Home Classifiche

I 100 film degli anni Novanta da non perdere (79-60)

Slacker e serial killer, 'Fight Club' e 'Pulp Fiction': le commedie, i thriller, gli horror e le pellicole drammatiche più rilevanti degli anni Novanta

edward scissorhands

Ah, gli anni Novanta. Il decennio che ci ha dato film indie destinati a diventare dei tormentoni ed effetti speciali alla Matrix, fight club e commessi sboccati per via di Kevin Smith, serial killer cannibali e carismatici e slogan come “Scegli la vita!”, tizi competitivi dalla Rushmore Academy e “Royal con formaggio”. Ripercorrendo i film che hanno reso gli anni Novanta un decennio sorprendentemente fertile per i registi e gli appassionati di cinema, si intuisce presto che le basi del cinema degli ultimi anni sono state poste proprio in quella fase, dall’ascesa dei documentari come fenomeno mainstream ai tocchi meta che hanno trasformato opere che mescolano generi vari in musei delle cere parlanti. Il Sundance ha fatto per i registi indipendenti quello che Seattle ha fatto per i musicisti grunge. Era un periodo in cui andavamo in giro con fannulloni e tossicomani scozzesi, criminali dalla lingua di velluto e tizi che sapevano stare alle regole. Potevamo essere cyberpunk da morire. Sapevamo cose di kung fu.

E così abbiamo messo insieme una squadra di fanatici di cinema, avvoltoi della cultura, esperti di cultura pop e critici vari per stabilire i cento film migliori degli anni Novanta. Dai vincitori degli Oscar a piccole gemme dimenticate, dalle saghe di non fiction a sfondo sociale a sette ore di capolavori ungheresi, da Titanic a Tarantino. Sono questi i film che abbiamo citato senza posa, che ci hanno fatto litigare e ai quali continuiamo a pensare. Uscite dalla cabina telefonica, stappatevi una gazzosa e date inizio alle danze.

79. “Il cattivo tenente” (1992)

L’odissea senza posa di un detective di New York, finito nelle spire funeste della violenza e della droga. Questa discesa nei bassifondi dalla forma molto libera realizzata da Abel Ferrara segue un antieroe al servizio della legge che non esita a prendere un po’ di droga dalla scena del crimine o a masturbarsi in pubblico durante una pausa nel traffico. Fin qui siamo nel cinema tipico di Ferrara, poi la sua celebrazione del sudiciume umano inizia a trasformarsi in una via crucis e in un percorso di rivelazione spirituale, e gli episodi surreali mediati dalla coscienza strafatta del tenente assumono una sorta di gravitas. Complice l’interpretazione stellare di Harvey Keitel nel ruolo del tenente (basta pensare alla scenetta dell’uomo che ulula contro Cristo), Ferrara non fa prigionieri e con questa storia di redenzione realizza uno dei film più intimamente religiosi del decennio, una fusione perfetta del poetico con il profano, di agonia e di estasi. SB

78. “Le ali della libertà” (1994)

“O si fa di tutto per morire o si fa di tutto per vivere” dichiara Andy Dufresne (Tim Robbins) durante la sua permanenza in prigione, nel film drammatico di Frank Darabont incentrato sulla sentenza ingiusta imposta a un banchiere, che approfondisce la realtà feroce della detenzione, mentre il protagonista incontra persone fidate e nemici lungo il percorso. Raccontato con saggezza romanzesca da Red, il personaggio di Morgan Freeman, e reso celebre dalle sequenze in cui Robbins si strappa una camicia di jeans ricoperta di merda sotto la pioggia, Le ali della libertà è una storia piena di trionfo e tragedia, delitto e castigo. C’è un motivo se è stato quasi sempre in cima alla classifica dei film più amati su IMDB. AS

77. “Terminator 2: Il giorno del giudizio” (1991)

