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Le migliori serie del 2020

Nell'anno in cui il divano è diventato il nostro migliore amico, la serialità ha tirato fuori dei titoloni: docu-serie da antologia, teen drama rivoluzionari, affreschi reali, comedy über dark. Con l'Italia sempre più sul pezzo

Artwork by Stefania Magli

20Ethos – su Netflix

Incroci possibili in Turchia, tra la Istanbul che #nonsiferma (cit.) e la provincia retrograda. Ma non è così semplice. E quando Meryem, musulmana di campagna, inizia le sue sedute con la psicologa Peri, borghese di città, tutti gli equilibri vengono presto scompaginati. Finezza sociologica, attori bravissimi, impianto volutamente da soap popolare ma sguardo e firma d’autore (cioè Berkun Oya, che ha fatto discutere il suo Paese natale). Quando si dice: su Netflix si beccano “cose buone dal mondo” che altrimenti non avresti visto mai. È vero.

19Normal People – su StarzPlay

Dal bestseller di Sally Rooney che ha diviso la bolla intellò, una serie che invece ha messo tutti d’accordo. O quasi. Di sicuro, sono tutti unanimi nel riconoscere che a star is born: Paul Mescal, che ha stregato tutti nel ruolo di Connell nella misura in cui Timothée Chalamet aveva fatto innamorare platee ambosessi in Chiamami col tuo nome. Il resto è un prodotto di pregevole fattura (la regia è di Lenny Abrahamson e Hettie Macdonald), una co-protagonista forse antipatica ma proprio per questa adattissima al ruolo per la parte (Daisy Edgar-Jones, alias Marianne) e un copione che – come faceva il libro – mette in bocca a questi adolescenti una lingua forse un po’ troppo letteraria. In ogni caso, un cult generazionale che ha segnato la stagione.

18Unorthodox – su Netflix

Poggia interamente (o quasi) sulle spalle di Shira Haas, che i cultori della magnifica Shtisel non hanno scordato nei panni della nipote del patriarca protagonista, quest’altra odissea di cultura ebraica. Che però da Gerusalemme si sposta tra gli ultraortodossi di Brooklyn, per poi finire nella Berlino (forse eccessivamente “semplificata”) in cui la nostra cerca – e trova – una possibile libertà. Dalle parti del “dossier”, ma con senso del racconto, dei volti, della politica. E una performance principale che, da sola, vale tutto: vedi la scena dell’audizione di canto al Conservatorio, da pelle d’oca.

17La regina degli scacchi – su Netflix

Il successo forse più sorprendente di Netflix quest’anno è la parabola psycho-sportiva di Beth Harmon, a sua volta ispirata al romanzo omonimo di Walter Tevis. Coming of age, minuziosa ricostruzione storica e il rilancio di una disciplina che sembrava fuori moda, e che invece si rivela perfetta per l’epoca lockdown: sono gli ingredienti principali del successo, insieme al décor impeccabile, alla regia misurata di Scott Frank e, soprattutto, all’interpretazione di Anya Taylor-Joy. I cinéphile la veneravano già per The Witch e Emma., ora finalmente è patrimonio anche pop.

16The Hunting of Bly Manor – su Netflix

Dopo Hill House, Mike Flanagan prosegue il “brand” tornando su un altro luogo del delitto (letteralmente). Quello immaginato a fine ‘800 da Henry James nel Giro di vite, adattato sullo schermo quest’anno anche nel film The Turning di Floria Sigismondi. Ma se quest’ultimo è stato un (giusto) flop, Bly Manor usa il materiale originale per architettare – come accadeva con Shirley Jackson nella serie precedente – un’operazione nuova, viva, incandescente. Indicando che una via all’horror d’autore è ancora possibile. Come direbbe la bambina protagonista: «Perfectly splendid!».

