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La canzoni che hanno definito gli anni ’70

Dai Rolling Stones a Janis Joplin passando per Led Zeppelin e Elton John, ripercorriamo i brani che hanno scritto pagine indelebili di un decennio irripetibile

Michael Putland/Getty, Terry O'Niell/Getty, Jim McCrary/Getty

Riflettendo a ritroso sulla storia del pop nelle generazioni precedenti, è facile dimenticare come realmente suonavano le cose nel proprio tempo. Infatti, mentre la cultura occidentale si stratificava sempre di più, i primi anni Settanta rispecchiavano la sua crescente complessità attraverso canzoni da hit parade evocative, divertenti e, nel bene o nel male, inevitabili. I brani in questa lista rappresentano gran parte del DNA di chi ha vissuto quegli anni, quando la radio era ancora più importante della TV e le nostre infinite guerre tra culture diverse erano solo all’inizio. Sorgevano nuovi movimenti civili e politici, e anche la pop music iniziava a riflettere sulla propria storia. Quegli anni sono stati uno dei periodi più floridi per la musica, di cui queste canzoni sono state i pilastri.

“Get Up (I Feel Like Being a) Sex Machine” James Brown (1970)

Gli anni settanta sono stati probabilmente la decade più sexy nella cultura accidentale. I controlli delle nascite e i primi spiragli dell’AIDS trasformarono le fantasie utopiche degli anni Settanta in possibilità impossibili da prevedere. Simbolo del turbine di libidine che sconvolse quegli anni, il brano di James Brown era il singolo con cui il suo autore dichiarava al mondo la propria vitalità e il proprio speciale talento, sopra un groove irresistibile. La sua band di musicisti giovani, affamati e senza un soldo, i J.B.’s – composta dai fratelli Bootsy e Catfish Collins, rispettivamente basso e chitarra, e Jabo Starks alla batteria. Bobby Bird era il cantante spalla, in questo arrangiamento estemporaneo realizzato insieme ai fiati della James Brown Orchestra

“I’ll Be There” Jackson 5 (1970)

Quando, dopo il loro debutto del 1969 con I Want You Back, i Jackson pubblicarono altre due hit come ABC e The Love You Save,
la loro vitalità sembrava irrefrenabile, un nuovo volto dell’ottimismo Motown per un nuovo decennio. Tuttavia, fu proprio questa ballata a diventare il best seller di tutti i tempi per l’etichetta di Detroit, che rimarrà proprietaria di questo brano per più di un decennio. Nessuna pre-adolescente ha mai cantato la propria fede come ha fatto Michael Jackson, la sua performance inizia con una dolcezza infantile, che si rompe improvvisamente in una voce graffiata, già da adulto. Una citazione a Reach Out (I’m Be There) dei Four Tips, mentre Michael grida “Just look over your shoulders, honey”: una citazione del passato che preannuncia una grande del futuro.

“My Sweet Lord” George Harrison (1970)

Dopo che nei primi anni ’70 i Beatles erano rimasti insieme grazie alla scoperta della spiritualità in Let it Be, George Harrison puntò dritto al cielo con My Sweet Lord. Harrison combinò il mantra Hare Krishna e l’inno cristiano Oh Happy Day con una chitarra blues impeccabile, il wall of sound di Phil Spector e He So Fine dei Chiffon – almeno secondo una corte distrettuale degli Stati Uniti – in un esempio fantastico di perfezione pop, Durante un’intervista a Rolling Stone, John Lennon disse: «Ogni volta che passano questo brano alla radio, comincio a pensare che deve esserci un Dio!».

“Layla” Derek and the Dominoes (1970)

Per buona parte degli anni Sessanta, il guitar hero Eric Clapton passava da una superband all’altra, tuttavia inaugurò un decennio riscoprendo il blues e mettendo insieme una band che rispecchiava perfettamente le sue richieste. Il desiderio allora non corrisposto di Clapton per Patti Boyd (la moglie del suo amico George Harrison) scatenò la performance più appassionata della sua carriera.

“Uncle John’s Band” Grateful Dead (1970)

Con l’arrivo degli anni ’70 crebbe la popolarità delle radio FM a discapito di quelle AM, principale fonte di pubblico per le hit da classifica. Anche gli hippies si riscoprirono fan della radio, incollati alle stazione FM soprattutto grazie a questo capolavoro underground, traccia d’apertura di Workingman’s Dead e simbolo della produzione più oscura dei Grateful Dead.

