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I 100 film degli anni Novanta da non perdere (59-40)

Slacker e serial killer, 'Fight Club' e 'Pulp Fiction': le commedie, i thriller, gli horror e le pellicole drammatiche più rilevanti degli anni Novanta

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Ah, gli anni Novanta. Il decennio che ci ha dato film indie destinati a diventare dei tormentoni ed effetti speciali alla Matrix, fight club e commessi sboccati per via di Kevin Smith, serial killer cannibali e carismatici e slogan come “Scegli la vita!”, tizi competitivi da Rushmore Academy e “Royal con formaggio”. Ripercorrendo i film che hanno reso gli anni Novanta un decennio sorprendentemente fertile per i registi e gli appassionati di cinema, si intuisce presto che le basi del cinema degli ultimi anni sono state poste proprio in quella fase, dall’ascesa dei documentari come fenomeno mainstream ai tocchi meta che hanno trasformato opere che mescolano generi vari in musei delle cere parlanti. Il Sundance ha fatto per i registi indipendenti quello che Seattle ha fatto per i musicisti grunge. Era un periodo in cui andavamo in giro con fannulloni e tossicomani scozzesi, criminali dalla lingua di velluto e tizi che sapevano stare alle regole. Potevamo essere cyberpunk da morire. Sapevamo cose di kung fu.

E così abbiamo messo insieme una squadra di fanatici di cinema, avvoltoi della cultura, esperti di cultura pop e critici vari per stabilire i cento film migliori degli anni Novanta. Dai vincitori degli Oscar a piccole gemme dimenticate, dalle saghe di non fiction a sfondo sociale a sette ore di capolavori ungheresi, da Titanic a Tarantino. Sono questi i film che abbiamo citato senza posa, che ci hanno fatto litigare e ai quali continuiamo a pensare. Uscite dalla cabina telefonica, stappatevi una gazzosa e date inizio alle danze.

59. “Essere John Malkovich” (1999)

Un impiegato mediocre e privo di immaginazione fissato con le marionette (John Cusack), riesce a entrare nella mente dell’attore che dà il titolo al film. Ben presto, il cranio della star del cinema diventa la sede di una battaglia tra il marionettista, sua moglie (Cameron Diaz) e una collega (Catherine Keener). Forse il film più strano ad aver mai ricevuto consenso agli Oscar – e l’unico ad avere condotti spazio-temporali che finiscono sul New Jersey Tunpike, triangoli sentimentali e Charlie Sheen che interpreta una futura versione di se stesso –, il debutto cinematografico del regista di videoclip musicali Spike Jonze resta un piccolo capolavoro del cinema meta. È anche un saggio di cosa può fare lo sceneggiatore-avant Charlie Kaufman, che presto si confermerà come una delle voci più originali di Hollywood. DK

58. “Scream” (1996)

«Qual è il tuo film horror preferito?». Questo horror citazionista ha trasformato una semplice domanda in un quesito quasi esistenziale, grazie al talento di Wes Craven e a una sceneggiatura brillante che si diverte a giocare con gli stereotipi del genere (tipo “se scopi morirai”) realizzata dal futuro ideatore di Dawson’s Creek, Kevin Williamson. Neve Campbell e altri ragazzini sbandati cercano di smascherare il serial killer chiacchierone e ossessionato dai film di paura che è sulle loro tracce, grazie all’aiuto della giornalista impicciona Courtney Cox e un poliziotto rutilante, David Arquette. Ne sono venuti fuori altri tre capitoli, una serie MTV e una celebre parodia al cinema. Il suo senso dell’ironia ha inspirato centinaia di imitazioni che impallidiscono se confrontate con l’originale dalla maschera fantasma. KG

57. “La vita è un sogno” (1993)