Non è il T-1000 a rendere il sequel di James Cameron più bello del suo fantastico B-movie del 1984, anche se un orbe instancabile che riesce a sciogliersi, disintegrarsi e riformarsi è molto più minaccioso dei super-cattivi nei film di oggi. No, la forza del film è dovuta alla Wonder Woman rattoppata di casa: la moglie di allora del regista, Linda Hamilton, nei panni di una Madonna agguerrita che deve proteggere il figlio apprendista salvatore del mondo (Edward Furlong). Il legame tra il giovane John Connor con Arnold Schwarznegger – un tempo macchina assassina e ora sempre più recettivo – è toccante, e la violenza del film è orchestrata con maestria. Ma la trasformazione muscolare di Hamilton e il suo piglio militare sono ciò che ha permesso di dare forma completa a questa resa dei conti tra creazione e distruzione. È consolatorio sapere che madri decise possono aiutare a prevenire l’apocalisse, allora come adesso. PR

76. “L’età dell’innocenza” (1993)

Messo leggermente in ombra quell’anno da Schindler’s list, Quel che resta del giorno e Lezioni di piano, l’adattamento di Martin Scorsese del romanzo viscerale di Edith Wharton ambientato nella New York di fine Ottocento oggi sembra quasi un miracolo hollywoodiano. Grazie ai suoi interni e costumi elaborati e ossessionati delle apparenze, il film emerge come un dramma in costume pieno di gusto, ma sotto quei corsetti e cappellini d’epoca si aggirano i piranha più violenti e inclementi che si possa immaginare. Daniel Day-Lewis e Michelle Pfeiffer interpretano due persone legate da una passione reciproca e ardente ma che non trova spazio in un mondo di decoro ed etichette sociali, destinate a smentire il concetto di emancipazione e liberalismo americano. È un film può causare scoppi di pianto violento persino ai fan più hardcore di Quei bravi ragazzi. EH

75. “Tutti pazzi per Mary” (1998)

Un’ode a Cameron Diaz, che con questo ruolo cruciale per la sua carriera ci ha lasciato un’interpretazione comica praticamente perfetta: nel film di Bobby e Peter Farrelly interpreta un chirurgo ortopedico smilzo e dal sorriso goffo, che ingolla birra in continuazione e ha una passione smisurata per SportsCenter. Eppure i fratelli registi hanno avuto un’intuizione geniale e hanno trasformato l’idolatria per il personaggio in una farsa sul desiderio maschile maniacale, al punto tale che il dolce corteggiatore Ben Stiller – che le va dietro dai tempi della scuola– si trova presto alle prese con un’ossessione testosteronica fuori controllo. Ma la cosa davvero notevole del film è la sua profanità gioiosa, dai genitali incastrati nella zip di Stiller (un’allucinazione che dura cinque minuti), alla frangetta con lo sperma al posto del gel di Cameron Diaz, fino al cagnolino fulminato. C’è tantissimo cuore dietro queste disavventure, e il film è l’anello di congiunzione perfetto tra L’aereo più pazzo del mondo e Una pallottola spuntata degli Zucker-Abrahams-Zucker e la commedia umana di Judd Apatow. SG

74. “La città perduta” (1995)

I registi francesi Jean-Pierre Jeunet e Marc Caro hanno fatto il salto dalla demenza irriverente del loro debutto Delicatessen con un film di fantascienza – molto ambizioso dal punto di vista visivo – su uno scienziato letteralmente pazzo che, incapace di sognare, rapisce degli orfanelli nei paraggi e cerca di sottrarre loro i cicli REM. Cloni dalla faccia di gomma, cervelli parlanti e una nebbia verdognola aggiungono elementi favolistici e sparsi al film, mentre Ron Perlman (stando a Jeunet, l’attore avrebbe licenziato il suo agente per non avergli fatto leggere subito il copione) nei panni del gigante gentile arricchisce l’emotività del film. JN

73. “Schindler’s List” (1993)

Sarà stato pure un intermezzo tra i vari Jurassic Park, ma il dramma sull’Olocausto di Steven Spielberg che ha fatto incetta di Oscar ha segnato una nuova fase nella carriera di questo campione dei blockbuster, lasciatosi andare a considerazioni più austere sul mondo (senza, non avremmo avuto Munich o Lincoln). Girato in un bianco e nero meravigliosamente decadente quanto severo e documentaristico, il film parla di una serie di uomini pieni di difetti ma molto umani, a partire da Oskar Schindler (Liam Neeson), un uomo arricchitosi con la guerra che si ritrova a dare asilo agli ebrei nella sua fabbrica in maniera prima accidentale e poi deliberata. Attraverso il risveglio della sua coscienza, Spielberg fa qualcosa di indimenticabile alla nostra. ST

