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Tutte le bugie e le mezze verità del film di Scorsese su Bob Dylan

La falsa storia d’amore con Sharon Stone, il misterioso senatore Jack Tanner e tutte le “libertà storiche” prese dal regista di ‘The Aviator’ per raccontare un’autentica “Bob Dylan Story”

'Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story'

Foto: Ken Regan/Netflix

«Se chi ti sta parlando indossa una maschera, allora sta dicendo la verità», afferma Bob Dylan in Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story, il nuovo film che Martin Scorsese ha girato per Netflix. «Se non ha una maschera, allora è improbabile che sia sincero». Mentre dice queste parole, Dylan non indossa nessuna maschera. È una delle scene di un documentario che, per rispettare la visione del regista, occasionalmente si allontana molto dalla verità, per esempio utilizzando degli attori che raccontano storie e leggende (false) a proposito del tour al centro della storia. Un’idea che siamo sicuri confonderà molti spettatori. Per questo, ecco la nostra guida a tutte le bugie e le mezze verità di Rolling Thunder Revue.

La giovane Sharon Stone non ha mai partecipato al tour

Molte rockstar dell’epoca di Dylan avevano relazioni con i fan, un modo di fare che oggi causerebbe imbarazzo e più di qualche problema alle loro carriere. Dylan, in realtà, è l’unico artista abbastanza coraggioso da inventare di sana pianta una relazione del genere per far funzionare meglio il film. La storia arriva a metà documentario, quando Sharon Stone (nei panni di se stessa) racconta di quando, a 19 anni, si è unita al carrozzone del Rolling Thunder Revue perché Dylan era attratto da lei. Niente di tutto questo è vero, e tutte le foto dei due insieme sono fasulle. (Sharon Stone, inoltre, avrebbe avuto 17 anni. Ma la gag sarebbe stata meno divertente con una minorenne).

Dylan non ha mai visto i Kiss nel Queens

Nel film, Dylan dice di aver deciso di dipingersi il volto di bianco dopo che Scarlet Rivera lo portò a vedere un concerto dei Kiss nel Queens. I Kiss, però, non suonavano lì dal 1973, quando erano ancora all’inizio della loro carriera. Impossibile che Dylan fosse a uno di quei concerti. L’idea del trucco sul volto, invece, è probabilmente ispirata al film francese Amanti perduti.

Il senatore Jack Tanner non esiste

Verso la fine del film, un rappresentante del Michigan di nome Jack Tanner spiega che ha usato la sua amicizia con Jimmy Carter per imbucarsi alla data del Rolling Thunder alle Cascate del Niagara. In realtà, a parlare è l’attore Michael Murphy. Il nome Jack Tanner, invece, arriva dal mockumentary di Robert Altman Tanner ‘88, scritto da Garry Trudeau e dedicato a una finta campagna elettorale.

Jim Gianopulos non si occupò della promozione del tour

Jim Gianopulos è un uomo pieno di risorse. È stato co-presidente di Fox Filmed Entertainment per 12 anni, e ora è il CEO di Paramount Pictures. Ma non ha mai lavorato alla promozione del Rolling Thunder Revue. All’epoca, studiava legge a Fordham. Comunque, dobbiamo ammettere che è un attore più che discreto.

Foto: Ken Regan/Camera 5/Netflix

Niente di tutto questo, comunque, sminuisce la potenza del documentario. Dopotutto questa è una storia che è stata raccontata tante volte e attraverso tanti medium diversi. In realtà, il mix tra materiale d’archivio e false testimonianze rende tutto più divertente e interessante. «Ci auguriamo che il pubblico lo guardi più volte, così da scovare tutti gli easter egg», ci ha detto una fonte interna al Dylan Camp. «Scorsese ha cambiato la storia per farla sopravvivere nel tempo».

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