La guida definitiva ai migliori album dei R.E.M. | Rolling Stone Italia
Home Classifiche Liste

La guida definitiva ai migliori album dei R.E.M.

Una piccola band di artistoidi spunta all'improvviso da Athens in Georgia, per inventare l'alternative rock e influenzare migliaia di artisti per decenni

Foto di Jo Hale/Getty Images

Album Imperdibili

“Murmur” (1983)

Usciti dal vivaio della scena college rock di Athens, Georgia, i R.E.M. atterrarono nello studio di Mitch Easter nel North Carolina per produrre il loro monumentale LP di debutto. I testi sussurrati da Micheal Stipe sembravano segreti condivisi, appena sporcati dalla chitarra poetica di Peter Buck, dal rombo di basso di Mike Mills e dalla forza del batterista Bill Berry, per un suono che diventava un armonia tra un post-punk arty e il folk rock. Il risultato – che dall’essenzialità di Radio Free Europe portava alla grandezza di Perfect Circle – divenne il manifesto del rock alternative, un codice che milioni di imitatori hanno provato a interpretare.

“Document” (1987)

«Noi siamo il confine accettabile per la roba inaccettabile» disse Buck commentando lo status della band come ambasciatrice dell’underground. Riconoscimento arrivato con il loro quinto album, grazie alla hit The One I Love. Tuttavia Document divenne un esempio brillante di un successo commerciale inaspettato, tra le critiche alla politica di estrema destra, la cover da pub dei Wire o It’s the End of the World As We Know It, una visione a raffica di un party per l’apocalisse.

“Automatic for the People” (1992)

“I will try not to burden you” canta Stipe nell’elegante progressione di Try Not to Breath. Tuttavia, il loro album più potente riguarda proprio la capacità della band di aiutare il pubblico a sopportare il peso che ognuno si porta dentro – che si tratti di depressione (Everybody Hurts), apatia (Ignoreland), o il fragile sogno di riuscire a influire sul proprio destino (Find the River). Melodie per lo più acustiche, i testi più belli che Stipe abbia mai scritto, meditazioni sul piacere, il dolore e la fugacità della vita.

Album da ascoltare

“Chronic Town” (1982)

Prima di diventare un prodotto fondamentale per l’era dello streaming, gli EP erano l’arma segreta delle band indie rock degli anni ’80, e le cinque canzoni di debutto dei R.E.M. si trovarono a fronteggiare, tra gli altri, con Stink dei Replacements e Metal Circus degli Hüsker Dü. Con una copertina che riassumeva il talento della band per un’arte mutevole, Chronic Town si ricollegava al suono caldo dei Byrds per creare delle bombe da dormitorio universitario, inquietanti e ossessive.

“Reckoning” (1984)

L’atmosfera artigianale di Murmur aveva molto a che fare con il metodo di produzione di Mitch Easter, ma per il secondo disco la band voleva un suono più potente e lo raggiunse senza perdere un briciolo del mistero esibito con il debutto (vedi 7 Chinese Bros). Le doti da cantante folk di Stipe su (Don’t Go Back to) Rockville, le cascate di chitarra di Buck su Pretty Persuasion e la disco machine inarrestabile di Berry in Harbcoat.

“Lifes Rich Pageant” (1985)

Buck aveva paragonato il loro quarto Lp, guidato dal producer di John Mellencamp, Don Gehman, ai lavori più sentimentali degli anni ’80 di Bryan Adams. Dagli inni ambientalisti Fall on Me e Cuyahoga fino ai sermoni di I Believe e These Days, l’immediatezza di quest’album fu una risposta neo-tradizionalista all’aura dorata dell’era Reagan. Inoltre, la loro versione di Superman, un brano oscuro garage rock dei Clique scritto negli anni’60, rimane una cover fenomenale, la migliore che sia stata mai fatta di un brano di questa band.

“Out of Time” (1991)

I R.E.M. inaugurarono gli anni Novanta con la nomea di una band capace di suonare qualsiasi cosa. Collaborarono con il filosofo hip hop di New York Krs One (Radio Song), scavarono nella bramosia e nella rabbia (Country Feedback), chiamarono il loro concittadino di Athens, Kate Pierson dei B-52, per una scorribanda di Stipe nella musica per bambini (Shiny Happy People). Mills cantò la canzone in stile Beach Boys Near Wild Heaven mentre con Loosing My Religion la band prendeva una melodia al mandolino e un testo che parlava di lussuria per buttarli dentro la Billboard Top Five.

