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I 50 migliori album live di tutti i tempi | 50-26 | 25-01

Quali sono i migliori album live della storia? Quali i più sinceri? Abbiamo provato a metterli in fila, dalla chitarra di Hendrix a Johnny Cash

Un dettaglio della copertina dell'album dei Ramones "It's Alive"

Un dettaglio della copertina dell'album dei Ramones "It's Alive"

È impossibile riuscire a catturare quello che ti regala un concerto dal vivo, e non certo perché non ci abbiamo provato.
Qui di seguito i 50 migliori tentativi di recuperarla, a partire dalla storica chitarra bruciata del Monterey Pop festival di Jimi all’assalto ad Abbey Road di quasi 200 persone per Fela Kuti e Ginger Baker; da Johnny Cash nella prigione di Folsom, ai Cheap Trick a Budokan.
Abbiamo cercato di evitare gli album con più sovraincisioni (vedi Rust Never Sleeps di Neil Young) e abbiamo provato a focalizzarci invece sui momenti più rivoluzionari, più storici ed epici delle carriere artistiche.

50. The Replacements “The Shit Hits the Fans” (1985) 

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Nel loro momento pre-sobrietà, Paul Westerberg, Chris Mars e Bob e Tommy Stinson si alternano tra essere la migliore e la peggiore band da bar sulla cassetta (e solo cassetta) di The Shit Hits the Fans, pubblicata da Twin/Tone. Registrata nel 1984 alla Bowery, la chiesa sconsacrata di Oklahoma City, e con solo due microfoni sopra al palco, queste 24 canzoni (di cui 19 sono cover) sono un mix ben oliato tra blues, metal, soul, e cazzoni che rovesciano birra. «Ho domandato a Paul se dava fastidio a qualcuno che registrassi lo spettacolo» dice il dj e manager della Bowery, Roscoe Shoemaker, ai Replacements per il loro libro All Over but the Shooting. «”Perché? Facciamo schifo”, la tipica risposta alla Westy». Tra un momento comico e l’altro i ‘Mats hanno fatto vedere un modello di slack-rock pieno di lividi, dell’era Let It Be, che ha ispirato i Nirvana, Wilco e milioni di altri punk amanti del pop. Le riprese “faithful and furious” di Sixteen Blue e Can’t Hardly Wait sono bilanciate da cover volutamente disoneste come I’ll Be There dei Jackson 5 e Misty Mountain Hop dei Led Zeppelin. E alla fine, riuscirono a rovinare artisticamente i R.E.M, gli U2, Thin Lizzy e i Rolling Stones. Reed Fischer

49. Little Feat “Waiting for Columbus” (1978) 

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L’album che portò Little Feat al suo, beh a quella cosa lì, Waiting for Columbus, fu registrato a Londra e Washington D.C. nell’agosto del 1977 e fu pubblicato sei mesi dopo diventando il disco più venduto della band, ridando così credibilità ai Feat. L’idea di registrare un live album fu spinta dal loro produttore Lowell George, che con le sue scarse abilità di scrittura, aveva demoralizzato i membri della sua band. Tuttavia, Columbus, dimostrò che la band era ancora un pezzo grosso del funk a New Orleans, con molta energia e un grande talento d’improvvisazione come dimostrano Dixie Chicken e Tripe Faced Boogie. Successivamente Lowell decise di sovraincidere gran parte delle tracce vocali e degli assoli di chitarra, per farli diventare di grande effetto, dando all’album un efficace dettaglio. La reputazione di Columbus si incrementò nettamente col passare degli anni, e Phish, per complimentarsi, ne fece una cover live ad Halloween del 2010.

