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I 20 tesori nascosti di Lou Reed

Nell’anniversario della morte del grande rocker americano, un viaggio nel suo repertorio meno noto, dall’eroina con i Velvet Underground alle eroine delle canzoni d’amore

Lou Reed in concerto nel 1983 a New York

Foto: Lewton Cole / Alamy / IPA

Anche quando esplorava gli anfratti più bui del cuore, Lou Reed scriveva canzoni piene di vita. I suoi personaggi contorti riuscivano a scovare momenti di trascendenza, amore e connessione umana anche nelle circostanze peggiori. Nessuno ne eguagliava il ringhio della voce e l’intensità rabbiosa della chitarra. Per ognuno dei suoi classici acclamati c’è un pezzo meno noto, ma ugualmente essenziale. Ecco quindi 20 tesori nascosti che meritano d’essere riscoperti per celebrare Lou Reed. Come cantava in Waiting for My Man, “walk it home”, portatele a casa.

1“Here She Comes Now”(1968)

Non è una melodia appariscente: non c’è rumore, non c’è poesia, sta tutto nel ritmo, due minuti di chitarra e viola che si trasformano in un incantesimo fra bordoni e rebop. È esattamente quel che i Velvet Underground si prefiggevano di fare.

2“Sister Ray (15/3/69, Boston Tea Party)” (1969)

Ogni versione di Sister Ray fa storia a sé. Questa rappresenta il picco dei Velvet, il vertice assoluto dell’amplesso uomo-chitarra: 24 minuti di meraviglioso feedback demoniaco registrato dal vivo a Boston il 15 marzo 1969 (nel link di YouTube la data è sbagliata). È tratta dai famosi bootleg registrati direttamente dall’amplificatore di Lou Reed. Attorno all’undicesimo minuto lo si sente dare fuori matto con la chitarra e prendere a calci in culo ogni singolo spettatore. La seconda migliore Sister Ray è quella del 12 dicembre 1968 a Boston che ha più organo e, attorno al quattordicesimo minuto, alcuni passaggi di chitarra sorprendentemente simili a quelli dei Byrds. La terza migliore è Sister Ray / Foggy Notion di 29 minuti contenuta nei Quine Tapes, che inizia con un avvertimento da parte di Lou: «Questa durerà un bel po’». Si potrebbe dedicare la vita alle registrazioni bootleg della sola Sister Ray ed effettivamente qualcuno lo fa.

3“Move Right In” (1968)

Uno showchase della chitarra grezza e R&B di Lou, sempre al centro della sua musica. I Velvet consumano questo groove bollente in meno di 3 minuti (dall’immortale bootleg Live ’68, noto anche come Problems in Urban Living), mentre Lou e Sterling Morrison cavalcano un riff malefico.

4“Pale Blue Eyes (La Cave Version)” (1968)

Come molte canzoni di Lou Reed, Pale Blue Eyes è perfetta in una lunga notte di terrore, il tipo d’esperienza che Lou conosceva bene. È rifatta in modo selvaggio in questo spettacolo dell’ottobre 1968 a La Cave di Cleveland. Lou improvvisa il testo: “Gli angeli sono andati in paradiso e il diavolo è andato all’inferno, l’ho visto scendere dal soffitto della mia stanza. Sembrava un monaco pazzo proveniente dall’Afghanistan. Avresti dovuto vedere la madre quando è sceso con la scopa. Di certo non potevo andarmene via da lì troppo presto”.

5“I Found a Reason” (1970)

Questa ballata poetica in stile doo-wop mascherata da parodia contiene uno dei migliori passaggi di chitarra ritmica di Lou, specialmente il break che va dal minuto 2:38 a 3:15, 37 secondi di scintillante perfezione elettrica. La chitarra ti fa venir voglia di cacciare la testa dentro alla cassa di sinistra ed è tanto più commovente perché spacciata per uno scherzo sarcastico. Bello anche il testo: “Io credo / Che tu sia ciò che percepisci / Ciò che viene è meglio di ciò che è venuto già”.

6“Going Down” (1972)

Una gemma poco nota tratta dal confusionario debutto solista, uno di quei dischi che gli amici ti regalano solo perché l’hanno trovato da qualche parte e vedendolo hanno pensato a te. Uno di quei dischi che ascolti parecchio e ti piace pure, anche se è facile capire perché ha una brutta reputazione (le copertine con dipinti raffiguranti colibrì rappresentano generalmente un brutto segno). Going Down è una ballata per pianoforte lunatica con un tema tipico di Lou: l’amore ti rende ora forte e ora debole, e a volte è difficile capire la differenza.