72. “Prima dell’alba” (1995)

Uno dei primi incontri più belli della storia del cinema. Richard Linklater segue due sconosciuti mentre parlano e camminano per la città, l’americano Ethan Hawke e la francese Julie Delpy, che decidono di trascorrere una serata a zonzo per Vienna insieme, d’impulso. Dinamiche da primo appuntamento maliziose e goffe si alternano a stratagemmi per svelare l’identità dell’altro e quei commenti tipici da ventenni estremamente consapevoli di sé e del proprio romanticismo. Non ci sarà un lieto fine quanto un “lo faranno oppure no?” che sfuma sul finale, una domanda a cui Linklater fornirà una risposta con una trilogia. La prima volta, però, ha un fascino tutto suo. KYK

71. “Edward mani di forbice” (1990)

Questa favola distorta di Tim Burton dedicata a un emarginato ricoperto di latex con forbici al posto delle mani (un Johnny Depp occhi da cerbiatto e gotico come non si è mai visto), non è solo una rivisitazione di Frankenstein nei sobborghi americani simili a quelli di un cartone animato. È anche il film più personale che Burton abbia mai fatto, un omaggio delicato ai fuori casta, gli artistoidi disconosciuti e chiunque abbia avuto la sensazione di essere incompreso dal mondo. Anche se il regista presta omaggio alle sue varie influenze – dagli horror della Hammer alle favolette Disney – il film non appare mai come la somma di parti incollate insieme o come una rivisitazione ironica. Nato come una serie di vignette dedicate ai margini sui diari del regista, Edward mani di forbice è diventato un’icona dell’isolamento, l’uomo che ferisce per davvero tutto ciò che ama. BT

70. “Quando eravamo re” (1996)

Se non fosse stato l’atleta più interessante del suo secolo, Muhammad Ali avrebbe avuto sicuramente una carriera cinematografica. Questo documentario vincitore agli Oscar incentrato sulla celebre “Rumble in the jungle” di Ali con George Foreman in Zaire, parla di diverse cose: la nostra fascinazione per la boxe, i preparativi per l’incontro, il divario razziale e politico negli Stati Uniti. Ma ciò che spicca è Ali che all’età di 32 anni pareva essere finito, destinato a essere sconfitto da un Foreman agguerrito e soprattutto più giovane. Il regista Leon Gast lascia che sia la boxe a dominare la scena, e le immagini di archivio sono ancora inestimabili: qui c’è un pugile che ha già sfidato il governo rifiutandosi di andare in Vietnam, ora forse in procinto di ritirarsi, e c’è un avversario deciso a massacrarlo. Raramente i film sullo sport riescono a essere così potenti e pieni di ispirazione. TGr

69. “La bella scontrosa” (1991)

Il grande autore della Nouvelle Vague francese Jacques Rivette ha raggiunto un apice con questa riflessione elegiaca sul dolore e la creatività. Sono circa quattro ore di Emmanuele Beart nuda, e questa non è neanche l’aspetto più audace del film. Micheal Piccoli è un pittore invecchiato che ha smesso di dipingere anni fa, lasciando un’opera incompleta, “La bella scontrosa” appunto. Ma Beart lo convince a riprovare, usando lei come modella. Ci sono lunghi spezzoni in cui sono solo loro due al lavoro, mentre lui ripercorre il suo passato pennellata per pennellata, una forma di mediazione tra il processo creativo e lo sconvolgimento emotivo che riguarda sia l’artista sia la musa (e la moglie Jane Birkin). L’artista aspira al “sangue sulla tela”, cosa che Rivette ha raggiunto alla perfezione. RS

68. “Friday” (1995)

Ice Cube e il co-autore Dj Hoop speravano di farne un “hood classic” – almeno così sosteneva il rapper – stile Car Wash o i film di Cheeck e Chong. Invece questa commedia da sballati costata circa tre milioni e mezzo di dollari è andata oltre qualsiasi aspettativa, guadagnando ventotto milioni al botteghino e diventando un cult per tanti affezionati. Lo sfortunato Craig (Ice Cube) viene licenziato al primo colpo e lui e il suo amico Smokey (Chris Tucker), un fattone loquace, sono costretti a supplicare, prendere in prestito o rubare duecento dollari per ripagare uno spacciatore minaccioso. Il film ha prodotto due meme negli States (“You got knocked the fuck out” e il sempiterno “Bye Felicia”) e ha consolidato la posizione del vecchio membro dei N.W.A e la futura star di Rush Hour, proiettandoli verso il botteghino degli anni Duemila.