“Rose Garden” Lynn Anderson (1970)

Negli anni ’70 la musica country diventò mainstream come mai era successo prima, e le donne erano in prima linea, con Loretta Lynn e Dolly Parton. Tuttavia il simbolo dell’avanzata country di quell’epoca è questo brano scritto da Joe South per Lynn Anderson, una spruzzata d’ottimismo dopo il periodo buio del Vietnam.

“Me and Bobby McGee” Janis Joplin (1971)

Diversi cantanti avevano provato a interpretare i lavori strappa lacrime di Kris Kristofferson – da Kenny Rogers a Bill Haley – ma nessuno era riuscito a trasmettere lo stesso sentimento come fece Janis Joplin. La sua voce graffiante che si mescola con il solo finale, un brano che sarebbe diventato un classico anche se la cantante non fosse morta prima della sua uscita. Tuttavia la sua prematura scomparsa diede una nuova interpretazione al verso “Freedom’s just another word for nothing left to lose“, che divenne un epitaffio non soltanto per la più selvaggia delle donne del blues hippy, m aun addio agli stessi anni ’60.

“Stairway to Heaven” Led Zeppelin (1971)

Spesso le radio FM negli anni Settanta celebravano canzoni non proprio radiofonici: brani lunghi, profondi e grandiosi – anche se talvolta gli stessi ascoltatori rimanevano sorpresi di trovarsi in atmosfere del genere. E non c’era nessuna band che dominava quei territori come fecero i Led Zeppelin. Un singolo di otto minuti e due secondi, dove il misticismo e l’oscurità iniziale esplodevano nella tempesta che li rese anticipatori del metal.

“It’s Too Late” Carole King (1971)

Durante l’adolescenza Carole King scriveva già grandi classici come Will You Still Love Me Tomorrow, ma la sua vera carriera discografica è iniziata solo dopo il trasferimento a Laurel Canyon alla fine degli anni ’60. I testi di Toni Stern – basati sulla fine della relazione della cantante con James Taylor – raccontano di uno sguardo sulla relazione, una prospettiva che fugge la colpa e l’amarezza. La voce vissuta e stanca di King può far dimenticare che all’epoca la cantante non aveva ancora compiuto trent’anni, e il modo in cui il sax soprano di Curtis Amy entra appena prima del ritornello finale sottolinea il messaggio della canzone su come l’amore possa improvvisamente svanire.

“Brown Sugar” Rolling Stones (1971)

Gli Stones avevano dimostrato di non essere molto a loro agio con l’utopia degli anni ’60, ma ecco che con i ’70 iniziava un decennio che rispecchiava perfettamente il volto più selvaggio della band. Brown Sugar è uno dei brani rock & roll per eccellenza, un viaggio verso le radici black del suono degli Stones sospeso tra la sessualità dirompente della band e le ombre della schiavitù di cui è intrisa la cultura afroamericana.

“Family Affair” Sly and the Family Stone (1971)

Il più grande successo in classifica di Sly Stone era un capolavoro oscuro di R&B sottomarino. Gli ingredienti: Cynthia Rose alla voce, Bobby Womack alla chitarra wah-wah, Sly a tutto il resto – soprattutto al “funk box”, la drum machine Maestro Rhythm King MRK-2. Womack sostiene che il particolare suono di voce fosse frutto di un microfono posizionato dietro la testa di Stone mentre cantava steso su un pianoforte. Il testo, piuttosto enigmatico, è aperto a più interpretazioni: forse parla di un doposbronza a Woodstock, forse della paura dei Black Panthers. Ma come ha detto Sly all’epoca dell’uscita: “La canzone parla di affari di famiglia, non importa se si tratta della famiglia genetica o dell’ambiente sociale”.

“Let’s Stay Together” Al Green (1972)

Negli anni ’70, mentre la musica soul cambiava volto, gli inni da strada dei movimenti per i diritti civili lasciavano spazio alla musica dell’amore da cameretta. E non c’è stato nessun cantante capace di combinare queste due anime meglio di Al Green. Ascoltando Let’s Stay Together sembra che Green abbia improvvisato tutto sul momento, ispirato dal beat rozzo della sezione ritmica e dall’arrangiamento elegante del produttore Willie Mitchell.

