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5 anni dopo la strage di ‘Charlie Hebdo’, un libro racconta com’è sopravvivere

'La traversata' di Philippe Lançon racconta la sua vita dopo l'attentato, tra operazioni chirurgiche, trapianti di pelle e la voglia di guardare avanti

Catherine Hélie © Editions Gallimard

Il 7 gennaio 2015 intorno alle 11.30 del mattino due uomini armati, vestiti di nero, il volto coperto da un passamontagna, fanno irruzione nella redazione parigina del giornale satirico Charlie Hebdo e sparano all’impazzata. Il bilancio è di 12 morti e 11 feriti. Philippe Lançon è tra questi ultimi, da quel momento sarà uno dei sopravvissuti a un attentato terroristico di matrice islamica di cui di lì a breve si sarebbero conosciuti i colpevoli: i fratelli jihadisti franco-algerini Saïd e Chérif Kouachi. Ma non è specificatamente di loro né delle loro azioni che parla La traversata, il libro che il giornalista francese, firma del quotidiano “Libération” oltre che di Charlie Hebdo, ha pubblicato nell’aprile 2018 in Francia e che l’8 gennaio arriverà nelle librerie italiane (edizioni e/o, traduzione di Alberto Bracci Testasecca).

Nel volume autobiografico l’attacco terroristico di cinque anni fa segna, semmai, l’incipit di un’odissea personale – ospedaliera e contemporaneamente psichica, interiore – che Lançon si è ritrovato costretto ad affrontare, lui che nella strage, colpito da due pallottole, è rimasto ferito a una mano e ha perso mandibola destra, parte del labbro inferiore e tutti i denti. In prima persona, con una prosa vivida e non priva di slanci letterari, lo scrittore originario di Vanves, sud-est di Parigi, parte dalla ricostruzione della giornata del 6 gennaio 2015 e delle prime ore del 7, dagli ultimi momenti di una vita «normale» che non tornerà più, per ripercorrere quanto accaduto in seguito: l’orrore di una strage che è ormai parte della storia e il viaggio per superarne le drammatiche conseguenze.

Non è un libro politico o militante, La traversata: non tratta di Islam, di jihadisti, di conflitti economici che sfociano in o si travestono da guerre di religione, né l’autore esprime un’opinione su tutto ciò. Lançon si dichiara esplicitamente a favore di una società libertaria, egualitaria, antirazzista, difende lo spirito di Charlie Hebdo come in linea con quei medesimi valori, ma non entra nel dettaglio degli eventi, non ne indaga le cause. Siamo lontani dal linguaggio del saggio, al cospetto di un romanzo introspettivo che in Francia ha meritatamente riscosso grande successo: al suo attivo 350 mila copie vendute più la conquista del Prix Fémina e del Prix Renaudot Spécial, e questo perché accompagna il lettore in un’esplorazione dell’animo umano, scortandolo senza pudore nei meandri dei sentimenti contrastanti che si possono provare quando si è vittime di una violenza ingiusta e terribile, nemmeno lontanamente immaginabile per chi non l’ha vissuta sulla propria pelle.

C’è l’orrore, dicevamo, e Lançon è bravissimo a descrivere l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo con uno stile cinematografico, come fosse la scena di un film di Quentin Tarantino e noi osservassimo il tutto in soggettiva, con i suoi stessi occhi colmi di paura, di dolore, di sangue: atterriti. Sono poche pagine, ma abbastanza per portarci dritti in un incubo reso ancora più inquietante da una serie di coincidenze che lo scrittore non manca di sottolineare, in primis l’uscita concomitante, quello stesso 7 gennaio, di Sottomissione, il romanzo in cui Michel Houellebecq, con il tono provocatoriamente sarcastico che lo ha reso famoso, tratteggia i lineamenti di una Francia con i musulmani al potere.

Pochi minuti prima di finire nel mirino dei fratelli Kouachi redattori e collaboratori di Charlie Hebdo avevano discusso proprio di quel libro poi diventato un bestseller; solo due di loro lo avevano già letto e Lançon era uno di quei due. Non molti attimi dopo si sarebbe riscoperto in una pozza di sangue, avrebbe tremato fingendosi morto davanti a un fucile ancora carico, per raggelarsi, infine, nello scorgere i suoi colleghi ridotti a zombie se non a cadaveri. Che cosa provereste nello scorgere sullo schermo di un cellulare la vostra faccia sfigurata al punto da ricordarvi la scena di una pellicola splatter o «un mostro» non meglio definibile? Che cosa nell’osservare il cervello di un amico pendere fuori dalla sua scatola cranica distrutta? È questa l’atrocità sviscerata ne La traversata fino a pagina 100, in quella che a posteriori si capisce essere nient’altro che un’introduzione, il resoconto di un fatto in grado di mettere a soqquadro l’esistenza di un uomo e non solo la sua.