48. Donny Hathaway “Live” (1972) 

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Creato da una combo che includeva dei veterani di Chicago, come il chitarrista Philip Upchurch, il bassista Willie Weeks e il batterista Fred white (che successivamente si unì agli Earth, Wind & Fire), Donny Hathaway canta con entusiasmo e la gente risponde altrettanto entusiasta. Suona con il Rhodes una versione da 12 minuti di The Ghetto con tanta intensità, che i suoi fan battono le mani a tempo; una donna urla di gioia quando dà un volto gospel al pezzo di Carole King, You’ve Got a Friend. Nel mentre, Little Ghetto Boy che fu pubblicato l’anno successivo come pezzo classico dalla soundtrack Come Back, Charleston Blue, in collaborazione con Quincy Jones, si guadagna una preview del suo successo. Live arrivò in Top 20 e divenne il primo album d’oro di Hathaway, ma il noto perfezionista era molto auto critico.
«Sono naturalmente felice delle vendite, ma l’album in sé non è venuto così bene come mi sarebbe piaciuto» disse al giornale Blues & Soul. “Devo sistemarmi un po’ per il prossimo». Tristemente, non ebbe questa opportunità: l’album si chiude con un’interpretazione di 13 minuti di Voices Inside (Everything is Everything), una canzone che inavvertitamente predisse la sua sfida con la schizofrenia, ed il suo improvviso suicidio a 33 anni, nel 1979.

47. Boogie Down Productions “Live Hardcore Worldwide” (1991) 

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Tra la sua nascita nel 1973 e l’uscita di Rapper’s Delight nel 1979, l’hip hop era esclusivamente una questione live. Tuttavia, finché non arrivò l’era di internet, questo periodo fu principalmente tenuto in archivio dagli scambi di cassette e di bootleg – quindi lasciamo il compito allo storico dell’hip-hop KRS-One della Boogie Down Productions a provvedere non solo al racconto più vivido dell’era del live (con il singolo South Bronx del 1986), ma anche alla sua seconda vita con questo album innovativo del 1991. Registrato a New York, Parigi e Londra, KRS qui unisce i puntini tra la spoken-word poetry degli antenati dei Last Poet, l’aggiunta dei toaster del reggae e, quando I’m Still #1 finisce, il freestyle del primo rap, che fa impazzire la folla.

46. Thin Lizzy “Live and Dangerous” (1978) 

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Nel 1978, gli allora rosso fuoco Thin Lizzy, decisero che volevano lavorare con il producer Tony Visconti, che si fece un nome lavorando con i compagni glam David Bowie e T. Rex. Il tempo era poco, quindi era necessario un album live: Live and Dangerous è stato il risultato ruggente, un documento di una band che non risparmia nessuno neanche su tracce più sdolcinate come Dancing in the Moonlight. È ancora oggetto di discussione come sia stato catturato in maniera così effettiva il suono degli irlandesi: Visconti affermò che il 75% di Dangerous fu registrato in studio in modo da poter sistemare le parti più grezze, ma la band smentisce con veemenza. «Siamo una band molto rumorosa», dice il chitarrista Brian Robertson al magazine Guitar Player nel 2012, «e io sono il più rumoroso di tutti noi. Quindi come si fa a rimpiazzare la mia chitarra se è talmente rumorosa da sanguinare sopra a tutta la batteria?»

45. Motörhead “No Sleep Til Hammersmith” (1981) 

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Se i Motörhead sono «l’espressione più primitiva» del heavy metal, come gli descrisse una volta Rolling Stone, allora No sleep Til Hammersmith è l’espressione più primitiva di Lemmy Kilmister & Co. Le canzoni dei bomber britannici sono generalmente cattive e rozze nelle loro versioni originali da studio, ma la band le suonò tutte ad un ritmo incredibilmente veloce e altrettanto duro nel loro Short, Sharp Pain in the Neck Tour del 1981, chiamato così perché il batterista di allora, Phil Philthy Animal Taylor, si ruppe il collo durante uno dei suoi momenti giocosi da ubriaco. Tutte le tracce di No Sleep tranne una furono registrate durante questo tour. Il risultato è l’affermazione definitiva dei Motörhead, la versione migliore delle loro canzoni migliori, il sound e la furia della lineup più iconica del gruppo quando erano al massimo della loro forza. Più tardi, i Metallica intitolarono la loro demo No Life Til Leather, i Beastie Boys risposero con No Sleep Till Brooklyn, e nonostante la sua carica spietata e grezza, resta il disco dei Motörhead con il maggiore successo commerciale. «Sicuramente quando arrivi in vetta, non c’è nessun altro posto dove puoi andare se non in basso», scherza Kilmister nella sua autobiografia White Line Fever riguardo il disco. «Ma all’epoca non sapevamo che avremmo raggiunto vette così alte. Non sapevamo nulla».

