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Le 10 migliori serie viste durante la pandemia (finora)

Di ore ne abbiamo avuto tante, troppe. E di serie ne abbiamo viste tante, troppe. Quali sono i titoli che resteranno? Apriamo il dibattito: di tempo, dopotutto, ne abbiamo ancora

Carole Baskin, una delle protagoniste di 'Tiger King'

Foto: Netflix

A che fase siamo? E chi se lo ricorda. Ma mica le fasi dei decreti, che avete capito: le fasi delle visioni in quarantena (e post quarantena). Di tempo ne abbiamo avuto tanto, troppo. E di serie ne abbiamo viste tante, troppe. Quali sono i titoli che resteranno? Abbiamo provato a stilare una (parzialissima) classifica. Dove spiccano due assenti di lusso: Ricky Gervais, rimandato alla stagione 3 (appena annunciata) della sua After Life (la seconda è la copia, assai deludente, della prima); e Damien Chazelle, il regista di punta della musical-miniserie The Eddy, appena arrivata su Netflix (che ci sarebbe piaciuta di più come semplice film di un’ora e mezza: ma scritto meglio). Sul resto delle scelte, apriamo il dibattito: di tempo, dopotutto, ne abbiamo ancora.

10Hollywood (Netflix)

Ryan Murphy non conosce il significato di less is better: ha idee grandiose, ma sempre più spesso perde per strada i dettagli perché scrive, dirige, produce troppa roba. Prendi questo fantasy progressista su come avrebbe potuto essere l’industria del cinema: è tutto too much. Che invece magari al (sacrosanto) messaggio contro sessismo, razzismo e omofobia quel “less” avrebbe pure giovato: anche meno, Ryan. E poi Murphy è così preso a gridare la sua voglia di cambiamento (al limite del fastidioso) che perde per strada l’approfondimento dei personaggi e persino la confezione. Non è il revisionismo di Tarantino insomma, ma, nonostante tutto, la serie diverte. Ci sono degli eccessi splendidi, delle sequenze larger-than-life e interpretazioni clamorose dei grandi “vecchi”, vedi la divina Patti LuPone.

9Home Before Dark (Apple TV+)

Se non avete ancora visto The Florida Project (in italiano Un sogno chiamato Florida, vabbè),vergogna! Recuperatelo subito su Netflix. Lì Brooklynn Prince, faccia da cinema pazzesca e una presenza incantevole per energia e naturalezza, aveva solo 7 anni. Ora che ne ha 9 regge sulle spalle addirittura una serie intera senza fare una piega. In questa storia dark con tanto di murder mystery (ma sempre raccontato ad altezza di bambino), è una ragazzina con la fissa del giornalismo investigativo che ha visto 36 volte Tutti gli uomini del presidente. E che non potrete fare a meno di amare.

8Diavoli (Sky Atlantic)

Un thriller finanziario italiano (a partire dalla fonte: il romanzo I diavoli di Guido Maria Brera), con un cast però anche internazionale (accanto ad Alessandro Borghi c’è Patrick Dempsey), prodotto da Sky insieme a LuxVide (quella di Don Matteo!). Sulla carta, un ibrido che pareva un azzardo. Il risultato è invece un prodotto di ottima fattura, con alcune ingenuità soprattutto sul versante mélo (che riguarda perlopiù le figure femminili: Kasia Smutniak, alias la moglie di Dempsey, e Laia Costa, nei panni della giornalista “simil-WikiLeaks”). Ma il plot tiene, il ritmo c’è, le interpretazioni vanno a segno (Borghi è da vedere/sentire rigorosamente in originale, anche perché non si è voluto doppiare in italiano: chapeau). E capiamo anche qualcosa in più sui mercati azionari: tipo che, quando ci si trova in un impasse, è meglio “shortare”. Sempre.

7Unorthodox (Netflix)

Dopo quel capolavoro che è Shtisel (sempre su Netflix), un altro sguardo dall’interno sulla comunità ebraica ultraortodossa. Stavolta però adottando il punto di vista di una ribelle. Non c’è la raffinatezza di scrittura dell’originale, ma una delle attrici (e che attrice: la portentosa Shira Haas, là figlia osservante, qua ebrea in fuga), capace da sola di prendersi il carico di tutta la serie. Il resto è del genere “film dossier” ben confezionato, a parte i toni un po’ troppo edulcorati del gruppo di giovani berlinesi in cui si ritrova la protagonista. Ma questo titolo ha appassionato, creato dibattito social, consacrato una star di domani. E sono quattro puntate appena: anche se di tempo durante la quarantena ne avevamo eccome, abbiamo capito che, delle dieci puntate obbligatorie di tutte le serie o quasi, non ne possiamo più.