67. “Dolce è la vita” (1990)

Il film che ha fatto svoltare la carriera di Mike Leigh approfondisce la teoria secondo la quale ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. Proprio come è gioiosa, arrabbiata, piena di rimpianti e malandata in maniere del tutto equanimi e originali. Più tempo si trascorre in compagnia del cast – il padre di famiglia devoto ai fornelli (Jim Broadbent), la mamma radiosa (Alison Steadman) e la sorella gemella lesbica (Claire Skinner) – più il regista è in grado di far capire che il legame tra i personaggi è forte quanto il sangue. Metteteci in mezzo il ristoratore alle prime armi Timothy Spall e Aubrey lo sciupafemmine – senza dubbio il personaggio più divertente nella storia del cinema di Leigh – e otterrete un ritratto a trecentosessanta gradi estremamente empatico e umano della classe medio-bassa inglese. C’è tanta amarezza quanto tenerezza in questo film, ma il titolo non è per niente ironico. DF

66. “A letto con Madonna” (1991)

Madonna è apparsa in un sacco di film negli anni Novanta, e a un certo punto si è pure cimentata con l’accento inglese. Ma come dimostra questo documentario, la cantante è nata per interpretare una parte sola: Madonna. A letto con Madonna è la Ciccone al suo meglio, scatenata durante il Blonde Ambition tour del 1990, e intenta a terrorizzare il suo staff di ballerini e coristi. È una specie di capsula temporale che precede i reality, in un periodo in cui Madge era l’unica pop star che contasse. Un periodo in cui, per sua stessa ammissione, le interessava «dare sui nervi, essere provocatoria e politica”. (La scena in cui i suoi ballerini vanno a una marcia di ACT UP ha permesso a una stragrande maggioranza di americani di sentire il coro “siamo qui, siamo queer, fateci l’abitudine” per la prima volta). Quando la polizia di Toronto minaccia di arrestarla se si masturba sul palco durante “Like a virgin”, chiede al poliziotto di definire cosa sia la masturbazione. “Quando ti metti una mano tra le gambe”. Spoiler: Madonna si mette una mano tra le gambe. RS

65. “Satantango” (1994)

Ambientato in una due giorni miserabile (a volte la visione del film sembra durare altrettanto) l’odissea avvolgente di sette ore di Béla Tarr, spettacolare e fosca, è la pietra miliare d’autore degli anni Novanta, quella cui tutti gli appassionati di cinema devono confrontarsi. Bisogna dedicare un pomeriggio a quest’epica ungherese per far sì che la mente ne esca rigenerata: inquadrature ipnotiche vanno avanti per otto minuti e oltre, la fisarmonica altalenante del compositore Mihàly Vìg, crea un carnevale cupissimo in testa allo spettatore e l’immaginario in un tagliente bianco e nero evoca un incubo lynchiano. La materia non è delle più semplici, trattandosi dell’esercizio del potere in una comunità contadina depressa (anche se non si parla solo di questo), sotto lo spettro obliquo del fascismo e con un gatto disgraziato nei paraggi. Ma il risultato è davvero profondo: è la reinvenzione del cinema stesso. JR

64. “Fusi di testa” (1992)

Ad oggi, Fusi di testa resta il miglior adattamento cinematografico di uno sketch del Saturday Night Live. Mike Myers e Dana Carvey trascinano il proprio pubblico verso il grande schermo attraverso una sequenza lunga e spettacolare di demenzialità, insieme a un produttore viscido (Rob Lowe), una mitragliata gioiosa di esempi di product placement e un finale aperto a discrezione dello spettatore. È un film che si può citare all’infinito, pieno di espressioni rientrate a pieno diritto nella lingua americana, ed è la dimostrazione che si può combinare il cameratismo maschile e fattone con una specie di dolcezza, una “Bohemian Rhapsody” cantata a squarciagola per volta. AB