7“Crazy Feeling” (1975)

Un gioiello da girl group degno delle Ronettes, con il suono di campane di una chiesa. Per Lou Reed, il cuore umano è come una grande città, un luogo divertente, un po’ circo e un po’ una fogna, ma comunque un posto dov’è possibile trovare persone pazze tanto quanto te. E così va a caccia d’amore in un bar di prostitute drag queen. Verso migliore: “Si sa che gli affari finiscono alle 3 / Si sa che dopo quell’ora l’amore è gratis”.

8“A Gift” (1975)

Non la si confonda con il brano dei Velvet titolato The Gift, che è il loro pezzo peggiore, praticamente la loro Maxwell’s Silver Hammer (anche se la versione strumentale, Booker T, è fantastica). A Gift è invece una delizia usa e getta tratta da Coney Island Baby su cui Reed non ha lavorato granché. Ci sono la sua chitarra strimpellata e la sua voce che sospira “Sono un dono per le donne di questo mondo”. Ci crede veramente, che è probabilmente la parte più difficile.

9“Satellite of Love (da Lou Reed Live)” (1975)

La prima immagine di Lou Reed su cui ho posato gli occhi è quella della copertina di Lou Reed Live del 1975. Non era il suo disco dal vivo migliore – anzi, non era nemmeno uno dei suoi dieci migliori –, ma se non altro aveva una copertina strepitosa. Lou sembra il degente di un reparto psichiatrico che si spaccia per un jazzista con in testa cappello da magnaccia, mentre sbeffeggia il mondo protetto da occhiali da sole talmente scuri da non lasciare che il mondo sbeffeggi lui. Avevo ascoltato la sua voce alla radio e dopo aver visto questa copertina capii che quel tipo avrebbe giocato un ruolo importante nella mia vita, un ruolo probabilmente pericoloso. Lou grugnisce Satellite of Love come se stesse cercando di prendersi gioco della sua stessa canzone e del concetto stesso di romanticismo, eppure resta comunque vittima del suo incantesimo.

10“Gimme Some Good Times” (1978)

Street Hassle è uno dei suoi dischi migliori, un’opera sui misteri della compassione umana. A volte ci fidiamo delle persone e le lasciamo entrare nella nostra vita, sbagliando. Alcuni fanno un passo indietro non appena le cose vanno male. Proprio quando sei debole e disperato, ti abbandonano in una stradina secondaria derubandoti prima di squagliarsela. Altri ti restano vicini, anche quando sanno che stai sbagliando. Come distingui gli uni dagli altri? Lou sembra suggerire che il modo migliore è farti con loro, ma era il 1978, tutti lo pensavano. Il pezzo inizia con il riff di Sweet Jane, la canzone che Lou non riusciva a smettere di riscrivere, forse perché la canzone stessa aveva il potere di cambiare lui. Un passaggio del testo suona terrificante se ascoltato con attenzione: “Alcuni dicono di non potersi muovere, ovunque si trovino”.

11“Think It Over” (1980)

Un gioiello nascosto nell’altrimenti noioso Growing Up in Public che detta il tono delle canzoni d’amore che Lou scriverà nei due decenni successivi. Lui chiede a lei di sposarlo. Lei si domanda se lui sappia che cosa significa davvero (“Quando chiedi il cuore di qualcuno /Assicurati di essere lucido”). Lui vuole affrettare le cose, lei gli chiede di calmarsi e di pensarci su. L’amore non è che un’altra forma di dipendenza: la prima cosa che impari è che c’è sempre da aspettare.

12“The Heroine” (1982)

L’album The Blue Mask è stato per me fonte di conforto nel corso degli anni, anche se probabilmente non lo è stato per Lou Reed che qui, con la sua band più dura dai tempi dei Velvet, affronta il tema terrorizzante della monogamia. È da solo, voce e chitarra, e sembra fragile mentre prende il viaggio di morte dei Velvet Heroin e lo porta in un’altra dimensione. Ciò che viene è meglio di ciò che è venuto già.