6Tales from the Loop (Amazon Prime Video)

Siamo dalle parti della fantascienza umanistica cara a Spielberg (e a molti altri). Ma l’iconografia va a pescare dentro fonti del tutto originali: il “retrodesign” dell’illustratore svedese Simon Stålenhag, che mescola visioni futuribili ed eco-passato. Non tutti gli episodi della serie creata da Nathaniel Halpern hanno la stessa omogeneità di scrittura, ma i racconti sono tutti a fuoco, e l’esito è un prodotto “alto” in linea con quelli di Casa Amazon, che sforna pochi titoli, ma tutti buoni (se non buonissimi). E capace di creare un nuovo punto di riferimento visivo per la sci-fi da piccoli schermi. Menzione alla puntata strappalacrime sul “nonno” Jonathan Pryce, diretta dall’Andrew Stanton di Alla ricerca di Nemo e WALL•E.

5Giri/Haji – Dovere/Vergogna (Netflix)

Un (s)oggetto che non assomiglia a nessun altro. Tra poliziesco BBC (sempre graditissimo) e yakuza movie, è la storia di un detective di Tokyo sbarcato a Londra alla ricerca del fratello criminale. Ma non è nemmeno un family drama. In mezzo ci finiscono una collega inglese ebrea (la Kelly Macdonald di Non è un paese per vecchi), prostituti gay di Soho, omicidi pulpissimi che piacerebbero a Tarantino, e persino una sequenza di teatro danza all’inizio spiazzante e poi commovente. E alla fine il pastiche non è un pasticcio, ma una serie imperdibile. Tecnicamente, è arrivata su Netflix a gennaio, ma – complice il maggior tempo che avevamo a disposizione – la voce si è sparsa con e come il virus. Chi ancora non è stato contagiato, corra a recuperarlo. Adesso.

4The Last Dance (Netflix)

500 ore di materiale dietro le quinte mai visto prima e 106 persone intervistate – da Barack Obama a Carmen Electra – per fissare in uno strepitoso ritratto l’ascesa di Michael Jordan e dei Chicago Bulls, il più grande fenomeno di lungo periodo del panorama sportivo americano. The Last Dance è, più di ogni altra cosa, una celebrazione della grandezza di Jordan, ma non evita di approfondire questioni spinose come la sua abitudine al gioco d’azzardo, le teorie della cospirazione che circondano la morte di suo padre o il contraccolpo che è seguito alla sua dichiarazione “Anche i repubblicani comprano le sneakers” quando si è rifiutato di appoggiare pubblicamente la corsa al senato del 1990 del democratico della Carolina del Nord Harvey Gantt contro Jesse Helms, repubblicano in carica. E Jordan ne esce come un eroe sportivo sì, ma pure come un antieroe, al quale importava solo diventare il migliore.

3Non ho mai… (Netflix)

Mettete un coming of age nelle mani di Mindy Kaling e ne uscirà una teen comedy perfetta. Che fa ridere, incazzare, commuovere e pure applaudire in piedi sul divano quando capite perché a fare la voce narrante hanno voluto la leggenda del tennis John McEnroe. Devi è una studentessa al secondo anno di liceo, che sta ancora cercando di superare i traumi che ha vissuto (non vi diciamo altro e ha messo a punto un piano per non passare più per la sfigata della scuola: trovare un ragazzo e perdere la verginità. Se vi sembra la solita serie adolescenziale, sbagliate di grosso: Kaling riesce a caratterizzare il racconto grazie alle origini indiane di Devi e alla continua tensione tra il suo desiderio di emancipazione e le inclinazioni più tradizionaliste della madre. Domanda: ma dove le trovano esordienti come la strepitosa Maitreyi Ramakrishnan? Che qua in Italia ne avremmo bisogno.

2The Mandalorian (Disney+)

Un mix stellare tra un greatest hits di Star Wars, il cinema dei samurai e l’enciclopedia del western, vedi Kurosawa, Sturges e Sergio Leone. Con un vero e proprio colpaccio da maestri: Baby Yoda. La trama di questo spaghetti western spaziale è fin troppo semplice, e per questo è perfetta: addio schemi e mappe concettuali per non perdere neanche una storyline dell’ultima trilogia, welcome back approccio manicheo alla George Lucas, dove c’è il bene che combatte il male, e tutto gira intorno a quello. Qui c’è un pistolero solitario che vive nella parte più lontana della galassia e vaga per le lande spaziali alla continua ricerca di una missione, almeno finché non trova qualcosa che gli sta a cuore. E per capire perché Taika Waititi dirigerà un film di Star Wars basta guardare l’ultimo episodio.

1Tiger King (Netflix)

Più che una docuserie, un fenomeno di portata epocale, globale, totale. Con tanto di puntata spin-off in modalità videochiamata confezionata ad hoc per la pandemia: non solo si deve saper creare un’onda, ma anche continuare a surfarci sopra con lo stesso spericolato talento. La storia incredibile ma vera di Joe Exotic & Co. è il ritratto preciso dell’America (e non solo) di questo tempo: mitomane e farabutta, ignorante e feroce. Però, a suo modo, irresistibile. In futuro arriveranno le tante serie di fiction ispirate a allo stesso soggetto (il primo ad accaparrarsi il ruolo del protagonista è stato Nicolas Cage): ma nulla sarà meglio della realtà.