44. U2 “Under a Blood Red Sky” (1981) 

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Una registrazione live che ha visto del vero pericolo. Quando gli U2 suonarono il 5 Giugno 1983 al Red Rocks Amphitheatre appena fuori Denver, il tempo era così terribile che della folla da sold-out si presentarono in meno della metà, ed entrambi gli opening acts (Alarm e Divinyls) furono cancellati per motivi di sicurezza. Questo però non scoraggiò gli U2 e in particolar modo Bono. Nel 2004 il chitarrista The Edge disse a Rolling Stone che Bono «mi spaventò a morte» quando si arrampicò su uno degli impianti elettrici per poter sbandierare una bandiera bianca durante The Electric Co., avvicinandosi tremendamente a dei cavi scoperti. Ma il vero fulmine arrivò dal film del concerto, dal live album e dal video musicale nebbioso Sunday Bloody Sunday. Anche se molte tracce dell’album Under a Blood Red Sky arrivavano dagli spettacoli a Boston e in Germania, l’estetica di Red Rocks restano nella storia come l’ultimo momento giovanile e di gloria degli U2 prima della grande notorietà. «È stato un punto di riferimento», dice Adam Clayton. «Oggi potremmo dire: Ok, siamo arrivati ad un punto dove possiamo essere paragonabili. Siamo alle postazioni di partenza».

43. Neil Young & Crazy Horse “Arc-Weld” (1981) 

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Neil Young era nel bel mezzo di una rinascita, quando sulla sua strada incontrò i Crazy Horse, agli inizi del 1991. Il nuovo album Ragged Glory fu definito come il loro lavoro più raffinato del decennio e il gruppo suonava canzoni sia vecchie che nuove con un livello energico e passionale molto forte.
L’album live Weld catturò i momenti migliori su un doppio album. La versione da 14 minuti di Like a Hurricane rimane una delle versioni più belle di quella traccia, mentre classici dei live come Cortez The Killer, Powderfinger e Hey Hey, My My (In The Black) non suonarono mai così vivaci. L’album originariamente uscì con Arc, un singolo da 35 minuti con dei pezzi iniziali e finali delle canzoni, carichi di feedback diversi. «Ed eccomi qua, a 45 anni, e questa è l’essenza di cosa sta capitando alla mia mente», disse Young di questa suite estesa. «In realtà ho fatto Arc per le persone che vanno in giro con le Jeep e con speaker giganti. Se ti avvicini a qualcuno sulla strada e hai questa roba in macchina, hai detto sicuramente la tua!»

42. Phish “Live al Madison Square Garden” (2005) 

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Più di qualsiasi altro show, l’estravaganza di New Year’s Eve 1995 (verso il 1996) dei Phish al Madison Square Garden, posizionò l’asticella artistica e commerciale per le jam a venire. Al confine con il teatro musicale improvvisato da quattro nerd capelloni, i loro tre set hanno una bravata dopo l’altra. Ma come sempre, i segreti più impressionanti della band sono le loro improvvisazioni, incluso anche il delicato finale del secondo set, un motivo in loop che apparì poi nel progetto laterale fatto in casa di Trey Anastasio, One Man’s Trash, con il nome di That Dream Machine. «Sembrava che se stesse per finire un era», dice Anastasio a Parke Puterbaugh riguardo al lunghissimo viaggio della band nell’autunno 1995, che comprendeva alcune delle escursioni più rumorose di tutti i tempi del quartetto di Vermont. New Year’s 1995 dimostrò di essere una risorsa rinnovabile, generando una registrazione diventata un classico, mesi di dibattito da parte dei fan («Ma per caso Trey ha fatto una specie di anticipazione di Fire on the Mountain in Drowned?») un triplo CD set, e più recentemente, un’edizione durante un Record Store Day con sei LP.

