I 10 casi di censura più clamorosi della musica italiana | Ascolta le canzoni

Dalla dovette cancellare una bestemmia, Vecchioni un riferimento ai "coiti anali". Ecco una lista tutta da ascoltare, che finisce in bellezza con Mina
Le copertine di alcune delle canzoni censurate in Italia

Le copertine di alcune delle canzoni censurate in Italia


“Signor Censore da chi ricevi le istruzioni/per compilare gli elenchi dei cattivi e buoni”, cantava Edoardo Bennato – non presente in questa lista ma attento ai rischi della censura. Vi abbiamo raccontato della censura americana (ecco 20 copertine censurate negli Stati Uniti), ma non pensiate che in Italia tutto sia stato permesso. Anzi. Il vaglio moralizzatore ha colpito tante canzoni che di sicuro conoscerete. Peccato che prima della censura fossero diverse. Eccole.

Potete ascoltarle una per una o in un’unica playlist.

1. “Tu vuò fa l’americano” Renato Carosone (1956)


Il musicista napoletano poté andare in tv nel 1957 solo dopo aver sostituito il verso incriminato “ma i soldi pe’ Camel chi te li dà?” con “ma i soldi pe’ campà, chi te li dà?”. Nelle maglie della censura Carosone era già incappato due anni prima, con La Pansé. La frase incriminata: “Che bella pansé che tieni, che bella pansé che hai, me la dai?”.

2. “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones” Gianni Morandi (1966)


Pietra miliare della canzone italiana. Nel 1966 il verso “Mi han detto vai nel Vietnam e spara ai Vietcong” provocò un’interrogazione parlamentare. L’accusa era una dichiarata critica alla politica estera del Bel Paese amico fraterno degli Stati Uniti. Tutto risolto con una cura onomatopeica: “Mi han detto vai nel tatatà e spara ai tatatà”. Mitragliatrice rulez.

3. “Dio è morto” Nomadi (1968)


Oscurata dalla Rai, fuori dalle top ten ma trasmessa da Radio Vaticana – che spesso prendeva iniziative in controtendenza. Nulla servì a Francesco Guccini, autore del brano che divenne un successo underground, citare le fonti (da Nietszche a l’Urlo di Allen Ginsberg). E pensare che si trattava di una canzone di speranza. Basta ascoltare il ritornello finale. Di sicuro prese più bastonate Giorgio Gaber con Io se fossi Dio, invettiva contro una “falsa” morale cattolica e laica allo stesso tempo.

4. “Bocca di rosa” Fabrizio De André (1967)


Il rapporto controverso fra il canzoniere di “Faber” e la censura potrebbe riempire le pagine di un libro. Bocca di rosa resta il caso più rappresentativo di una lista di canzoni mal digerite dai “controllori”. La protagonista è un turbinio che sconvolge le “comari di un paesino”; che spinge un parroco a unire “l’amore sacro e l’amor profano” in processione, che fa incazzare l’Arma dei Carabinieri. Al punto che il verso “spesso gli sbirri e i Carabinieri al proprio dovere vengono meno, ma non quando sono in alta uniforme e l’accompagnarono al primo treno” fu edulcorato: “Il cuore tenero non è una dote di cui sian colmi i Carabinieri, ma quella volta a prendere il treno l’accompagnarono malvolentieri”.

5. “4/3/1943” Lucio Dalla (1971)


Il cantautore presentò la canzone della sua “svolta” professionale a Sanremo ’71. Non prima di aver cambiato il titolo e qualche strofa. Da Gesùbambino, tutto attaccato, come ha ricordato la coautrice Paola Pallottino, si passò, senza che vi fosse alcun nesso con la canzone, alla data di nascita del musicista. Le pressioni sanremesi non finirono qui. Il ritornello finale recitava: “e ancora adesso che bestemmio e bevo vino / per i ladri e le puttane mi chiamo Gesù Bambino”. Passò un editing all’acqua di rose: “e ancora adesso che gioco a carte e bevo vino / per la gente del porto mi chiamo Gesù Bambino”.

