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50 anni di hip hop digital cover Rolling Stone Italia
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Cover: Alex Calcatelli per Leftloft
A cura di: Mattia Barro

Che l’hip hop sia nato in una festa di quartiere, un block party di una comunità, è forse l’aspetto più interessante della sua storia. È l’11 agosto del 1973 quando DJ Kool Herc, ai tempi appena diciottenne, decide di organizzare con sua sorella Cindy una festa al 1520 Sedgwick Avenue, l’unità abitativa dove vive con la sua famiglia di origine giamaicana nel Bronx a New York. I due affittano uno spazio al piano terra del palazzo e distribuiscono flyer nel quartiere con su scritto “A Dj Kool Herc Party – Back to School Jam”. Il party è previsto dalle 9 di sera alle 4 del mattino. Costo dell’entrata? 50 centesimi di dollaro per i ragazzi, un quarto di dollaro per le ragazze. Si presentano 300 persone della zona e Clive Campbell da quella sera diventa per tutti Dj Kool Herc, l’uomo che ha dato inizio al movimento hip hop.

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A quella prima festa ne seguiranno altre su cui sono stati scritti libri e girati film, serie e documentari tanto che oramai differenziare mito e realtà risulta un esercizio inutile. Ma poco importa; quello che conta è che in questi primi block party Dj Kool Herc sperimenta e introduce una nuova fondamentale tecnica di djing (che chiamerà Merry-Go-Round) basata sullo sfruttamento del break, ovvero sull’isolamento, l’estensione e la ripetizione ostentata delle parti più ritmiche dei brani funk e soul che suonava in pista e che – formalizzata – diventerà la struttura portante dell’hip hop (dalla breakdance al rap).

Quel piccolo seme gettato nella jungle del Bronx, come una decina d’anni dopo verrà chiamata da Grandmaster Flash and The Furious Five in The Message, dà così vita ad un movimento di empowerment della comunità afro-americana che ben presto dalle feste di quartiere si sposta alle strade, alla lotta politica, alla rivalsa sociale. Attorno alle quattro discipline (writing, turntablism, mcing, b-boyng ovvero graffiti, dj, rap e breakdance) questo movimento bottom-up porta gli emarginati della working class nera in cima alle classifiche americane rivoluzionando per sempre l’industria musicale a partire dagli anni ’80. Da controcultura a cultura, dalla strada alle radio; in cinquant’anni l’hip hop ha compiuto una rivoluzione che è andata ben oltre la musica stessa.

Per celebrare i 50 anni di questa cultura abbiamo quindi pensato di creare un nostro block party digitale coinvolgendo i più importanti esponenti della scena italiana (dalle sue origini con le posse a fine anni ’80 ad oggi) e alcuni artisti di spicco del mondo statunitense (come Wiz Khalifa – che più volte a raggiunto il primo posto delle classifiche USA -, o rapper estrosi e fuori dai canoni come Tierra Whack, Jpegmafia, Mykki Blanco, NLE Choppa), inglese (The Streets, Enny), latino (Nathy Peluso) e non solo. A questo esercito di amanti della cultura hip hop abbiamo forse chiesto la cosa più difficile: indicarci i loro cinque album rap preferiti di sempre.

Ne è così uscito uno spaccato sfaccettato, multiforme, in cui spiccano su tutti alcune pietre miliari del genere (gli storici It Takes a Nation of Millions to Hold Us Back dei Public Enemy, Ready to Die di Notorious B.I.G., Illmatic di Nas, The Miseducation of Lauryn Hill di Lauryn Hill, e i più recenti My Beautiful Dark Twisted Fantasy di Kanye West e Good Kid, M.A.A.D City di Kendrick Lamar, senza dimenticare i lavori firmati da Jay-Z, 2Pac, N.W.A. e dai nostri Sangue Misto), ma anche piccole perle e dischi di culto sconosciuti ai più. Comunità e passaparola, proprio come nei primi giorni dell’hip hop.