41. Peter Frampton “Frampton Comes Alive!” (1976) 

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Nell’estate del 1976 non si parlava di nient’altro se non di Frampton Comes Alive!, l’esempio massimo di un doppio album live con una copertina a libro – e pensare che doveva essere solo un album singolo finché A&M Records fece il passo inusuale di insistere riguardo ad un secondo disco. Frampton, un viaggiatore chitarrista degli Hubble Pie che si era messo in proprio come solista, ne è stato poi felicemente grato. Baby, I Love Your Way, Show Me The Way e più di tutti Do You Feel Like We Do nacquero durante il live show (nei suoi 14 minuti). Anche la reazione della folla fu sensazionale. Frampton Comes Alive! divenne rapidamente l’album più venduto di tutti i tempi finchè non venne passato dalla soundtrack di Saturday Night Fever. «Un anno prima di Frampton Comes Alive! avevamo rilasciato la versione studio di Show Me The Way come singolo… e fu un fiasco clamoroso», disse Frampton a MusicRadar. «È stato abbastanza strano rilasciare una versione live e vederla andare oltre le aspettative. Era sempre la stessa canzone voglio dire, cosa c’era di diverso? AOR era il più grande format radiofonico a quel tempo, e mettevano di continuo Frampton Comes Alive! all’impazzata! Se avessi messo la frequenza di AOR – su qualunque stazione radio – probabilmente avresti sentito tutte le canzoni di quel disco».

40. B.B. King “Live in Cook County Jail” (1970) 

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Gli opening act di B.B. King non avevano vita facile. L’annunciatore dava il benvenuto a gente tipo lo Sceriffo Joseph Woods sul palco prima che la leggenda del blues prendesse parte allo show del 1970 al Chicago Cook County Jail, e i prigionieri accoglievano l’ufficiale con boo e parecchi fischi. Era una folla difficile, ma King li conquistò comunque con garbo ed umiltà. Era grazioso, provocante e anche auto-critico mentre suonava canzoni come Worry Worry e Sweet Sixteen. «È stato lo show migliore che abbiamo mai avuto», disse il sovrintendente Winston Moore del Dipartimento di Correzioni, che invitava King ad esibirsi per i prigionieri. Tempo di finire una nota dolce come la ballata Please Accept My Love, King aveva l’attenzione della folla che esultava in estasi.

39. Joni Mitchell “Miles of Aisles” (1974) 

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Il primo album live di Joni Mitchell arrivò quando era al massimo della sua fama. Registrato qualche mese dopo il successo di Court and Spark, la cantautrice canadese documentò le tappe del suo tour in California per il nuovo LP. Ha inscenato una grande collezione di pezzi tratti dal suo debutto del 1968 Song to a Seagull, verso Miles of Aisles evitava le hit con attenzione. «Nessuno disse mai a Van Gogh di ridipingere un’altra Notte Stellata» disse Mitchell prima di suonare Circle Game. Nel 1991 rivelò a Rolling Stone perché fece quel paragone: «Non ho mai voluto trasformami in un jukebox umano. Non avevo ancora sfruttato tutte le mie idee. Ma sto lavorando su un terreno pop, quindi se permetteranno di farlo ad una donna anziana, rimane una domanda ancora aperta. È necessario un pubblico leale, interessato e che crede nel mio talento».