15What We Do in the Shadows 2 – su Fox

Se c’è una comedy 2020 attrezzata per cazzeggiare sull’esistenza infernale di quest’anno del disagio, eccola: la seconda stagione della serie vampiresca tratta dal mockumentary di culto by Taika Waititi and friends, che più grottesca ed esilarante non si può. Perché l’horror soprannaturale continua a scontrarsi con le complessità della vita umana moderna nelle giornate (pardon, nottate) dei quattro coinquilini secolari non-morti, che condividono casa a Staten Island. Non vediamo l’ora di vedere i vampiri alle prese con quarantena, coprifuoco e distanziamento sociale. Un episodio in cui rimproverano il “servo” umano per non essere riuscito a procurarsi umani durante una pandemia sarebbe di cattivo gusto. E quindi perfetto per lo humor di What We Do in the Shadows.

14Mrs. America – su TimVision

Negli anni caldi del nuovo femminismo, arriva la serie prodotta e interpretata (magistralmente) da Cate Blanchett a raccontare la storia di quello vecchio. E a demistificare certe sue icone (vedi Gloria Steinem e compagnia militante). Non a caso, la protagonista si prende la parte di Phyllis Schlafly, una bigotta überconservatrice, sì (fu, ormai anziana, endorser sfegatata di Trump); ma anche una donna al pari di quelle “di sinistra”, da comprendere e, perché no, anche amare. Ritmo discontinuo, ma un impianto narrativo ricchissimo, ed episodi che si stagliano sugli altri: vedi quello dedicato a una “fattissima” Sarah Paulson, tra le tante, eccezionali comprimarie del cast.

13Non ho mai… – su Netflix

Un teen come tutti gli altri? Ma proprio per niente. Mindy Kaling, qui nelle vesti di ideatrice e produttrice, rievoca la sua stessa adolescenza e mette la firma su uno dei titoli più inattesi della stagione. Il ritratto di Devi (Maitreyi Ramakrishnan: che rivelazione) si compone di tutti gli stilemi del genere di riferimento, ma diventa un racconto in cui ciascuno può facilmente riconoscersi al di là dell’età e dell’appartenenza etnico-culturale (in questo caso, la comunità hindi negli States). Fino a uno dei finali più originali e commoventi della stagione. Vi basti il nome John McEnroe: chi l’ha vista, non ha bisogno di spiegazioni.

12Lovecraft Country – su Sky e NOW Tv

Il drama più ambizioso dell’anno e, a volte, anche quello più catartico. Nella resa dei conti post-George Floyd, la strada battuta da Watchmen, con quell’inedito mix di genere e tragedia storica, è ormai diventata un attualissimo filone a sé. Che cerca di affrontare la storia americana di oppressione razzista, chiedendosi anche perché fantasy e horror non abbiano mai dato molto spazio agli eroi di colore, mentre il solo fatto di nascere bianco sembra corrispondere a un superpotere. Usare il soprannaturale come metafora degli orrori reali è un punto fermo, da Buffy l’ammazzavampiri all’opera di Jordan Peele. Ma qui tutto viene usato con particolare abilità, a partire dal modo unico in cui la serie si appropria dell’opera del padre della letteratura horror e sci-fi USA e ne affronta di petto anche il razzismo. Che fa più paura delle sue creature terrificanti.

11The New Pope – su Sky e NOW Tv

Morto un Papa… ah, no: Jude Law mica è morto. È in coma, ma tanto basta ad aprire il soglio pontificio a John Malkovich, forse anche più figo del predecessore. Il “numero 2” della serie created by Paolo Sorrentino è, probabilmente, anche meglio del precedente: per originalità visiva, spalle sempre più sfrenate (vedi il cardinal Voiello di Silvio Orlando, ma anche le guest star extralusso Sharon Stone e Marilyn Manson) e una svolta narrativa finale semplicemente geniale. La terza stagione non è stata annunciata: ma sappiamo che Mister Grande bellezza ama le sorprese.