Per il regista Richard Linklater questo follow-up di Slacker serviva a esorcizzare i ricordi dolorosi legati al liceo, ma gli stoner e i nostalgici che hanno rotto il videoregistratore o il lettore DVD a furia di guardare questa piccola gemma sull’adolescenza chiaramente la pensano in maniera riversa. I riti e le feste inondate di birra da ultimo giorno del liceo nel 1976 sono ricreati in maniera così vivida che il film sembra quasi una macchina del tempo, capace di catapultare lo spettatore nella moda, la musica e le divagazioni alla marijuana tipiche di un’altra era. Ma l’evocazione perfetta della confusione indotta dalla libertà e la gioventù sono davvero senza tempo. Si è trattato anche di un casting lungimirante, che ha preannunciato le star degli anni successivi, da Parker Posey nel ruolo di una ragazza popolare e crudele a Ben Affleck nei panni di un senior apoplettico divertente suo malgrado, fino e Matthew MCConaughey ormai fuori dal liceo che va ancora appresso alle liceali. Alright, alright, alright, direbbero nel film. ST

56. “Seven” (1995)

In questo film che in apparenza segue la scia de Il silenzio degli innocenti, David Fincher riesce a calibrare con maestria il genere noir con una storia nichilista e biblica di vendetta. Il sole non splende mai, è non è una metafora, sulla coppia di investigatori composta da Brad Pitt e Morgan Freeman mentre sono alle prese con una caccia all’uomo. Devono stanare un serial killer cruento e fantasioso interpretato in maniera snervante da Kevin Spacey, Questo thriller teso, che non lascia respirare e dai tempi perfetti, ha fatto presagire l’immenso talento del regista, tra i cui meriti rientra quello di essere stato il primo a scoprire “la violenza poetica della testa di Gwyneth Paltrow” (per approfondire, si veda Contagion di Steven Soderbergh del 2011). È stato proprio un gioco dei pacchi sui generis. PR

55. “Babe va in città” (1998)

Il primo Babe resta un must del cinema per ragazzi con animali antropomorfizzati, ma la storia di un maialino che trova amore e comprensione tra le pecorelle assume una piega ancora più strana e incisiva in questo sequel girato, tra tutti i registi possibili, proprio da George Miller di Mad Max. Il seguito del film trasporta il maialino nell’albergo di una metropoli dickensiana e fantastica pieno di animali. Un pitbull a momenti annega in una scena allucinata e lynchiana e un anziano Mickey Rooney interpreta un clown inquietante. Babe va in città non si limita a ripartire dal suo predecessore ma lo reinventa, e non ha avuto paura di condire la sua dolcezza con un pizzico di anomalia. JS

54. “Paradise Lost: The Child Murders at Robin Hood Hills” (1996)

La storia di tre adolescenti condannati al carcere e dei processi in seguito all’omicidio di tre ragazzini a West Memphis in Arkansas è alla base di uno dei crime documentaries più avvincenti degli anni Novanta, capace di infuriare tutti gli spettatori. I registi Joe Berlinger e Bruce Sinofsky (Some kind of monster) riescono a far parlare ogni attore coinvolto nella vicenda: il procuratore zelante, gli imputati sbalorditi, la comunità assetata di sangue a cui appartengono, in modo che ognuno abbia una piattaforma dalla quale esprimere le proprio opinioni sul caso. Ma mentre il film va avanti e si sollevano i dubbi sulla colpa degli adolescenti arrestati, il duo di registi riesce a smascherare la realtà di un paesino che vuole incastrare il cattivo. Grazie al film e ai vari strascichi, il caso è diventato una battaglia sostenuta tra gli altri da Eddie Vedder, Johnny Depp e i Metallica, che si sono esposti a favore del rilascio dei tre adolescenti. Raramente il docu-journalism ha raggiunto risultati di questo livello. JN

53. “Cuore selvaggio” (1990)

Da qualche parte David Lynch è riuscito a trovare il tempo per girare questa storia d’amore trascendentale, proprio mentre stava realizzando una delle serie televisive più importanti di tutti i tempi. È una interpretazione del romanzo omonimo di Barry Gifford in stile Mago di Oz, basata su due amanti sensuali e lo scenario da incubo infarcito di Americana e problemi vari scatenato dalla loro relazione. Sailor, il personaggio ossessionato da Elvis interpretato da Nicholas Cage, e la devota Laura Dern rendono questo viaggio on the road più incandescente dell’asfalto in Georgia, mentre la trama contorta e audace proietta la coppia verso un destino brutale ma stranamente ottimista, quantomeno per Lynch.