38. The Velvet Underground “1969:Velvet Underground Live With Lou Reed” (1974) 

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Per decenni 1969: Velvet Underground Live With Lou Reed è stata l’unica soluzione abbastanza decente per una testimonianza live della band che diede il via a milioni di altre band. Pubblicata solo mesi dopo l’LP live di Lou Reed del 1974 Rock n Roll Animal, e appena sulla soglia del punk, 1969: Velvet Underground Live With Lou Reed offriva un Reed essenziale per le orecchie affamate della downtown di New York e oltre. Proponendo quelli che poi diventeranno degli standard davanti alle piccole folle diDallas e San Francisco, 1969 era composto quasi interamente di materiale nuovo per la band con canzoni che i Velvet non registrarono mai veramente (Over You, Lisa Says, Ocean), bozze di canzoni che avevano registrato in forme diverse (New Age, Sweet Jane), e anche una canzone che Patti Smith avrebbe usato come apertura del suo set al CBGB, l’anno dopo la sua pubblicazione (We’re Gonna Have a Real Good Time Together).

37. Neil Young “Time Fades Away” (1973) 

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Nel 1973 Neil Young doveva essere in cima al mondo. L’incredibile successo di Harvest lo portò finalmente al di fuori dell’ombra di CSNY, Heart of Gold era stata una hit numero uno nel 1972 e il tour nelle arene da 62 date fu sold out in tutta America. Ma la morte del chitarrista dei Crazy Horse, Danny Whitten, un doloroso disturbo alla schiena e l’infinita guerra interna alla band che non gli forniva abbastanza supporto, trasformarono il tour in una sgobbata infinita. Aveva un sacco di hit a quel tempo, ma scelse di dedicare una grande parte del set ai suoi brani nuovi e cupi come L.A., Don’t Be Denied e Yonder Stands The Sinner. Le canzoni nuove furono racchiuse sull’LP live Time Fades Away. Quando uscì nel 1973 fu accolto da un collettivo menefreghismo, e venne messo stato fuori catalogo per decenni, ma i fan più duri di Neil lo ritengono un classico assoluto, così le copie originali in vinile furono vendute a caro prezzo. Ma Young ha un’opinione parecchio diversa, in realtà non sorprendente. «Il disco che mi piaceva meno di tutti era Time Fades Away», disse nel 1987. «Mi sentivo un prodotto, avevo questa band di all-star che non riuscivano neanche a guardarsi in faccia. È stata una barzelletta totale».

36. Frank Sinatra “Sinatra and the Sands” (1963)

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Prima che diventasse Mr. New York, la città di Frank Sinatra era Las Vegas, e Sinatra and the Sands lo dipinge nel suo picco di Ring-a-ding-ding, compresa una folla da casinò in adorazione e un epico monologo dal The Tea Break dove il capo del Rat pack sbotta nei confronti dei suoi subordinati. Sands potrebbe essere la massima rappresentazione storica per quelli che preferiscono il repertorio di Johnny Mercer al duo Jagger-Richards, con Quincy Jones come direttore della Count Basie’s Orchestra e il crooner cinquantenne ancora al massimo della sua potenza vocale, calda e minacciosa allo stesso tempo. La musica è sensazionale ed include versioni definitive dei pezzi storici come Fly Me To The Moon e I’ve Got You Under My Skin. E come bonus ulteriore, include anche un introduzione di William Conrad, – «The Sands is proud to present a wonderful new show…», il personaggio viaggiatore che narrò anche Rocky and Bullwinkle.