63. “Jackie Brown” (1997)

All’inizio si diceva che Quentin Tarantino non fosse altro che la mera somma delle sue influenze pop, ma proprio quando tutti si aspettavano Pulp Fiction II, il regista ha messo in circolazione questo adattamento lussuoso di un romanzo crime di Elmore Leonard, dimostrando che l’ossessione per il cinema e la capacità di introspezione nell’animo umano non sono due aspetti che si escludono vicenda. La storia di una hostess (Pam Grier) invischiata con un gangster (Samuel L. Jackson) e certi tipacci poco raccomandabili, mantiene i dialoghi a raffica, le incursioni taglienti della colonna sonora e i riferimenti meta tipici del regista. Ma è anche una storia d’amore genuina e credibile tra due personaggi di mezza età – la protagonista e il cacciatore di taglie Robert Forster – e ad oggi è ancora il film più maturo di Tarantino–, in cui la fascinazione evidente per l’icona della blaxploitation Grier rappresenta l’omaggio definitivo alla cultura black e soul della sua gioventù. SB

62. “Audition” (1999)

Un produttore televisivo vedovo si rimette in gioco grazie all’aiuto di un amico deviato che inaugura delle audizioni solo per attirare donne piacenti. La truffa funziona. Il nostro eroe si invaghisce di una ragazza solitaria, timida e bella che ha la metà dei suoi anni. Sembra la trama di una rom-com banale, e il regista Takashi Miike – il re giapponese di tutte le cose più macabre e contorte – ci mette quarantacinque minuti prima di farci capire che stiamo guardando un film horror. Gli basta una sola inquadratura per infrangere l’illusione innocua delle premesse e trasformare il film in un’allegoria cruda e indimenticabile del dolore che gli uomini infliggono alle donne senza pensarci. Lo capirete quando lo vedrete. Da lì in poi si scatena l’inferno; buona fortuna. JB

61. “Ragazze a Beverly Hills” (1995)

Dì la verità, Alicia Silverstone: «Andare alla ricerca di un ragazzo al liceo è come cercare qualcosa di sensato in un film di Pauly Shore». Circa dieci anni dopo aver girato la commedia adolescenziale più riuscita degli anni Ottanta (Fuori di testa con Sean Penn), Amy Heckerling è riuscita a fare lo stesso per gli anni Novanta, con questo cult pieno di battute da mandare a memoria. Alicia Silverstone, la maliarda preferita da tutti nei video degli Aerosmith, intrepreta la fashion victim Cher Horowitz che fa shopping in una Los Angeles piena di fratelli Baldwin, Monet e vergini che non sanno neanche guidare. La compianta Brittany Murphy risplende nel ruolo di una skater appassionata di Mentos (nei nostri cuori stai ancora “rolling with the homies”, Brit). E le teorie di Cher sull’immigrazione sono ancora valide nel 2017: sulla Statua della Libertà non c’è scritto RSVP, non ancora. RS

60. “Assassini Nati” (1994)

Il regista Oliver Stone non è stato di certo immune alle polemiche quando ha deciso di raccontare la storia fantasmagorica ed esaltata dai media della celebre coppia di assassini Mickey e Mallory Knox, interpretati da Woody Harrelson e Juliette Lewis in due ruoli degni di un’intera carriera. Dopo l’uscita, qualcuno ha imitato gli omicidi del film e ci sono state delle cause legali (una intentata dallo scrittore John Grisham). Ma la satira spregiudicata del regista nei confronti dell’infotainment assetato di sangue degli americani – incarnato dal dubbio conduttore televisivo e scandalistico Wayne Gale interpretato da Robert Downey Jr. prima del suo apice con Iron Man – sopravvive alla prova del tempo. E così sopravvive il montaggio del film, ipercinetico e surrealista, con la colonna sonora curata da Trent Reznor. È incredibilmente anni Novanta, fin dentro il soggetto originale di Quentin Tarantino. STC

Leggi anche