52. “Metropolitan” (1990)

Forse lo sceneggiatore e regista indie Whit Stillman è il bardo dalla comicità sommessa più eloquente del cinema, soprattutto quando si tratta di rappresentare la classe benestante americana. Il suo primo film è su un giovanotto di classe media che ha studiato a Princeton (Edward Clements), intento a farsi largo – seppure a tentoni – all’interno di un circuito di ragazzi di Manhattan durante il ballo delle debuttanti. Pieno zeppo di motti intelligenti degni di un’opera di Noel Coward, Metropolitan serve sia a smantellare l’1 per cento sia a prestare un omaggio alle sue amabili eccentricità. Oltre a colmare il divario tra gli anni Ottanta e Novanta, è anche uno degli ultimi film in cui un branco di adolescenti indossa smoking e vestiti da ballo per una notte in città senza ironia alcuna. JS

51. “South Park – Il film: più lungo, più grosso, e tutto intero” (1999)

Tornate con la mente a un’epoca in cui la versione sul grande schermo di una serie comica e disimpegnata sembrava malaccorta. Figuriamoci se fosse stato pure un musical. E poi vi siete ritrovati in un multisala a vedere Saddam Hussein mutilato da Satana (un Belzebù equilibrato e responsabile in quelle vesti). Trey Parker e Matt Stone non solo sono riusciti a portare la loro serie televisiva di successo al cinema senza umiliare loro stessi, ma hanno anche creato il ritratto eccentrico e frastornato di un’America ossessionata dalla guerra capace di trovare un riscontro negli spettatori. Tutte le idee profane a un certo punto sembravano ammissibili, così come lo erano sforzi non sovversivi come la scrittura delle canzoni e la sincerità. I due ci hanno pisciato in testa e l’hanno chiamata arte. E lo era. EH

50. “L.A. Confidential” (1997)

Russell Crowe e Guy Pearce non erano ancora delle star quando hanno interpretato una coppia mal assortita di detective – uno rabbioso, l’altro scaltro – intenti a smascherare la corruzione di Los Angeles negli anni Cinquanta. Entrambi gli attori illuminano lo schermo, anche quando messi al confronto col glaciale Kevin Spacey (un sergente anti-droga specializzato nello showbiz) e Kim Basinger, che ha vinto un Oscar per il personaggio di una prostituta d’alto bordo con agganci mafiosi. Il regista Curtis Hanson e lo sceneggiatore Brian Helgeland trasformano il romanzo pulp letterario di James Ellroy in un’epica del crimine urbano travolgente e sofisticata, ricca di temi e capace di intrattenere, al punto tale da sembrare un classico della Hollywood perduta. NM

49. “Creature del cielo” (1994)

Prima di portarci nella Terra di Mezzo, Peter Jackson ci ha condotto nel mondo folle di due adolescenti problematiche; un universo fittizio coinvolgente quanto quello di J. R. R. Tolkien ma molto più romantico e letale. Basato su una storia vera, il film vede una Kate Winslet non ancora famosa e Melanie Lynskey nei ruoli di Pauline Parker e Juliet Hume, due ragazzine neozelandesi la cui amicizia sboccia nel primo amore, poi nella follia e infine nell’omicidio. Le riprese dinamiche di Jackson riescono a catturare il vortice dei sogni adolescenziali prima di condurci verso una fine brutale e sanguinolenta. È una beautiful dark twisted fantasy, tanto per citare Kanye West.