“Monster” (1994)

Alla fine del 1993, Kurt Cobain disse a David Fricke di Rolling Stone che i R.E.M. erano “i più grandi”, aggiungendo: «Hanno affrontato il successo come dei santi». Solo pochi mesi dopo, Cobain era morto e i R.E.M. risposero con il loro LP più arrabbiato. Buck rese il suono pieno di distorsioni punk-rock e Stipe caricava di rabbia canzoni come I Took Your Name e Crush With Eyeliner. Il risultato fu una vivisezione della celebrità, con Stipe che esplorava nuovi confini della sua voce; su King of Comedy cantava quasi growl un brano rock di protesta, fino al falsetto esibito sulla supplica femminista Tongue.

“New Adventures in Hi-Fi” (1996)

Registrato on the road e in parte ispirato ai loro compagni di tour del 1995, i Radiohead, l’ultimo LP dell’età d’oro di R.E.M. prese il suono pesante di Monster e lo portò in un territorio sonoro ed emotivo più oscuro e crudele. Il caos di The Wake-Up Bomb e How the West Was Won and Where It Got Us trasformano la tristezza in un inno. Ma c’è anche spazio per la tenerezza; l’omaggio a Marc Bolan dei T. Rex in New Test Leper cita Gesù, cercando un confronto in mezzo a un mondo decaduto.

Album per approfondire

“Fables of the Reconstruction” (1985)

La band si recò a Londra per realizzare il suo terzo LP insieme a Joe Boyd, produttore che aveva realizzato alcuni classici folk-rock per Nick Drake e Fairport Convention. Le chitarre liquide iniziarono a diventare sempre più torbide, specchio perfetto per le atmosfere gotiche di Driver 8 e Green Grow the Rushes. L’aura pensierosa del disco viene spezzata in Life and How to Live It, apice della tecnica di Buck, o per il boogie new wave di Can’t Get There From Here, il loro primo colpo inaspettato sparato verso cuore delle radio.

“Green” (1988)

Pubblicato il giorno delle elezioni del 1988, il loro debutto con una major si scagliava contro la vittoria di Bush, tra l’ottimismo di Get Up, la ballad al mandolino You Are the Everything e Stand, brano in cui Stipe ribadisce il suo amore le canzoni anni Sessanta. Il loro secondo lavoro insieme al produttore Scott Litt, Green, è un po’ strano da un punto di vista sonoro e si fa sempre più crudo man mano che progredisce, fino a che non si arriva all’ultima canzone del disco, Untitled, brano che capovolge tutto con Mills e Stipe che cantano magnificamente parlando della musica e dell’amore come luce guida.

“Reveal” (2001)

Nel 1997, Berry lasciò la band a causa di problemi di salute, privando i R.E.M. del loro motore incrollabile. Dopo l’album senza direzione del 1998, Up, la band raddrizzò il timone su Reveal, con Stipe che sfoderò tutte le influenze Pet Sounds su Summer Turns Too High, scrivendo anche una delle sue ballad più luminose, Beat a Drum. Imitation of Life, poi, è stata la loro ultima grande hit, un brano che prende il titolo da un film del regista degli anni ’50 Douglas Sirk, un maestro del livello di Stipe nel sovvertire orgogliosamente le norme di genere così come quelle sociali.

“Accelerate” (2008)

C’è stato un tempo in cui i R.E.M. gareggiavano con gli U2 come migliore band al mondo: gara poi dominata dagli irlandesi dopo l’addio di Berry. Tuttavia, i fan che pensavano che Stipe e soci non avrebbero mai più suonato rock, rimasero felicemente sorpresi da Accelerate, il loro primo LP dopo quattro anni di silenzio. Certo, suonano un po’ arrugginiti in I Gonna DJ, ma Buck riesce a tirare fuori un riff mostruoso per il singolo Supernatural Superserious, mentre Hollow Man è una dose di sensualità che raggiunge i livelli di Reckoning. Highlight segreto del disco: Houston, un diario di viaggio raccontato dal punto di vista di un rifugiato in fuga dopo l’uragano Katrina.

“Collapse Into Now” (2011)

«Faremo la nostra uscita di scena con un acuto», disse Mills, parlando dell’LP che rappresenta il canto del cigno dei R.E.M. Collapse Into Now è una dolce retrospettiva sulla gloriosa carriera della band: garage rock splendente e coraggioso (That Someone Is You), intimità acustica meravigliosa (Überlin), ballad devastanti (Walk It Back). Ci vogliono le palle per cantare come un verso che dice “Let’s show the kids how to do it” come fa Stipe sulla rabbiosa All the Best, e la musica gli da ragione, più che nel momento in cui mantiene le sue promesse su Blue, brano cupo e adorabile nato per rendere orgogliosa la sua amica Patti Smith.

Altre notizie su:  r.e.m.