13“Legendary Hearts” (1983)

“Amori leggendari mi perseguitano nel sonno. Non avrei mai dovuto promettere quelle cose. Non ne sono all’altezza. Sono uno da un bacio e via. Un amore non leggendario”. Chiunque dorma nello stesso letto con un’altra persona conosce la paura che t’assale a notte fonda. Lou ne parla con la stessa feroce onestà con cui ha affrontato qualsiasi altro argomento. E l’interplay di chitarra con il grande Robert Quine aggiunge un tocco di saggezza autunnale.

14“Bottoming Out” (1983)

Il racconto di un matrimonio travagliato contenuto in Legendary Hearts è sorprendentemente dettagliato e Martial Law e Don’t Talk to Me About Work sviscerano il problema di base: come smettere di lamentarvi delle persone con cui convivete (“Cerca di non lasciare in giro per casa la spazzatura, portala fuori”). Betrayed parla di non prenderla sul personale quando ti criticano, Bottoming Out descrive quei momenti in cui discussioni interminabili ti spingono a uscire e fare un giro in moto per schiarirti le idee. Succede che ti strafai e tutto va in malora perché questa è pur sempre una canzone di Lou Reed, giusto? Non ci sono happy ending da due soldi da queste parti, ma un sacco di chitarre, quelle sì.

15“New Sensations” (1984)

Lou trasforma in poesia i piccoli dettagli di un comune giro in moto: “Sono andato in Pennsylvania vicino al Delaware Gap / Quando mi perdevo dovevo controllare la mappa” (è la sintesi perfetta di quella che Lester Bangs chiamava la tradizione di testi alla Lou Reed, tipo “sono andato verso la sedia e mi ci sono seduto”). Il suono mira alla grandezza del synth-pop e la canzone suona come i Depeche Mode quando promettevano “Sarò un satellite di odio” nell’album A Broken Frame.

16“The Great Defender (Down at the Arcade)” (1984)

Sulla copertina di New Sensations c’era un videogioco – tutti i vecchi rocker erano tenuti a giocarci negli anni ’80 perché è così che dimostravano di essere al passo coi ragazzini dell’era spaziale di MTV. Beh, sì, “it’s hard”, è dura, direbbe Pete Townshend. Eppure Lou è riuscito a rendere la sua fase new wave divertente e personale come qualunque altra cosa abbia fatto, compresa questa grande canzone che parla di giocare a Defender. “Chiamo il disk jockey per dedicare una canzone a Blair / Sono i Tempts che cantano I’ll Be There”. Difficile dire cosa sia più divertente, l’idea di Lou che ci prova con una ragazza di nome Blair o il fatto che il 99% dei suoi fan rispondeva immediatamente: “Aspetta Lou, non era I’ll Be There dei Four Tops?”. Non fatevi ingannare, Lou sapeva quel che faceva. Erano gli anni ’80, signore e signori.

17“September Song” (1985)

Lou si stava oramai godendo lo status di grande vecchio. I dischi dei Velvet Underground impossibili da trovare erano stati ristampati nel 1984, il che significava che tutti potevano finalmente sentirli, rendendo Lou ancora più pieno di sé – e chi sospettava che poteva diventarlo ancora di più? Qui interpreta lo standard Kurt Weill degli anni ’30 September Song, dal tributo Lost in the Stars, una canzone nota a molti nella versione di Frank Sinatra. Lou lo trasforma in un choogle veloce: “Questi giorni preziosi, mi piacerebbe passarli con te”.

18“Halloween Parade” (1989)

Se sei un fan di Lou e dici di non averla ascoltata a Halloween nel 2013, stai mentendo.

19“Big Sky” (2000)

È il finale di Ecstasy, che uscì senza grande clamore nel 2000 e si rivelò essere il suo ultimo album vero e proprio, un tributo all’amore per Laurie Anderson. Big Sky è un pezzo rock ottimista e chiassoso su due persone non più giovani che pensano a un futuro che, proprio perché stanno assieme, sembra senza limiti. Un’ode a un altro tipo di eroina.

20“Tell It to Your Heart” (2004)

Lou ha piazzato questa canzone d’amore newyorkese sul flop Mistrial del 1986 dove nessuno l’ha notata (tranne David Fricke). Prende vita in questa magnifica slow jam tratta dall’album dal vivo Animal Serenade del 2004. Descrive New York come la città delle luci, dove ogni luce è una stella e dove ogni stella è un satellite dell’amore in un grande cielo. “Non sai mai che cosa vedi quando alzi gli occhi al cielo”, canta. È quello che ci ha detto nel corso di un’intera carriera.

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