48. “Poison” (1991)

Questo trittico lo-fi di Todd Haynes è servito a celebrare non solo un nuovo talento vitale del cinema, ma anche a dare luce al movimento del New Queer Cinema, a far incazzare i destrorsi e a consolidare la fama del Sundance come casa madre per i visionari del cinema indipendente americano, oltre a introdurre quasi di colpo una delle divinità della letteratura sovversiva – Jean Genet – a una nuova generazione. “Hero” usa il formato del falso documentario con pezzi di archivio per rappresentare un bambino, un crimine e una circostanza inspiegabile; “Homo” prende lo scenario di Nostra signora dei fiori fatto da prigionieri che si amano e lo trasforma in un portfolio di Pierre e Gilles, mentre “Horror” si rifà ai film horror degli anni Cinquanta per raccontare la storia di una nuova malattia misteriosa. Lo spettro dell’AIDS incombe pesantemente su queste storie, ma c’è anche un senso di liberazione, dato dall’idea che certi argomenti ancora taboo possano finalmente venire alla luce. DF

47. “To sleep with anger” (1990)

Tutti conoscono un tizio come Harry (Danny Glover, che avrebbe dovuto vincere un Oscar per questo film), quello che organizza la festa e allo stesso tempo la rovina. Harry è in città per fare visita ai suoi vecchi amici – cresciuti al sud e trasferitisi a Los Angeles durante la seconda grande ondata migratoria – ma anche per ripulire l’armadio dagli scheletri. Il regista-sceneggiatore Charles Burnett (Killer of Sheep) ha ricreato una folk tale prismatica in cui ogni frase è o uno scherzo o una minaccia. Una black comedy dal realismo magico e piena di maestria. SB

46. “JFK” (1991)

Bisogna ignorare il fatto che le teorie affascinanti avanzate dal film di Oliver Stone su una cospirazione allargata dietro l’omicidio di Kennedy siano state confutate e smentite. Quel che resta ancora valido in questo film concitato ed elettrico, illuminato dalla performance degna di un’intera carriera di Kevin Costner nei panni di Jim Garrison, il procuratore di New Orleans deciso a fare luce sui fatti, è la rabbia infuocata del regista verso l’assassinio del leader americano e dell’idealismo che rappresentava. Il fervore concitato del film che vuole smascherare il potere era vitale allora, e lo è ancora di più oggi. TGr

45. “Le onde del destino” (1996)

Emily Watson ha ottenuto una meritata nomination all’Oscar per il ruolo di Bess, una donna scozzese molto devota che parla con Dio – nella sua immaginazione lui le risponde –, sposata a un operaio di una piattaforma petrolifera che resta paralizzato dopo un incidente. Ben presto lui la incoraggia a trovare altri partner sessuali e a raccontargli i loro rapporti nel dettaglio. Girato con camere a mano che enfatizzano il tormento che è al centro del film, questo melodramma trascendentale parla di ineguaglianza di genere e del mistero della fede con un’intensità priva di cedimenti. Il finale scioccante resta la scommessa più azzardata del noto provocatore Lars Von Trier; il regista cattura lo spettatore con una sequenza tumultuosa in cui si sentono persino le campane.

44. “La doppia vita di Veronica” (1991)

Tra lo sforzo colossale del Decalogo e la trilogia dei Tre colori, il regista polacco Krzysztof Kieslowski ha regalato al pubblico un dramma trascendente su due donne estremamente diverse ma per qualche ragione identiche nell’aspetto. Irene Jacob interpreta un’aspirante cantante dell’Est Europa di nome Weronika che muore sul palco durante un concerto. L’attrice appare anche nel ruolo di una donna francese di nome Veronique, che resta sconvolta da un cordoglio inspiegabile quando la sua sosia muore. Attraverso un immaginario sontuoso e sognante e un magical mystery tour di connessioni metafisiche, il regista getta un incantesimo da cui lo spettatore non può liberarsi, e dimostra che è più facile evocare alcuni sentimenti che spiegarli. BT