10Tales from the Loop – su Amazon Prime Video

La fantascienza, quella raffinata, lontana anni luce dal mainstream di Stranger Things. E che, all’ispirazione pop Eighties, preferisce l’estetica rarefatta dei quadri dello svedese Simon Stålenhag e lo storytelling lento, anche trascinato, con onnipresente motivetto di Philip Glass. Tales from the Loop è un’antologia di racconti, di favole rétro sci-fi tenute insieme da un filo sottilissimo. Il Loop però, «una macchina costruita per sbloccare ed esplorare i misteri dell’universo», è solo il mezzo: l’obiettivo della serie sono i rapporti umani, e come quei rapporti vengono manipolati, distrutti o creati dal macchinario e dalle sue meraviglie. Non è un prodotto per tutti, ma d’altra parte i titoli di Amazon Prime Video lo sono mai davvero?

9On Becoming a God – su TimVision

Un titolo passato in sordina anche tra gli aficionados delle serie. Molto male. Non solo perché segna la più grande prova di sempre di Kirsten Dunst, ingiustamente dimenticata da tutti i massimi premi televisivi. Ma perché è una ricognizione sull’American Dream tra le più folli e lucide degli ultimi anni. George Clooney produce un soggetto che, guarda caso, sarebbe piaciuto ai “suoi” Coen, tra Florida “white trash”, sette più scombinate che pericolose, sogno (puntualmente vano) del successo. Un piccolo capolavoro, da recuperare obbligatoriamente.

8The Mandalorian 2 – su Disney+

Proprio quando ormai sembrava che le mission settimanali di Mando avessero la meglio sulla progressione della trama e che il brivido stesse tutto nelle sequenze d’azione à la Star Wars, Jon Favreau e Dave Filoni hanno lanciato le bombe a mano, e cioè sviluppi epocali per la mitologia dello show e di Guerre stellari: dall’apparizione di Ahsoka Tano, Jedi che è stata padawan (apprendista) di Anakin Skywalker e protagonista di The Clone Wars, qui con il volto di Rosario Dawson (!); al ritorno del leggendario Boba Fett (interpretato da Temuera Morrison). Che, nel clamoroso dispiegamento di Forza by Disney+, si sono già guadagnati uno show spin-off a testa. E poi il sempre grandissimo Pedro Pascal, che finalmente vediamo un po’ in volto, Baby Yoda e… niente, tocca fermarci qua. Ché lo spoiler è troppo grosso.

7L’amica geniale – Storia del nuovo cognome – su RaiPlay

Altra serie 100% “made in Italy” (o quasi: ci mette i piccioli pure HBO) che, al secondo giro, migliora. Saverio Costanzo (più Alice Rohrwacher, regista dei due splendidi episodi ischitani) torna ad affrescare il macro e micromondo plasmato da Elena Ferrante: macro perché è una cavalcata nella Storia e nelle storie dell’Italia del Boom; micro perché restituisce tutte le sfumature dell’educazione sentimentale, dell’amicizia femminile, del diventare adulti (merito anche delle magnifiche protagoniste Gaia Girace e Margherita Mazzucco). Il capitolo numero 3 passerà nelle mani di Daniele Luchetti ed Emanuele Crialese: vogliamo fidarci.

6We Are Who We Are – su Sky e NOW Tv

Chiamali col loro nome: Fraser, Caitlin, e tutti gli altri. Ragazzi d’America (come l’Elio/Timothée citato prima) ancora spersi in Italia: in questo caso, quella delle basi militari statunitensi, un mondo-nel-mondo in cui sembra impossibile trovare sé stessi. Quello che poteva sembrare un inno alla fluidità di genere diventa, attraverso lo sguardo del “deb” televisivo Luca Guadagnino, una delle più belle storie di formazione sessuale ed esistenziale mai viste sullo schermo. Fino a un finale che, complice la canzone Time Will Tell di Blood Orange (anche ospite d’eccezione), scioglie tutti i nodi: è tutto più semplice, naturale, umano di quanto spesso siamo disposti a credere.

