.
Fuori c’è Milano.
Il telefono torna ad avere campo.
Notifiche. Messaggi. Ristoranti salvati.
Qualcuno vuole sapere dove si mangia. La vita ricomincia immediatamente a muoversi.
Dua guarda ancora la foto, pensa a Cristo immobile, a Giuda che ha ancora il bacio davanti, a Pietro con il coltello, a Tommaso con il dito alzato, a quella cena che non è mai arrivata al dessert.
«Milan… such a cool place».