“I’ll Take You There” The Staple Singers (1972)

Con una strofa, due accordi e cinque minuti di magnifico gospel-soul, I’ll Take You There rese la musica nera da chiesa accessibile al pubblico bianco. L’arrangiamento, nel frattempo, ammiccava al primo reggae jamaicano. Il testo fu scritto da Al Bell, mentre la struttura fu presa di peso da The Liquidator, hit reggae del 1969 di Harry J Allstars. Nella versione delle Staple Singers, il contralto di Mavis Staples libera il brano dalla sua storia complicata. «La gente pensava che I’ll Take You There fosse la musica del demonio», ha detto poi, «perché la ballavano tutti».

“Rocket Man” Elton John (1972)

Your Song, Levon, Tiny Dancer, Daniel, Honky Cat, Crocodile Rock – Elton ha dominato l’inizio degli anni ’70, e forse anche il resto del decennio, ma è Rocket Man la sua hit più ambiziosa. Ispirato da un brano di Tom Rapp, l’autore del testo Bernie Taupin immaginò un astronauta annoiato dalla banalità del suo lavoro. Sul palco, John usava il brano come pista di lancio per jam incredibili che alternavano assoli di piano in stile New Orleans con accenni New Wave.

“Superstition” Stevie Wonder (1972)

Fingertips pt.2 diventò la prima hit al primo posto in classifica di Stevie Wonder: all’epoca, il prodigio del soul aveva solo 13 anni, ma non ripeterà il successo per almeno un decennio. Poi, grazie a questo capolavoro dimostrò di non essere solo un prodigio, ma l’adulto geniale che avrebbe conquistato il mondo: come What’s Going On di Marvin Gaye, con Superstition Stevie Wonder riprese il controllo della sua carriera. E anche questa era una hit politica, ispirata dallo scetticismo che pervadeva gli Stati Uniti dell’epoca.

“I Am Woman” Helen Reddy (1972)

Helen Reddy pubblicò il suo inno femminista I Am Woman con astuzia. Nella sua carriera di performer, Reddy era abituata alla stupidità maschile. Questo brano, con quel ritornello che le è apparso in sogno, era la sua rivincita – un ruggito collettivo che in molti scambiarono per una bravata egocentrica. «Sono riuscita a parlare a tutti i tipi di donna», scrisse Reddy. «Donne dimenticate dalle voci più forti del femminismo, oppure donne che pensavano di essere già libere».

“Hello It’s Me” Todd Rundgren (1972)

Come vorremmo che tutta la musica contemporanea fosse divertente e irritante come il primo singolo di Todd Rundgren. Scritta quando era ancora un membro dei Nazz, Hello It’s Me era ispirata alla parte di organo che Jimmy Smith suonò in When Johnny Comes Marching Home, e raccontava di una sfortunata storia d’amore attraverso una telefonata a senso unico. Rundgren la registrerà di nuovo per l’ambizioso album Something/anything.

“Popcorn” Hot Butter (1972)

La prima hit di pop elettronico della storia è stata composta da Gershon Kingsley. Il compositore trovò la melodia mentre improvvisava su una partitura di Bach, e la pubblicò in Music to Moog By nel 1969. «Pop sta per musica pop», dirà dopo, «mentre “corn” è per il kitsch». Il brano non decollerà finché gli Hot Butter non ne faranno una cover nel 1972: Popcorn diventerà un successo nelle discoteche di Parigi e ispirerà artisti come Aphex Twin, Muse e Crazy Frog.

“Let’s Get It On” Marvin Gaye (1973)

Più che una canzone, What’s Going On era un inno alla consapevolezza politica, e segnò l’inizio di una nuova fase della carriera di Marvin Gaye. Let’s Get It On, invece, era un brano sexy che guardava in una direzione decisamente diversa, ma non per questo privo di contenuto: con la canzone Gaye dice che tutti i “sensibili” hanno diritto a fare sesso. Gli anni ’70 saranno un decennio bollente, certo, e nessuno ha esplorato l’arte della seduzione con lo stesso umorismo e determinazione edonista di Gaye.

“The Ballroom Blitz” The Sweet (1973)

La trasformazione degli Sweet da band di pop prefabbricato a precursori del punk rock toccò il suo apice con la hit più accattivante del glam rock. Questo toccante brano autobiografico – con un arrangiamento preso in prestito da Let’s Stomp di Bobby Comstock – racconta un bombardamento di bottiglie subito durante un concerto del 1973 a Kilmarnock, in Scozia. The Ballroom Blitz esploderà negli Stati Uniti due anni dopo, aprendo la strada al debutto dei Ramones, Blitzkrieg Bop.

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