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I 20 capolavori nascosti di John Lennon


Nel giorno del compleanno dell’ex Beatle, riascoltiamo le canzoni più sottovalutate del suo repertorio solista

La carriera solista di John Lennon è stata ricca e turbolenta quanto i suoi ultimi anni nei Beatles: un vortice di hit, avventure e crisi emotive. Nel giorno del suo compleanno, ecco venti canzoni incise nei suoi album in studio che meriterebbero più attenzione.

“Hold On” John Lennon / Plastic Ono Band (1970)

Nonostante avesse giurato che “non credeva nei Beatles”, Lennon ha attinto da quel patrimonio geniale per costruire un ponte verso le confessioni del suo primo album solista. Questo brano è un diamante grezzo: si apre con un giro malinconico di chitarra con il tremolo, un’eco ai singhiozzi R&B di Don’t Let Me Down, B-Side di Get Back. Il testo è una semplice lista di consigli, cantata con una padronanza di sé confortante – un raro momento rassicurante in un album tormentato dal dolore e dalla ricerca di sé.

“Remember” John Lennon / Plastic Ono Band (1970)

Lennon tornò coraggiosamente agli ideali distrutti dell’infanzia e dell’abbandono del padre (“Remember how the man / Used to leave you empty handed / Always, always let you down”) con questo brano arrangiato con manciate di pianoforte alla Little Richard e un beat stridente di Ringo Starr. Il riferimento criptico al “5 novembre” – la festività britannica dedicata a Guy Fawkes – era il modo di Lennon di avere l’ultima parola: racconta uno scherzo fatto da teenager con l’amico dei Quarrymen Pete Shotton, e di un falò andato fuori controllo.

“Isolation” John Lennon / Plastic Ono Band (1970)

Scritta nel mezzo di una serie di dichiarazioni sfacciate sui suoi bisogni materni, sulla rinuncia alla fede e sull’amore eterno per Yoko Ono, moglie e partner creativo, tutte conseguenza dell’esperienza della coppia con la terapia dell’urlo primario, Isolation mostra Lennon paralizzato dalla paura. Nel testo si confronta con la libertà post-Beatles, la paranoia e l’insicurezza. È Help senza il tintinnio delle chitarre elettriche, ridotta a un pianoforte essenziale e, prima del bridge, a un silenzio spezzato solo dalla cassa di Ringo Starr, il battito cardiaco più rumoroso del mondo.

“Crippled Inside” Imagine (1971)

Dopo l’apertura con l’inno pacifista Imagine, il secondo album di Lennon continua con una bomba a mano avvolta in ritmi rockabilly e piano da saloon, con un solo country di chitarra resofonica suonato da George Harrison. Il ritornello – “One thing you can’t hide / Is when you’re crippled inside” – potrebbe essere uno schiaffo all’ex-collega Paul McCartney (che verrà attaccato direttamente nel Lato B con How Do You Sleep?). Ma quando Lennon scriveva in seconda persona, spesso era come se si guardasse allo specchio.

“It’s So Hard” Imagine (1971)

Questa marcetta funky ricorda Yer Blues di The Beatles, ma con in più un ritmo semplificato e le esplosioni di sax tenore di King Curtis. “Sometimes I feel like goin’ down”, canta Lennon con un ringhio amaro. Ma la spinta della sezione ritmica e il suo tipico stile al pianoforte non suonano affatto sconfitti.

“I Don’t Wanna Be a Soldier, Mama, I Don’t Wanna Die” Imagine (1971)

Questo “inno del rifiuto” era a malapena una canzone – un paio di accordi e una serie di variazioni sul protagonista del titolo, che da soldato diventa “un uomo ricco”, “un avvocato”, “un prete”, “un fallimento”. L’improvvisazione era rara nei dischi di Lennon, e questo brano suona più come uno scarto delle session dei Rolling Stones per Sticky Fingers, con Nicky Hopkins al piano per rendere tutto più autentico. King Curtis, però, rompe l’equilibrio con un bombardamento di sassofono, e la slide guitar di George Harrison si arrampica su tutto l’arrangiamento come l’edera.