35. Aretha Franklin “Live at Fillmore West” (1971) 

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«Qualcuno di voi per caso sente che c’è del blues qui?» chiede Aretha Franklin introducendo Dr. Feelgood. Dovette chiederlo sul serio: in quel periodo a San Francisco, il Fillmore West era famoso per le ospitate di concerti rock come quelli dei Jefferson Airplane. All’inizio del suo spettacolo, aveva anche fatto un cover di Simon & Garfunkel per qualche chiacchierone. Ma a quella domanda, la folla rispose con un deciso sì, e vale la pena ascoltare la risposta di Aretha Franklin. In Dr. Feelgood sposta la testa all’indietro in un estasi che sembra sia sessuale che religiosa. E per il bis di Spirit in the Dark, sale sul palco Ray Charles nonostante non fosse in programma. Era lì solo per guardare. «Se ascolti il brano, si capisce che non lo conoscevo» disse a Rolling Stone nel 1973.

34. Bob Marley and the Wailers “Live!” (1975) 

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Il tour Natty Dread del 1975 di Bob Marley and the Wailers cominciò in America, dove circa 15 mila fan assistettero all’esibizione in Central Park della band. Poco dopo aver attraversato l’Atlantico il verdetto era scritto: dopo due show sold out al Lyceum di Londra, la coverstory di Melody Maker incoronò Bob come «probabilmente la piu grande superstar a visitare queste coste dai giorni in cui Dylan conquistò le sale concerti britanniche». Nessuna di queste performance era programmata per essere registrata, ma quando il fondatore della Island Records, Chris Blackwell, assistette al delirio del primo incontro, si assicurò la presenza dello studio mobile di Rolling Stone parcheggiato fuori dalla venue per il secondo. Il risultato fu una collezione di testi taglienti, cantilene politiche e motivi funk portati in vita dal nuovo chitarrista Al Anderson. La versione da 7 minuti di No Woman, No Cry raggiunse la U.K Top 10 e rimase la versione definitiva del pezzo, comparendo anche come seconda traccia della collezione Legend 15 volte platino. Anche l’eco del feedback del microfono sopra il primo verso regala un’emozione in più.

33. Fela Ransome-Kuti e Africa “Live!” (1971) 

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Nonostante avesse già il titolo di uno dei migliori batteristi rock per la sua esperienza di tre anni con i Cream e Blind Faith, la curiosità di Ginger Baker lo portò dall’Inghilterra al Nigeria in guerra per imparare di più sul ritmo. «Non ballo», dice mentre ascolta la nuova band Africa 70, del vecchio amico Fela Kuti, «ma dovevo per forza ballare la roba di Fela». Questa intima collaborazione fu in realtà registrata agli Abbey Road Studios anziché in un tradizionale luogo del rock, ma aveva comunque un feeling elettrico. «Un pubblico di 150 persone, accalcate in un grande studio..con luci colorate riflesse sui muri che danno la sensazione di un vero e proprio spettacolo live” dice Baker nella sua autobiografia. Baker e il muratore dal beat afro Tony Allen tengono il tempo, e una della band più funky del mondo riceve un piccolo colpo di free-rock.

32. Deep Purple “Made in Japan” (1971) 

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Con solo sette tracce, i Deep Purple regalano quattro lati di eccitamento e indulgenza. Partendo dal pezzo solista del batterista Ian Paice The Mule, all’intermittenza dell’organo di Jon Lord all’inizio di Lazy, o dal finale a trabocchetto del brano da 20 minuti Space Truckin, al duetto di voce e chitarra di Ian Gillan e Richie Blackmore durante Strange Kind of Women, i progenitori del metal pescano (e lo rendono iconico) un arsenale quasi completo di trucchetti da palcoscenico. Creato in modo grossolano, parecchio popolare e ripubblicato diverse volte, Made in Japan fu registrato in tre serate tra Osaka e Tokyo. L’esibizione sembra casuale, come se la band stesse suonando per la propria voglia di tirare fuori questi suoni dai loro strumenti, piuttosto che per la folla o per la macchina da presa. «Ce ne fregava così poco della cosa, che nessuno aveva realmente realizzato che ci stavano riprendendo», conferma in seguito Lord al Smoke on the Water di Dave Thompson. «Non ci fu così nessuna diminuzione di passione, interazione e spontaneità che eravamo soliti avere sul palcoscenico».