La “traversata” vera e propria inizia subito dopo e illustra la riabilitazione fisica e mentale dell’autore e protagonista del libro: 17 operazioni chirurgiche subite in poco più di un anno e la lunga ed estenuante riabilitazione descritte nelle 350 pagine successive ci conducono senza risparmiarci nel calvario di un uomo irrimediabilmente sdoppiato, come se le pallottole infilatesi nella sua mano e nel suo viso avessero spezzato in due non solo il suo corpo, ma anche la sua psiche. “Forse la vita che mi era stato permesso di continuare non faceva altro che rimandare alla morte che avevo sfiorato”, scrive Lançon nel rammentare la sua “piccola via crucis” fatta di trapianti di ossa e innesti di strati di pelle in grado di salvarti l’aspetto, ma non senza importi sofferenze, sacrifici e una mole quasi insopportabile di disagi: il passaggio in cui il giornalista, classe 1963, confessa che in bocca gli crescono i peli della porzione di gamba usata ai fini della ricostruzione facciale lascia sgomenti. Perché alla fine ti ritrovi a riflettere su quanto poco ci si pensi, ai sopravvissuti degli attentati. Ti rendi conto di quanto sia insito nella nostra stessa natura un limite, quello che ci permette di sentirci realmente e profondamente coinvolti solo da ciò che ci tocca da vicino. Non è che uno dei motivi che fanno di La traversata una lettura importante: attraverso la cronaca rigorosa del dramma fronteggiato Lançon esorcizza il suo trauma consentendoci nel bene e nel male di avvertire sotto pelle lo strazio e la fatica di una guarigione (ancora in corso) che nonostante tutto ha il sapore della rinascita.

A sostenerlo nella ricomposizione del proprio sé martoriato e smarrito non è la fede, come avviene spesso in questi casi, bensì il conforto della letteratura e della musica. Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust, La montagna incantata di Thomas Mann, le Lettere a Milena di Kafka. E poi Bach, tantissimo Bach: da L’arte della fuga eseguita da Zhu Xiao-Mei alle Variazioni Goldberg suonate da Glenn Gould. “La musica di Bach, come la morfina, mi dava sollievo e non solo: liquidava ogni tentazione di lamentarmi, ogni sensazione di ingiustizia, ogni estraneità del corpo”.

È in questo territorio fatto di note e di parole, di meditazione e di auto-analisi, che piano piano lo scrittore de La traversata riorganizza e riformula la propria identità, pur nella difficoltà di essere immerso in una rete di relazioni interpersonali scombussolate dal suo stato. Al contatto con la tragedia l’amore può resistere, ma vacilla, l’ottimismo a tutti i costi di alcuni amici mette in difficoltà, la pacatezza di altri rasserena, reazioni nervose e abbracci si avvicendano senza una logica razionale. “L’attentato è uno stupro collettivo”, scrive Lançon. “Sono diventato responsabile di quelli che, in un modo o nell’altro, mi volevano bene. Le mie ferite erano anche le loro. La prova che dovevo superare era in comunione dei beni”.

In tutto ciò ospedali e centri di riabilitazione sono raffigurati come microcosmi a tratti asfissianti, sì, ma protettivi come può esserlo una culla per un neonato. La sfida più ardua è il rientro a casa: la prima camminata in solitudine, la prima serata mondana e tante altre prime volte. Si torna alla normalità, spiega il giornalista francese, “ma non era normale, almeno per me, temere tutti gli arabi con meno di trent’anni che incontravo”, aggiunge con onestà. Il 13 novembre 2015 la sua Parigi fu colpita da ulteriori attentati, solo al Bataclan morirono 90 persone. Lui in quel momento si trovava a New York con la consapevolezza ormai introiettata di non potersi difendere da niente perché a volte l’inferno è quel “luogo clinico e discretamente spettacolare, situato sulla Terra, in cui gli assassini spuntavano dal nulla per ragioni sconosciute”. Per fortuna al confine di quel luogo c’è un’umanità forse acciaccata eppure salvifica: malgrado tutto La traversata le rende omaggio e anche per questo commuove.

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