I 10 migliori album dei Pink Floyd

Un viaggio attraverso i migliori album della band inglese, scelti dai lettori di Rolling Stone
Pink Floyd al Kew Gardens di Londra nel 1968 | Foto via Facebook

Pink Floyd al Kew Gardens di Londra nel 1968 | Foto via Facebook


I Pink Floyd si sono separati in silenzio quasi due decadi fa, ma non sono mai del tutto scomparsi. La band è tutt’ora così grande, che Roger Waters ha appena finito un tour negli stadi lungo 3 anni, ricreando il loro Wall tour del 1980-81.

Altri musicisti hanno preso il posto di David Gilmour, Nick Mason e Richard Wright, ma è stata la cosa più vicina ai Pink Floyd che possiamo avere al giorno d’oggi, e sembra non esserci limite a quanti biglietti possano vendere. Abbiamo chiesto ai nostri lettori di votare i loro album preferiti dei Pink Floyd.

10. “The Division Bell” (1994)

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I Pink Floyd che hanno pubblicato The Division Bell nel 1994 sarebbero sembrati irriconoscibili ai fan che per ultimi hanno visto il gruppo all’ UFO Club nel 1966. Di quella crew sono rimasti solo il batterista Nick Mason e il tastierista Richard Wright. Il frontman Syd Barrett oramai è una memoria lontana, e anche Roger Waters è uscito da quasi un decennio. Oramai questa era la band di David Gilmour, e sua moglie Polly Samson scriveva i testi. Anche se dovevano competere con band come Weezer e i Green Day, l’album fu una hit modesta. (Cio nonostante, Beavis e Butt-Head furono altamente duri nei confronti del video di High Hopes). La maggior parte dei fan erano più affascinati dal tour a seguito del The Division Bell. Nessuno sapeva che sarebbe stato l’ultimo walzer della band.

9. “Atom Heart Mother” (1970)

Atom-Heart-Mother

Tutta la rabbia dell’Inghilterra del 1970 confluiva nel prog-rock. I gruppi come Yes e i Genesis pubblicarono lavori lunghi e complessi, vedendo improvvisamente masse di giovani accalcarsi ai loro concerti. I Pink Floyd erano la band perfetta per questo periodo. Atom Heart Mother, il loro quinto album in neanche 3 anni, comincia con una strumentalizzazione in sei parti che suona come nulla mai registrato fino a quel punto. Si conclude con Alan’s Psychedelic Breakfast, una strumentale estremamente strana da 13 minuti, quasi interamente scritta da Nick Mason. Negli anni la band si dice nauseata da questo album, trovandolo estremamente datato, ma fu il loro primo Numero Uno in Inghilterra. Fu l’inizio di un’ottima decade.

8. “The Final Cut” (1983)

The-Final-Cut

I Pink Floyd erano appena una band quando registrarono The Final Cut verso la fine del 1982. La lenta acquisizione della band da parte di Roger Waters oramai era quasi completata. Spinse Richard Wright a non fare più parte del gruppo durante l’elaborazione di The Wall (nonostante fu poi ri-assunto per suonare durante il tour), e portò invece altri musicisti a suonare assieme agli altri membri della band per l’album. David Gilmour e Nick Mason a malapena parlavano con Waters, ma in qualche modo riuscirono a maneggiare le cose fino all’album successivo. Il disco è una forte affermazione anti guerra e si guadagnò delle ottime recensioni quando fu pubblicato, nonostante molti fan credano sia invecchiato un po’ male. Altri lo considerano l’inizio della carriera da solista di Roger Waters. Il gruppo non fece una tour con questo album. Waters lo vide come la loro ultima registrazione, ma gli altri avevano intenzioni diverse.

7. “Ummagumma” (1969)

Ummagumma

Nonostante il grande impegno di EMI, i Pink Floyd erano ancora una band di nicchia nel 1969. Per il loro quarto album, Ummagumma, decisero di non tirarsi indietro su nessun fronte. È un set di due LP, che contengono entrambi un album live e un nuovo album da studio. Fu l’esperienza completa per i Pink Floyd, nel bene o nel male. Comincia con una versione live di Astronomy Domine di Syd Barrett, e prosegue con i lavori della loro breve carriera come Set the Controls for the Heart of the Sun e A Sauceful of Secrets. I fan casuali, amanti di Wish You Were Here e di Money, potrebbero non trovare granchè da amare in questo caso, ma per i veri devoti, su Ummagumma i Pink Floyd sono al massimo della loro ambiziosa stranezza.

6. “Piper and the Gates of Dawn” (1967)

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Tanti album rock psichedelici del 1967 potrebbero risuonare molto datati oggi, ma The Piper and the Gates of Dawn suona parecchio fresco nonostante siano passati 46 anni da quando uscì per la prima volta nei negozi di dischi. La band era in tour da un paio di anni a questo punto, e aveva solo una hit considerata minore in classifica, Arnold Layne. EMI Records vide grosse potenzialità nel gruppo e nel loro carismatico frontman Syd Barrett, e fece in modo che registrassero agli Abbey Road con l’ingegnere dei Beatles, Norman Smith. Nel corso delle loro sessioni ebbero anche l’occasione di guardare i Beatles mentre registravano Lovely Rita. Il risultato delle loro sessioni fu molto lontano dalla successo commerciale di Sgt. Pepper, ma un lavoro che coinvolgeva direttamente tutti gli adolescenti hip in Inghilterra. Il gruppo era preso in considerazione per cose migliori e di più ampie vedute, ma non molto dopo che si venne a scorprie che Berrett soffriva di problemi mentale. La band cominciava a preoccuparsi che non sarebbero stati in grado di procedere senza di lui.

6. “The Wall” (1982)

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Roger Waters non amava essere una rock star. Le hit, fan impazziti e concerti da stadio non facevano parte dei suoi piani, e dover scendere a compromessi con gli altri membri della band rendevano il tutto un incarico ancora più difficile. I fan agli spettacoli dei Floyd inoltre lo facevano arrabbiare, chiedendo alcuni pezzi di successo e dando praticamente zero importanza a canzoni come Dogs. Water perse la pazienza durante un concerto a Montreal e sputò su alcuni fan tra le prime file. Sentì il bisogno di creare un vero e proprio muro tra lui e il suo pubblico. Quella fu la scintilla che ispirò The Wall, un ambizioso doppio LP riguardo una rock star simile a Waters, che doveva affrontare la perdita del padre durante la Seconda Guerra Mondiale. A differenza di Animals, voleva scrivere alcuni singoli piu brevi come Young Lust, Mother, Hey You e Another Brick in the Wall Part Two. L’ultima canzone ebbe un beat più disco e divenne un successo gigantesco.

4. “Meddle” (1971)

Meddle

I Pink Floyd hanno passato il 1971 in tour e furono costretti a registrare Meddle durante le loro brevi pause. L’album comincia con One of These Days, un pezzo strumentale sinistro con un basso killer che sale in un climax incredibile. Nick Mason canta l’unico verso della canzone: «One of these days I’m going to cut you into little pieces». Sembra il pianto di uno di quei mostri dei film horror, principalmente perché hanno giocato con la velocità del pezzo. Era un lavoro ambizioso, ma nulla a confronto con Echoes, un pezzo da 23 minuti che occupava tutto lo spazio del secondo lato dell’LP. I quattro membri dei Floyd scrissero la canzone insieme, ed è uno showcase incredibile per l’intera band. Meddle non vendette molto in quel periodo, ma è diventato uno dei loro album più amati.

3. “Wish You Were Here” (1975)

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I Pink Floyd erano una della band più grandi del pianeta quando cominciarono a scrivere canzoni per Wish You Were Here, e questo li spinse a riflettere sui loro inizi, dieci anni prima. Molti nuovi fan dei Floyd non sentirono nemmeno mai parlare di Syd Barrett, ma la band non sarebbe mai esistita senza di lui e volevano onorarlo con un tributo musicale. Shine On You Crazy Diamond è un meraviglioso saluto al genio scomparso, e vede alcuni dei più grandi lavori di chitarra di David Gilmour. Wish You Where Here diventò la più duratura composizione dei Pink Floyd, mentre Welcome to the Machine e Have a Cigar mangiano le critiche dell’industria musicale. L’album è invecchiato meravigliosamente bene ed è una perfetta via d’accesso per i nuovi fan.

2. “Animals” (1977)

Animals

Animals non è esattamente l’album che EMI Records sperava che i Pink Floyd facessero dopo Wish You Where Here. Molte delle canzoni superano i 10 minuti di lunghezza, e non c’è niente che lontanamente si avvicina o ricorda un altro Wish You Where Here, Money, o qualunque altro lavoro adatto a essere trasmesso in radio. Non dipinge nemmeno in maneira positiva il proprio pubblico (o l’intera umanità, a questo punto), in quanto chiama tutti maiali, cani o pecore. Sono poche le band che sarebbero state in grado di rigirare un album cosi intenso ed anti-commerciale in una hit, ma i Pink Floyd erano giganteschi nel 1977. Questo era anche il picco del prog-rock, e i fan del rock erano abituati a lavori simili. Le canzoni erano anche fantastiche. Vendettero milioni di copie e lanciarono un tour negli stadi gigantesco. I fan che controllavano i crediti dell’album, si accorsero che Roger Waters aveva scritto tutto da solo tranne che Dogs – fu un brutto presagio.

1. “The Dark Side of the Moon” (1973)

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Questo non era assolutamente un contest equo. The Dark Side of the Moon ha stracciato tutti gli altri album, e non ci sorprendiamo troppo. Questo è l’album sul quale i Pink Floyd hanno lavorato sin dalla loro prima prova nel 1965. Erano ancora una band di nicchia prima di creare Dark Side, ed erano sempre in tour. Gli diede la chance di testare dal vivo la mole del materiale dell’album, con un contributo enorme da parte di ciascun membro. Non è esattamente un concept album, ma ogni lato, piu o meno, racconta la storia di un uomo dalla nascita fino alla morte. Nonostante non fossero esattamente una band da singoli, Money e Time funzionarono bene in radio, facendo guadagnare alla band finalmente un po’ di attenzione mainstream. Il prog Rock era una cosa grossa al tempo, ma nessuna band era stata in grado di maneggiarla in modo da dargli un suono adatto alle masse fino all’arrivo dei Pink Floyd. Questo li trasformò in una delle più grandi band sul pianeta, ma allo stesso tempo li spinse verso un lento tracollo.