31. Keith Jarrett “The Koln Concert” (1975) 

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Le circostanze erano di cattivo auspicio quando il pianista Keith Jarrett e il proprietario e produttore della ECM Records, Manfred Escher, arrivarono a Colonia, Germania, nel gennaio del 1975. Jarrett non aveva dormito la sera prima ed era dolorante, ma la cosa peggiore era che il piano Bosendorfer che avevano richiesto era stato rimpiazzato da un modello inferiore che, secondo Jarrett, «sembrava un imitazione molto povera di un clavicembalo o di un piano appena abbozzato». Nonostante questo, il concerto da solista presso il teatro dell’opera della città fatto a mezzanotte, dalla durata di un’ora, indossando un tutore e quasi addormentandosi sul suo stesso strumento, fu un momento di profonda ed incantevole meditazione sul ritmo, e la registrazione del doppio vinile divenne il pezzo più venduto sia come album solo jazz sia come solo piano. La fantasia improvvisata di Jarrett viaggiava da un idea all’altra, soffermandosi per qualche minuto su delle trovate a due accordi. Risulta essere più rilassante rispetto agli altri suoi dischi da solista, e conta anche su un’aggiunta di grida, singhiozzi e del battere dei piedi di Jarrett, allo stesso tempo introducendo all’arte dell’improvvisazione.

30. Iggy and the Stooges “Metallic K.O.” (1976) 

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Il lato B del primo live album degli Stooges è probabilmente uno dei più turbolenti show rock mai registrati. Per settimane prima dell’esibizione a febbraio del 1974, il frontman degli Stooges, Iggy Pop, si era ritrovato nel mezzo di una sfida pubblica con una gang di motociclisti chiamata The Scorpions. Si presentarono a branchi con ogni tipo di oggetto per poter bersagliare la band, tra cui frutta, verdura, bottiglie varie e oggetti da giardinaggio. Questo però disturbò ben poco Iggy; la sua band era affamata, si stava spezzando, ed era prossima ad una fine. Volutamente trasandata, discordante e tremendamente cruda, l’intera tracklist è un grande «vaffanculo», dalla selezione dei brani. I pezzi non-album come Rich Bitch e Cock in my Pocket portano alla cover più allegra e poco accurata di Louie Louie. Ecco quanto poco importasse alla band di essere affascinante, a questo punto. Nel suo libro Gimme Danger: The Story of Iggy Pop, Joe Ambrose riporta di quella sera questa frase, lanciata da Iggy Pop dal palco: «Hands up, who hates the Stooges? We don’t hate you. We don’t even care».

29. Frank Zappa and the Mothers “Roxy and Elsewhere” (1974) 

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Anche se molti dei suoi anni sono stati accompagnati da grandi album live, Roxy & Elsewhere è l’apoteosi di Zappa a metà anni ’70 ed è la prova delle sue abilità nel reclutare un ensemble di prima qualità (il tastierista George Duke, il percussionista Ruth Underwood, e il chitarrista, beh, Frank Zappa), di seguire metodi non ortodossi (sembra che unisca registrazioni prese da Hollywood con altre prese altrove e a volte le rielabora in un unica canzone), e di far saltar fuori i frenetici arrangiamenti dei giorni di Apostrophe (‘). Il gruppo si esibisce con una particolarità che va fuori da ogni limite: la strumentale Echidna’s Arf (Of You) ha l’imprevedibile ronzio di xilofono e sintetizzatore a scandire il tempo leggero, e il sandwich jazz-prog-rock da 16 minuti di Be-Bop Tango include una spiegazione di come ballare al doppio ritmo cantato di Duke («Sei ancora troppo lento», scherza Zappa). Nel frattempo, l’imitazione di Nixon di Son of Orange County («Non posso credere che sia davvero così idiota!») contiene uno dei pezzi più soul di Zappa come solista con la chitarra. Zappa ha voluto includere questa nota stile Zen sul primo uscita del CD: «Certe volte puoi rimanere stupito che “L’universo continui a funzionare che tu lo capisca o meno”».