5The Great – su StarzPlay

C’è una nuova reginetta della dark comedy nella Città degli Angeli. E viene da una Russia imperiale che pare Animal House. La deliziosa Elle Fanning (sì, ormai la sorella minore ha fatto le Manolo Blahnik alla maggiore Dakota) è Caterina la Grande in una rivisitazione larger than life (10 puntate!) dei suoi primi anni alla corte di Pietro III, un Nicholas Hoult che del suo personaggio sadico e bambinone ha fatto un villain quasi inconsapevole e accattivante. Una nuova coppia che sullo schermo fa pem pem. Grazie anche ad atmosfere a metà tra Marie Antoinette e La favorita (lo sceneggiatore è lo stesso), ma con una dose talmente spietata di “politically scorrect” da essere liberatoria. Con tanto di disclaimer furbetto – “an occasionally true story”, una storia occasionalmente vera – ad accompagnare il titolo. Che oggi non si sa mai.

4The Last Dance – su Netflix

Uno dei documentari sportivi più belli di sempre. No: il documentario sportivo più bello di sempre. O forse si può anche togliere l’aggettivo “sportivo”. I numeri di questo successo Netflix dimostrano che l’epopea dell’antieroe (o eroe per caso) Michael Jordan ha conquistato non solo gli appassionati di basket, ma un pubblico molto più vasto. Perché questa è una storia di uomini, prima che di atleti: il “boss” Michael (e la sua inedita malinconia), ma anche l’eterno secondo Scottie Pippen e il bad guy Dennis Rodman. Figure tragiche nel senso scespiriano del termine, su cui s’innesta la mitologia di una nazionale. Epocale.

3SKAM Italia 4 – su Netflix

Sì, SKAM Italia al terzo posto. Perché non può che stare sul podio una serie che ha rivoluzionato un genere, quello teen, con un’attenzione al realismo, una cura nella realizzazione e una sincerità di visione a cui non eravamo abituati. E che, contemporaneamente, ha proiettato un intero cast nello showbiz. Ludovico Bessegato e i suoi meravigliosi attori hanno saputo raccontare la Generazione Z per quello che è, senza cliché e sensazionalismi, mostrando da vicinissimo quanto cuore, quante energie, quante cose i ragazzi abbiano da dire, pur nella loro fragilità e nelle loro contraddizioni. Di più: quante volte si erano visti un ragazzo omosessuale come Martino (Federico Cesari) o una giovane musulmana come Sana (Beatrice Bruschi) protagonisti dalle nostre parti? La quarta stagione è la più matura, anche perché parla di seconde generazioni in modo delicato e potente. Menzione speciale per la colonna sonora giustissima, da sempre uno dei suoi pezzi più forti.

2The Crown 4 – su Netflix

Se il passaggio dall’evanescenza aristocratica di Claire Foy alla tempra un po’ troppo working class di Olivia Colman – cioè, rispettivamente, le “regine Elisabetta” della prima/seconda e della terza stagione – non aveva del tutto convinto, il quarto giro del ciclo firmato Peter Morgan riporta la serie in vetta. Non solo perché nel dramma storico entra la controversa Lady Diana (benedetta dall’interpretazione della fenomenale Emma Corrin); ma perché torna grande il senso della Storia (vedi la figura di Margaret Thatcher/Gillian Anderson, opposta e speculare a “The Queen”), si assiste a un’infilata di puntate una più indimenticabile dell’altra e aumenta (forse per vicinanza temporale) l’immedesimazione. God Save The Crown.

1Tiger King – su Netflix

C’è stata una pandemia di mezzo e l’America ha fatto in tempo ad eleggere un nuovo presidente. Ma l’icona assoluta del 2020 resta Joe Exotic, emblema perfetto del trumpismo (e non solo): è la natura bestiale (l’aggettivo non è usato a caso) di un popolo che falsa, mistifica, spaccia per grandiosa la propria eterna vita-spazzatura. Un reportage sociale e sociologico come nessun altro mai realizzato prima, ma anche un ritratto di personaggi più leggendari di quelli che avrebbe potuto confezionare un qualsivoglia sceneggiatore: vedi, oltre al protagonista, la villain per caso (o no?) Carole Baskin. A proposito di Covid, Tiger King è stata forse anche la prima serie in assoluto a mandare online un episodio speciale durante il lockdown: prima su tutti, anche sul tempismo.