6. “Dio mio no” Lucio Battisti (1971)


Testo allusivo, censurato dalla Rai. Una delle strofe recita: “Dopo aver mangiato la frutta / si alza e chiede dove c’è il letto / poi scompare dietro la porta la sento mi chiama / la vedo in pigiama”. Il ritornello: “Dio mio no / dimmi solo che verrà”. La scena rappresenta, come ha ricordato Mogol, il ribaltamento dello stereotipo dove è la donna che “aggredisce” sessualmente l’uomo. In chiaro segno di sfida, durante uno speciale della tv di stato, l’artista offrì al pubblico un accenno strumentale del pezzo rigettato dall’emittente. Ecco un video del momento:

7. “Il gigante e la bambina” Ron (1970)


È uno dei rari casi in cui si può essere indulgenti con gli stessi censori perché si tratta di un episodio quantomeno grottesco. La canzone era una sorta di visione poetica scritta dal punto di vista di un pedofilo – l’ha confessato lo stesso Ron. E pensare che i più la considerano una specie di fiaba da Mulino Bianco (non a caso il tema fu ripreso durante gli anni ’80 da una conosciuta marca di formaggio spalmabile noto per la sua delicatezza). Il testo originale, ispirato a un fatto di cronaca purtroppo realmente accaduto, è stato scritto sempre dalla Pallottino e poi fu addolcito.

8. “Luci a San Siro” Roberto Vecchioni (1971)


La Milano dei ricordi, il peso “liberato” di una struggente nostalgia. Forse in pochi sanno che il capolavoro autobiografico di Vecchioni (inizialmente viscerale più che passionale) subì parecchie correzioni. In effetti, le prime bozze erano più ardite rispetto alla versione attuale: da “parli di sesso, di coiti anali” a “hanno ragione, sono un coglione, mi han detto: è vecchio tutto quello che lei fa, parli di sesso, prostituzione”. Fino a “fatti pagare, fatti valere, / più lecchi il culo e più ti dicono di sì, / e se hai la lingua sporca, che importa, / chiudi la bocca, nessuno lo saprà”.

9. “Questo piccolo grande amore” Claudio Baglioni (1972)


Come rendere più soft una canzone troppo provocante? Le modifiche che ha subito uno dei brani più famosi della musica leggera italiana sono da manuale. “La paura e la voglia di essere nudi”, diventò “la paura e la voglia di essere soli.” Le mani “sempre più ansiose di cose proibite” mutarono in “mani sempre più ansiose, le scarpe bagnate”. Sicuramente tutti noi – e forse anche il sognante Claudio – fino alla “maglietta fina” c’eravamo arrivati.

10. “Bella senz’anima” Riccardo Cocciante (1974)


Il primo successo firmato con il suo vero nome, dopo diversi tentativi discografici, compare in Anima del 1974. Arrangiato da Ennio Morricone e Franco Pisano il brano contiene l’esplicito verso “e quando a letto lui / ti chiederà di più”, passato al barrique diventò: “e quando un giorno lui / ti chiederà di più.”

Bonus track “Ancora ancora ancora” Mina (1978)


Come contenuti extra di questa classifica ricordiamo un caso curioso in cui a esser censurato non è stato il testo ma l’esecuzione. Durante la trasmissione Mille e una luce del 1978 la Tigre di Cremona si esibì in modo particolarmente sensuale tanto da spingere il regista a spezzare la performance con discutibili effetti multi screen. Fu l’ultima apparizione tv di Mina. L’epurazione visiva ebbe la sua rivincita 32 anni dopo durante la trasmissione Minissima 2010. In quell’occasione, per celebrare i 70 anni della cantante, venne mandata in onda la versione autentica. A guardarla (qui sotto) vien da pensare cosa ci siamo persi: