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Tutti i dischi dei Tears for Fears, dal peggiore al migliore

In attesa di ‘The Tipping Point’, ecco una classifica nient'affatto scontata degli album del gruppo. Meglio ‘Seeds of Love’ o ‘Big Chair’? E quanto valgono i dischi di Roland Orzabal senza Curt Smith?

Tears for Fears

Foto: Virginia Turbett/Redferns

Non è raro che le formazioni degli anni ’80 si rimettano insieme dopo anni e che, incredibile ma vero, continuino a fare dischi ignorando il passare del tempo e delle mode. È il caso dei Tears for Fears, ovvero Roland Orzabal e Curt Smith che dopo lo scioglimento a fine anni ’80, il percorso guidato dal solo Orzabal nei difficili anni ’90 e l’ inaspettata reunion del 2004, pubblicheranno nel febbraio 2022 un nuovo album dal titolo The Tipping Point.

Sono stati uno dei simboli del pop-rock anni ’80 e per molto tempo hanno dettato legge forti di uno stile ricercato, leggero ma mai banale, anzi ibridato da elementi colti a volte di difficile decifrazione. Hanno sfiorato la possibilità di diventare autentiche icone al pari dei loro maestri degli anni ’60/70 e a dirla tutta hanno anche rischiato di ribaltare la musica radiofonica, facendola leggermente sussultare con le loro trovate, tra le quali frecciatine politiche e ganci sul filo dell’easy listening. Poi però, come tutte le cose che salgono, sono scesi in maniera precipitosa e forse liberatoria.

Passiamo quindi in rassegna i loro album dai “peggiori” ai “migliori” per riscoprire il loro percorso tanto sofferto quanto glorioso, un vero Helter Skelter di beatlesiana memoria (per citare un gruppo a loro tanto caro).

6“Elemental” (1993)

Roland Orzabal riprende il nome Tears for Fears nonostante Curt Smith abbia dato forfait. Elemental nasce dalla spinta a sfidare la sorte e ri/mettersi in gioco, e a ragione di questo è un disco senza dubbio coraggioso. Peccato che l’assenza di Smith si senta, soprattutto a livello psicologico. Orzabal da solo è nudo e negli arrangiamenti pecca di un perfezionismo che nasce dall’insicurezza su quale strada prendere (addirittura a volte si impantana nella fusion, vedi Brian Wilson Said e in altre sembra voler rincorrere il trend Madchester, vedi Mr. Pessimist). Le canzoni sono troppo timide e restano in una comfort zone pop-soul vestita in modo vagamente alternative rock e vistosamente e gratuitamente eclettico. Entrerà in classifica, ma con risultati assai modesti. Ci sono anche brani di sicuro interesse, come ad esempio la quasi ambient/IDM Gas Giants che da sola forse salverebbe tutto (ma ahimè Orzabal qui non canta: sarà un caso?).

5“Everybody Loves a Happy Ending” (2004)

Si sa che non si puo vivere sempre di rendita, soprattutto per le vecchie glorie della musica pop. I Tears for Fears si riformano nel 2004, ripartendo proprio da The seeds of Love, o meglio dalla quasi title track. I pezzi sembrano infatti una specie di lettera aperta agli ascoltatori in cui i nostri confessano che sono sempre stati i nuovi Lennon-McCartney. Il problema è che il disco sembra quasi un bignami di due fan. Nel tentativo di rimettere insieme il puzzle della loro storia e recuperare il tempo perduto, i Tears for Fears scrivono un disco la cui ambizione schiaccia i brani (come la solare Call Me Mellow, troppo prodotta per sembrare vera), con la foga di essere psichedelici come il gruppo di riferimento (ma a volte sembrano anche fare il verso ai Radiohead, vedi The Devil). Ad ogni modo, sembrano ibernati nei ’90 cercando di ravvivare i ’60 e la sensazione è come di sfasamento temporale assoluto ma non abbastanza per essere inattuali e quindi eterni. Come se Sean Lennon decidesse di fare la musica del padre con l’approccio stratificato e intellettualoide dei Mr. Bungle: troppo cervellotici per essere pop, insomma.

4“The Seeds of Love” (1989)

Ogni band ha un disco in cui ha fatto il passo più lungo della gamba, in questo caso una gamba va in avanti e una rimane indietro. Accolto come una specie di rivoluzione dalla stampa specializzata, che ce lo fece acquistare in busta chiusa salvo poi vedercelo rivendere a qualche bancarella, The Seeds of Love suscita non poche perplessità. Si salva per la produzione inattaccabile (sfido, è uno dei dischi più costosi della storia della musica) e per canzoni come Advice for the Young at Earth e Woman in Chains, in una chiave tra il blues bianco, la moda etnica e una nuvola psichedelica che non guasta. La title track è una specie di continua citazione/plagio ai Beatles, matrice di tutto il disco reunion Everybody Loves a Happy Ending, tanto che ad ascoltarla ci si sente imbarazzati. Ma è da lodare l’intuito dei ragazzi nell’anticipare la nuova ondata britannica, quella per intenderci di stampo indie con a capo Oasis, Blur e compagnia bella, che di fatto saccheggeranno il canzoniere dei Fab Four. Non è una sorpresa quindi che la band, dopo questo disco da una parte magniloquente e profetico e dall’altra moscio e per rocker in pantofole (due facce della stessa medaglia), si scioglierà. O almeno, Curt Smith non sarà piu della partita, principalmente perché (a parte le beghe legali ed economiche) stressato dal compagno che vorrebbe registrare materiale a più non posso per non perdere l’appuntamento con la storia.

3“Raoul and the Kings of Spain” (1995)

Il disco più bistrattato della storia dei Tears for Fears alla fine è quello in cui ci sono maggiori novità, soprattutto nel suono. Più vicino alle sferragliate psichedeliche shoegaze e alle ballate sognanti del nuovo Brit pop, così come influenzato dal sound industrial americano, Raoul sembra voler sintetizzare certe energie fresche canalizzandole in un discorso mainstream pop ancora una volta adulto. Qui la chitarra è lo strumento principale, e come da generi di riferimento suona anche piuttosto dura (vedi Sorry oppure la bruciante Don’t Drink the Water). Il disco verrà aspramente criticato non tanto per la musica, ma soprattutto per i testi, considerati troppo criptici e a volte liquidati come sciocchi. L’album è invece un concept sulla famiglia e la semplicità dei testi è forse un modo per ricercare la purezza e la naïveté della poesia che consegue la ricerca delle proprie origini (in questo caso spagnole). Trattandosi della seconda prova solista di Orzabal a nome del gruppo, possiamo a maggior ragione rendergli giustizia per il suo piglio autobiografico così onesto (si pensi alla conclusiva The Madness of Roland). Purtroppo il flop del disco lo porterà ad abbandonare il marchio Tears for Fears e a incidere col proprio nome, sconfitto dalla sua stessa creatura. La quale però risorgerà dalle sue stesse ceneri, nel 2004, con la line up classica.

2“Songs from the Big Chair” (1985)

Il secondo disco del duo stupisce per l’inversione di tendenza. Più suonato, meno sintetico, e soprattutto un ibrido tra pop elettronico a base di campionatori, programmazioni gelide e rock caldissimo. Non è un pastrocchio, gli ingredienti sono mescolati in modo raffinato, con dei brani pirotecnici e a loro modo “nerd del popolo” come dei They Might Be Giants che scelgono la strada della semplicità. Il sound dei Tears for Fears sembra qualcosa di inedito, l’anello mancante tra l’underground, la new wave che oramai detta legge e il bel mondo della musica commerciale, e un punto di arrivo dopo anni di ricerca per togliersi di dosso definitivamente lo stigma di gruppo synth pop condannato a suonare datato. Le classifiche daranno ragione al duo, e in generale sarà questa loro spinta verso sentieri sconosciuti a fare la differenza e a rendere il progetto un successo planetario. Non credo si possa trovare un inno migliore di Shout per dipingere un’epoca: Se pensiamo ad Head Over Heels non potremmo trovare un brano più atipico nel suo essere l’ logio di un’euforica paranoia d’amore e nello stesso tempo avere un’atmosfera che sprizza ottimismo e brio. Ma d’altro canto anche la distopica Everybody Wants to Rule the World sembra un brano spensierato mentre parla di controllo, guerra, crolli nervosi in agguato. E poi c’è la meravigliosa Listen, che è a tutti gli effetti una previsione post rock, con le sue piroette in un ambiente digitale ipnagogico che ci riporta diretti all’oggi dell’elettronica, non disdegnando progressioni jazz/world. Insomma, un disco che – se parliamo di opera pensata e assemblata in tutte le sue parti senza perdere d’occhio nemmeno un dettaglio – è tutti gli effetti il picco della loro produzione pop (nel senso alto del termine), ma che nel suo essere fin troppo perfetto – ed è qui il paradosso – difetta di quella ispirazione dettata dall’istinto che invece ha fatto grande l’esordio.

1“The Hurting” (1983)

Negli anni ’80 mancava una band che sapesse usare il synth pop e la new wave per dire altro e fare altro. Forse solo i Talk Talk erano su quella linea avveniristica, fatto sta che l’esordio dei Tears for Fears è un disco fondamentale per inventiva sia della scrittura che degli arrangiamenti. Suona senza tempo perche ci sono le canzoni: Pale Shelter, Mad World (diventata poi un inno generazionale nella versione della colonna sonora di Donnie Darko) e la totale Change (con una marimba scatenata che quasi cita gli esperimenti di Lino Capra Vaccina). Gli arrangiamenti sono futuristi quanto basta per reggere al peso del tempo, passando da sequencer rigidissimi a caldissimi svolazzi di sax (Mel Collins, ex King Crimson). Concept album sulla terapia dell’urlo primario, la stessa che ispirò il primo disco solista di John Lennon e che si basa sul rievocare i traumi d’infanzia e liberarsene tramite urla spontanee e violente, The Hurting è quindi pieno di discorsi psicologici esistenziali e filosofici, nonché di temi pesanti come l’abuso a danno dei bambini o la depressione,  roba non sempre di casa nelle classifiche. Produce – tra gli altri – Chris Hughes, ex batterista di Adam and the Ants e Re Mida del suono new wave, e il disco ottiene meritati piazzamenti trasformando i Tears for Fears in una realtà che usa la contemporaneità dei suoni come mezzo e non come fine, ponendosi una spanna sopra rispetto ai gruppi coevi. E chissà che col prossimo disco non possano stupirci, innalzandosi anche sulle nuove generazioni… D’altronde everybody wants to rule the world, no?

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