28. Ramones “It’s Alive” (1979) 

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Il doppio LP a ritmo di anfetamine è servito ai Ramones come retrospettiva della loro carriera, uno schiaffo verso la vetta, e mostra come la crew del Queens inciampò quasi nell’hardcore nello stesso periodo in cui la California lo stava inventando. Per oltre 4 serate di fila, al Rainbow Theater di Londra nel 1977, i pionieri del punk urlarono 28 canzoni prese dai loro primi 3 album (grazie alla loro breve durata, riuscirono a farle quasi tutti). La versione finale dell’LP venne presa in gran parte dall’ultima serata che era così carica di energia eclettica, che si dice che i fan abbiamo strappato le loro sedie per lanciarle con entusiasmo verso il palcoscenico. In realtà non è così sorprendente, dato che l’intero disco pulsa al ritmo della promessa americana del punk, uno sputacchiante Joey Ramone, che a mala pena prende fiato tra i brani «Pinhead», «Do You Wanna Dance?» e «Chain Saw». Prende così poco fiato, che riesce appena a fare uscire tutto il testo delle canzoni, e la band dietro di lui lo segue in maniera così frenetica che sembrano quasi essere in un negozio di macchinari. Durante la post-produzione la velocità era così veloce che anche la stessa band fece fatica a tenere il ritmo. Nel suo libro Hey Ho, Let’s Go: The Story of the Ramones, Everett True scrive che Dee Dee ebbe bisogno di carburante extra per poter registrare le sovraincisioni col basso: un aiuto di una dose di caffè nero super potente.

27. Bill Withers “Live at Carnegie Halle” (1973) 

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Una notte piovosa d’ottobre, datata 1972, meno di un anno e mezzo dopo la svolta commerciale di Bill Withers che gli permise di smettere di lavorare tutti i giorni presso una fabbrica di pezzi per aeroplani, ma la stella nascente del soul tiene il palco di una delle venue più prestigiose come un professionista esperto. Whithers ricorda la chiesa di sua nonna («At the funeral they used to have tie the caskets down!») e descrive la scena di un appuntamento (ha incontrato troppe «donne che non sono molto inclini a fidarsi di nessuno») in maniera così leggera che sembra stia intrattenendo il pubblico nel salotto di casa sua. La sua band, mossa dal batterista James Gadson e condotta dal pianista Ray Jackson, maltratta «Use Me» per accentuare la sua carnalità, e suona il sudato finale «Harlem/Cold Baloney» come se fosse parte di un incontro revival.

26. Bob Seger & the Silver Bullet Band “Live Bullet” (1976) 

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Bob Seger aveva già prodotto 8 album ed era stato in giro per oltre dieci anni quando suonò al Cobo Hall di Detroit il 4 Settembre del 1974, ma era ancora parecchio sconosciuto al di fuori del Midwest. Il problema principale era semplicemente che non riusciva a catturare la magia dei suo show dal vivo all’interno di uno studio, il probabile motivo per cui Live Bullet ebbe un impatto così forte. La sua cover di Nutbush City Limits di Ike & Tina Turner ricevette tonnellate di riproduzioni nazionali, e improvvisamente Live Bullet cominciò a vendere all’impazzata. Bisogna ammettere che era anche spinta da Turn The Page, una traccia del 1973 che raccontava dei rigori della vita in tour e che diventò un classico delle rock radio per gli ultimi 40 anni. «Facevamo 250 o 300 show all’anno prima di Live Bullet», disse Seger nel 2013. «Suonavamo virtualmente per 5 sere a settimana, e a volte anche sei, come Silver Bullet Band e semplicemente abbiamo avuto quel finale».