43. “Starship Troopers- Fanteria dello spazio” (1997)

Fatto con lo spirito temerario di chi non ha niente da perdere dopo Showgirls, il film sci-fi del perverso direttore olandese Paul Verhoeven è il film di guerra più sovversivo che sia mai stato fatto a Hollywood. Arto staccato per arto staccato. I patrioti a favore dell’esercito e i fan del romanzo super-reazionario del 1959 scritto da Robert Heinlein si sono scaraventati al cinema solo per ritrovarsi davanti a una presa in giro costata centocinque milioni di dollari, popolata da bellocci zucconi come Casper Van Dien e Denise Richards e piena di ironia antifascista. In anticipo sui tempi. Verhoven ha optato per un linguaggio di propaganda pieno di annunci di reclutamento contro gli alieni “cliccabili” e dispacci di agenzia xenofobi. Ma è soprattutto lo sguardo retroattivo del film – verso lo sfarzo nazista e a Neil Patrick Harris in stivali militari – che rende Starship Troopers così meravigliosamente irresponsabile. Quello che ci fa vedere è il futuro o Fox News? Tutti e due. JR

42. “Il re leone” (1994)

Questo film divertente e talvolta problematico della Disney su un leone che vendica la morte del padre vi farà ridere, piangere e cantare in prenda alla gioia. I paesaggi africani coloratissimi, le canzoni di Elton John e Tim Rice e una regia senza precedenti – la fuga precipitosa degli gnu è ancora una delle sequenze animate migliori di tutti i tempi – hanno influenzato un’intera generazione di cartoni e musical. Nel grande cerchio della vita, le storie scritte bene ci commuovono sempre. AS

41. “Naked- Nudo” (1993)

Uno studio sui personaggi abbastanza acido di Mike Leigh, incentrato su un filosofo della strada intelligente e cinico che si avventura nel sottobosco marcio di Londra lasciandosi alle spalle solo distruzione emotiva: Naked si candida a essere il cri de coer più arrabbiato del decennio, ed è ancora un assalto verbale ai nostri sensi. David Thewlis regala una delle performance migliori degli anni Novanta, conferendo al suo personaggio un’intensità ferale mentre si trascina per un paesaggio fatto di squallore urbano e sfida ogni vecchia fiamma, yuppie predatorio e hipster sagace tanto quanto membro della working class che si ritrova davanti. Per quanto fosco e crudo nel tono, Naked mostra anche un apprezzamento profondo per i piccoli piaceri della vita, l’umorismo mordente, le compagnie improvvisate e il desiderio di vivere anche se non c’è speranza. VM

40. “Gli spietati” (1992)

Quando si è trattato di fare un ultimo grande western, Clint Eastwood non si è limitato a girare una storia di vendetta. Al contrario, il regista e Uomo senza nome di un tempo ha realizzato una critica del genere che lo ha reso una leggenda. Il suo personaggio, William Munny, è un pistolero invecchiato che torna sulla scena per uccidere due cowboy dopo che questi hanno sfigurato una prostituta. Purtroppo, viene intralciato da uno sceriffo moralista (Gene Hackman) che viene messo al corrente dei suoi piani. Grazie a comprimari fantastici (soprattutto Morgan Freeman e Gene Hackman) e il copione mozzafiato di David Webb People, Gli spietati trasforma quella che poteva essere una tipica horse opera in una meditazione sulla violenza e il relativismo morale della nazione. “I meriti non c’entrano in questa storia” sospira il vecchio fuorilegge Eastwood. Eppure solo qualcuno che capisce la mitologia della frontiera così a fondo e il modo in cui ha formato l’America si merita il diritto di farla a pezzi. VM

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