“Woman Is the Nigger of the World” Some Time in New York City (1972)

Prima che Patti Smith scrivesse Rock ’n’ Roll Nigger e i rapper neri rivendicassero l’epiteto razzista come simbolo della fratellanza nel ghetto, Lennon sfruttava la sua posizione privilegiata nelle Top 40 radiofoniche con il ritornello di questo manifesto femminista scritto con Ono, il primo singolo di Some Time in New York City. Per aggiungere un pizzico di perversione, Lennon accompagnò alla voce declamante e al testo da agenzia di stampa underground un ritmo in stile R&B anni ’50. Tuttavia, il singolo arrivò comunque al numero 57 della Billboard Top 100 – il che significa che venne davvero passato in radio. Missione compiuta.

“New York City” Some Time in New York City (1972)

Come fosse una pausa dai versi di protesta o dalle hit da classifica che compongono questo album, New York City miscela i tratti autobiografici del singolo dei Beatles The Ballad of John and Yoko con l’entusiasmo per la città che lo ha adottato. Vengono citati David Peel, la nuova band di Lennon – gli Elephant Memory –, e il traghetto per Staten Island, mentre la produzione, affidata a Phil Spector, ritrae il suono del rock ‘n’ roll come dovrebbe essere senza eccessi di riverbero o di alcol.

“Tight A$” Mind Games (1973)

Per essere un disco realizzato all’alba della sua più grande crisi personale – il suo allontanamento da Yoko Ono e il cosiddetto “Lost Weekend” – Mind Games tocca picchi di felicità inaspettati come, ad esempio, questo momento country. Un brano che ricorda i lavori di Elvis Presley al tempo della Sun Records, mentre la slide guitar sembra suonata da un cowboy del rock – Sneaky Pete Kleinow dei Flying Burrito Brothers.

“Aisumasen (I’m Sorry)” Mind Games (1973)

La maggior parte della carriera solista di Lennon è un’analisi della sua relazione con Yoko – un ciclo continuo di affetto, passione, senso di colpa e riconciliazione –, spesso infatti accadeva che l’ex Beatle scrivesse direttamente a lei, come in questa canzone passionale, cantata in parte in giapponese. “Cara, ti prometto che non lo farò più”, sospira Lennon, tra una pioggia di pianoforte e i singhiozzi della steel guitar di Kleinow, anche se sarebbe passato un altro anno prima di mantenere la promessa.

“Out the Blue” Mind Games (1973)

I primi secondi di questo brano – in cui si sentono solo la voce e la chitarra acustica di John – sembrano un respiro profondo prima dell’espirazione drammatica di questa ballad stranamente sottovalutata. È un’altra canzone dedicata a Yoko, piena di disperazione: “All my life’s been a long slow knife / I was born just to get to you”. Ancora più affascinante è la produzione di Lennon, fatta sulla falsariga di quella messa in piedi da Spector per gli arrangiamenti di The Long and Winding Road per Let It Be dei Beatles – ma con più intensità.

“Scared” Walls and Bridges (1974)

Il doloroso esilio di Lennon da Yoko Ono era al picco quando venne registrata questa canzone, una sincera riflessione su quanto fosse caduto in basso. Era come se avesse rivolto verso se stesso l’ira avvelenata cantata su How Do You Sleep?. “Nessuna campanella o candela ti tireranno fuori di qui”, canta alludendo alla scomunica nella chiesa medievale, parodiata dai giochi di volume sulla chitarra di Jesse Ed Davis. L’idea di salvezza di Lennon – ovvero il riavvicinamento a Ono – era solo a pochi mesi di distanza, ma qui suona come se fosse a migliaia di chilometri.

“Bless You” Walls and Bridges (1974)

In questo brano ‘dimenticato’ tratto da Walls and Bridges, Lennon non nasconde la voglia di tornare a casa: “Some people say it’s over / Now that we spread our wings / But we know better darling / The hollow ring is only last year’s echo”. Tuttavia, è nella versione demo pubblicata nella compilation del 1986 Menlove Avenue che questa canzone viene suonata al suo massimo: la voce di Lennon è carica di tensione, accompagnata soltanto dalla sua chitarra, da quella di Davis e dal rimshot di Jim Keltner alla batteria, un ticchettio che sembra raffigurare il trascorrere lento del tempo, nel cammino verso la giusta direzione.

“Steel and Glass” Walls and Bridges (1974)

Qualunque senso di ammirazione e gratitudine avesse mai provato Lennon per Allen Klein – il manager senza scrupoli che gestiva le finanze dei Beatles nei primi anni ’70 – era ormai un ricordo quando Lennon registrò questa canzone per Walls and Bridges. Tuttavia Steel and Glass, più che un attacco diretto a Klein, rappresenta il disgusto di Lennon per gli uomini d’affari e gli artisti della truffa che si erano approfittati di lui e la sua vecchia band. Gli archi sembrano aghi penetranti, e il suono della voce di Lennon lo fa sembrare un serpente sibilante.

“Cleanup Time” Double Fantasy (1980)

Al Dakota, mentre cucinava e si prendeva cura del figlio Sean, Lennon ascoltava evidentemente la radio. La canzone descrive in modo divertente la routine quotidiana nei suoi anni da “casalingo” – “The queen is in the counting house / Counting out the money / The king is in the kitchen, making bread and honey” – con l’andatura di un singolo degli Chic, un bridge che richiama la disco music e una sezione di ottoni che suona come se fosse appena uscita da un locale di burlesque.

“I’m Losing You” Double Fantasy (1980)

La vita in casa non era priva di difficoltà. “Non riesco nemmeno a sentirti al telefono”, canta Lennon in un blues carico di frustrazione, scritto durante la vacanza fatta con Sean alle Bermuda, mentre Yoko era rimasta a New York a lavorare. Le chitarre armonizzate sono sporche e pungenti, il canto passa da rabbia e frustrazione a un tono convulso e imperativo – “Stop the bleeding now!” – prima del break strumentale.

“Dear Yoko” Double Fantasy (1980)

A Lennon piaceva cantare il nome della moglie. La sua voce ha qui un effetto alla Buddy Holly mentre canta una lettera d’amore dall’andatura allegra con un vivace ronzio di chitarre e un timbro vocale esilarante. È la prova del fatto che Yoko dava ancora a Lennon piacere e sicurezza.

“Borrowed Time” Milk and Honey (1984)

“Good to be older / Would not exchange a single day or a year”, canta Lennon in questa outtake pop-reggae proveniente dalle session di Double Fantasy. Venne scritta alle Bermuda, il titolo era ispirato a Hallelujah Time di Bob Marley. È probabile che la parte comica recitata servisse a riempire momentaneamente il break strumentale destinato alla chitarra. E però il tentativo improvvisato di usare lo slang dei dj giamaicani – con un marcato accento di Liverpool – dà un’idea di chi era l’ex Beatles negli anni della maturità.

“I’m Stepping Out” Milk and Honey (1984)

“One more… Hold it down”. Si ascoltano le istruzioni di Lennon alla band che si trova in studio in questo pezzo non rifinito proveniente dalle session di Double Fantasy. Ma l’atteggiamento c’è, eccome: l’apertura parlata su un casalingo che non vede l’ora di uscire e fare finalmente qualcosa; il passo impaziente e il canto tagliente di Lennon, che nel ritornello passa al falsetto. “After all is said and done / You can’t go pleasin’ everyone / So screw it”, canta interpretando l’ultimo verso con tono sprezzante. Le tante ore passate al forno di casa non avevano smussato l’atteggiamento pungente di John.

“Grow Old With Me” Milk and Honey (1984)

Questa è una delle due canzoni che John e Yoko scrissero alla fine delle session di Double Fantasy ispirandosi alle poesie di Robert ed Elizabeth Barrett Browning. La deadline per la consegna dell’album s’avvicinava e i due tennero da parte le canzoni (quella di Yoko s’intitolava Let Me Count the Ways) per l’album successivo. Poi Lennon fu ucciso e il demo su cassetta di Grow Old With Me sarebbe diventato la sua unica registrazione della canzone. Il produttore dei Beatles, George Martin, vi ha poi aggiunto un’orchestrazione per la John Lennon Anthology. Ma la richiesta di Lennon di avere una vita lunga suona meglio come la incise prima della morte: la voce alta e fragile, l’accompagnamento elementare tipo lezione di piano e una drum machine da due soldi che sembra segnare i minuti come un orgoglio a muro – un orologio che, in un mondo ideale, non si è mai fermato.

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