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Tutti gli album di Claudio Baglioni, in ordine dal più brutto al più bello

Dai successi di 'Questo piccolo grande amore' e 'Strada Facendo', fino alla trilogia sperimentale degli anni '90, la nostra classifica degli album del cantautore più popolare della musica leggera italiana

Un dettaglio della copertina di 'Viaggiatore sulla coda del tempo', album di Claudio Baglioni

Dopo Rino Gattuso e Pamela Anderson, anche Claudio Baglioni si è ritrovato frullato in quello che ancora ci ostiniamo a chiamare “dibattito politico”. È bastata una breve dichiarazione a favore dei migranti durante la conferenza stampa di presentazione del 69° Festival di Sanremo – il secondo con la direzione artistica di Baglioni – per scatenare i soliti “opportunista! Ma non eri una rivista di musica?”. Appurato il suo nuovo status politico, ci siamo sentiti in dovere di proseguire l’opera di rivalutazione, aprendo lo sguardo non solo al Baglioni uomo politico, ma soprattutto al Baglioni poeta.

Quello che state per leggere è il risultato di un’overdose baglionesca di 15 giorni, passati ad ascoltare tutti i suoi album in studio. Nella classifica non troverete quelli registrati dal vivo, le decine di raccolte e soprattutto le operazioni raschiabarile come il doppio QPGA del 2009. 

Prima di cominciare, però, vale la pena fare alcune valutazioni. La prima è che Claudio Baglioni ha la discografia più ricca di concept album di tutta la musica leggera italiana. È un artista che ha dedicato gran parte della sua carriera al perfezionamento “dell’opera album”, che ha sempre affrontato un po’ con il piglio da secchione, come se esagerare gli aspetti intellettuali della sua produzione fosse l’unica risposta possibile a chi lo accusava di essere un cantautore tabloid. La seconda valutazione è che tutto questo impegno alla fine porta sempre allo stesso risultato: al netto degli arrangiamenti, e di molti dei brani di Oltre, la canzone in stile Baglioni rimane identica a se stessa sempre e comunque, una ballata zuccherosa e tendente al melodramma. Questo modo di approcciarsi alla forma canzone ha garantito a Baglioni un successo straordinario – La vita è adesso, per fare un esempio, ha venduto più di Dark Side of the Moon e Thriller -, ma ha fagocitato tutte le innovazioni nella scrittura dei testi. Non è vero, insomma, che Baglioni parla solo di amori di provincia e cazzate amene. Anzi, probabilmente le sue canzoni migliori sono nascoste altrove.

Ora, la classifica.

Sono io, l’uomo della storia accanto (2003)

Sono io, l’uomo della storia accanto esce dopo la trilogia “esistenziale” degli anni ’90, i migliori album mai pubblicati da Baglioni, e rappresenta l’inizio della parentesi più insopportabile della sua carriera. Il cantautore, infatti, decide di tornare a tematiche più leggere. Anzi, all’unica tematica possibile: l’amore. Il risultato è un disco di maniera, in cui Baglioni fa Baglioni e non gli riesce manco tanto bene – Serenata in sol è un brano imbarazzante di cui spero si sia pentito.

Claudio Baglioni (1970)

Il primo album di Claudio Baglioni, pubblicato quando il cantautore aveva solo 19 anni, è un esordio stucchevole e tutto sommato dimenticabile. Nelle poche canzoni in scaletta – che verranno riciclate nel secondo Un cantautore dei nostri giorni – ci sono però già molti degli elementi classici della sua scrittura: il vibrato ostentato, gli arrangiamenti sanremesi, il melodramma, le citazioni alte e le storielle d’amore. Fu un flop commerciale, e venne ritirato dal mercato. Comunque, in scaletta c’è il primo classico (Signora Lia) e una perla nascosta dalle atmosfere jazzy (Quando tu mi baci).

Un cantastorie dei nostri giorni (1971)

Un cantastorie dei nostri giorni arriva trainato dal successo della trasmissione Speciale 3.000.000, ed esce nonostante lo scetticismo di RCA, delusa dai risultati dell’album precedente. Rispetto all’esordio, con cui condivide gran parte della scaletta, Un cantautore dei nostri giorni inizia con un tiro decisamente più accessibile e divertente. L’introduzione di queste sonorità più ballabili fa bene al suono di Baglioni, che si dimostra un ottimo cantante anche lontano dagli strazi d’amore – e da quel vibrato stucchevole. Purtroppo, però, i nuovi brani convivono con quelli dell’esordio: cuori spezzati, ballatone senza compromessi. Con Cincinnato, Baglioni dimostra di poter trovare grandi strali romantici anche nella Roma del V secolo a.C. Contento lui.

E tu come stai? (1978)

Dopo Solo, che chiude il “periodo RCA” , Baglioni si ritira in Toscana per scrivere il suo primo album con CBS, E tu come stai?. Per registrarlo, sceglie lo studio Chateau D’Hèrouville di Pontoise, dove negli anni precedenti avevano inciso i loro album Elton John (Honky Chateau, 1972), David Bowie (Low, 1977) e i Pink Floyd (Obscured by Clouds). Nonostante tutta questa tradizione – e un parterre di musicisti incredibili, tra cui Fabio Pignatelli al basso -, E tu come stai? è un album super-baglionesco. Sia negli arrangiamenti – di nuovo in mano a Ruggero Cini , che aveva curato il primo album del cantautore -, che nelle canzoni vere e proprie, ballatone intimiste e decadenti nonostante i tanti riferimenti al sound degli anni ’70.

La vita è adesso (1985)

All’inizio del 1985 Questo piccolo grande amore viene nominata “Canzone italiana del secolo”, e Baglioni la eseguirà proprio sul palco dell’Ariston nel delirio del pubblico. Strada Facendo (1981) era stato un successo incredibile, e i fan aspettano il seguito con un’impazienza che è diventata leggendaria – pare che i negozi di dischi esponessero il cartello “è arrivato il disco di Baglioni”. La vita è adesso, come abbiamo detto nell’introduzione, è l’album italiano più venduto di tutti i tempi . Più di Dark Side of the Moon, più di Thriller. È un concept che racconta la giornata qualunque di un uomo qualunque dell’Italia qualunque degli anni ’80. Il disco, però, non aggiunge niente di nuovo a quanto fatto nel precedente, anzi è l’inizio di una certa plastificazione del suono di Baglioni. Una noia.

Gira che ti rigira amore bello (1973)


Scritto dopo l’enorme successo di Questo piccolo grande amore, anche Gira che ti rigira amore bello è un concept album. Gli arrangiamenti qui sono invecchiati molto meglio: 70,80,90,100 ha un fascino perverso, così come la successiva W L’Inghilterra – nonostante il testo. Negli arrangiamenti dell’album viene fuori un po’ il prog italiano – una soluzione che hanno usato molti artisti pop italiani dei primi anni ’70 – molto presente nei brani più movimentati del disco. Il disco è ancora una volta dedicato all’immortale tematica amorosa, questa volta però declinata attraverso un threesome tra Lui, Lei, e una Citroen 2 CV. Se ci pensate è una cosa molto trap.

E tu… (1974)

E tu… nasce dalle ceneri di un’opera rock che Baglioni voleva scrivere in ritiro a Parigi dopo le vendite deludenti di Gira che ti rigira amore bello. Alla fine la capitale francese non portò nessuna opera rock, ma all’incontro con Vangelis degli Aphrodite’s Child, un polistrumentista che aiuterà Baglioni negli arrangiamenti svecchiando un suono che già all’epoca era “un po’ retrò”, diciamo così. Per fare un parallelo, nel ’74 Battisti pubblicava Anima Latina, e Baglioni apriva il suo album con la parola “accoccolati”. Comunque, al netto dei paragoni, E tu… ci lascia comunque qualche pezzo niente male.

Questo piccolo grande amore (1972)

QPGA apre la stagione dei concept album. È un’opera rock vera e propria – con momenti da teatro canzone, come Battibecco e Con tutto l’amore che posso, quasi un musical -, dove le canzoni diventano intermezzi, entrano una dentro l’altra come in un unico grande racconto. Anche le orchestrazioni, fino a questo punto molto classiche e sanremesi, sono più variegate, e descrivono i luoghi in cui si svolge il racconto. Tornano i riferimenti alla tradizione romana, questa volta raccontata attraverso le piccole cose di tutti i giorni – “Una pizza dar sor Pietro / Una corsa a Porta Pia”. La title track, c’è poco da fare, è passata alla storia.

Solo (1977)

Solo è un disco fondamentale per la carriera di Baglioni. Uscito dopo la pausa di riflessione che seguì Sabato Pomeriggio, è il primo album in cui tutte le musiche sono firmate da Baglioni stesso, che si occupò anche della produzione. È un concept sulla solitudine, quasi una novità rispetto alle stucchevoli storielle d’amore degli album prima di Sabato Pomeriggio. Solo è un album di ritratti, con più di una bella canzone, e pochi episodi dimenticabili (a parte il lo stornello-prog epico e in mezzo romanesco di Gesù caro fratello).

Strada Facendo (1978)



Gli anni ottanta sono per Baglioni l’inizio del periodo della maturità. Ormai trentenne, quasi padre – il primo figlio nascerà solo qualche mese dopo l’uscita dell’album -, il fu Agonia si presenta dopo due anni e mezzo d’attesa con Strada Facendo, che diventerà presto un successo commerciale (un milione di copie vendute, 15 settimane in classifica). Agli arrangiamenti torna un Papa straniero, in questo caso Geoff Westley, e il suono dell’album ne guadagna in freschezza e ritmo – due cose che probabilmente a Baglioni non venivano così spontanee. Trent’anni significa bilanci, e tematicamente Strada Facendo fa proprio questo: non è un concept, ma una raccolta di canzoni, di piccoli ricordi di vita. Oltre alla title track, su cui è stato scritto tutto e il contrario di tutto, nell’album ci sono molti pezzi che faranno la storia del cantautore: I vecchi, Ragazze dell’Est, Fotografie.

Sabato Pomeriggio (1975)

Sabato Pomeriggio è il primo album della discografia di Baglioni con un bell’artwork . Il gigantesco sole rosso che incombe in copertina è sicuramente meglio del collage-cartolina di Gira che ti rigira amore bello – per non parlare del retro, con la tracklist scritta su un’orrenda fermata dell’ATAC. Con Sabato Pomeriggio Baglioni torna al concept album: il tema questa volta è l’attesa, sia di cose piccole (la vittoria al Totocalcio, la metropolitana, il fidanzato/a) che grandi (una fuga dalle routine, un “Papa migliore”). Anche questa volta gli arrangiamenti sono affidati a un esterno, Luis Enrique Bacalov, che regala ai melodrammi di Baglioni una serie di orchestrazioni incredibili, che trasformano Sabato Pomeriggio in un disco molto più colorato di quanto ci si potrebbe aspettare da “un concept album sull’attesa”. Peccato per la parte centrale, a parte Lampada osram una noia mortale.

Viaggiatore sulla coda del tempo (1999)

Viaggiatore sulla coda del tempo è l’ultimo album della trilogia degli anni ’90. Se Oltre raccontava il passato – attraverso gli occhi del protagonista Cucaio, il nome con cui si presentava Baglioni bambino – e Io sono qui il presente, Viaggiatore è un disco sul futuro. Probabilmente ispirato dall’inizio del nuovo millennio – che guarda con un certo nichilismo in Cuore di Aliante -, Baglioni ha riempito l’album di inserti elettronici, veri e propri esperimenti, con risultati alterni. È il disco meno interessante e più convoluto della trilogia, di cui parleremo meglio tra poco, ma comunque tra i più affascinanti di tutta la discografia di Baglioni.

Io sono qui (1995)

Il secondo album della “trilogia intellettuale” degli anni ’90 è un concept cinematografico composto da 11 canzoni – tra cui alcuni brani avanzati dalle session di Oltre -, intervallate da piccoli momenti (Primo Tempo, Secondo Tempo eccetera) che distinguono le diverse “scene” del racconto. Io sono qui è un album toccante, in cui Baglioni si mette davvero al servizio della sua musica. È un disco molto onesto, la conferma dopo Oltre che il miglior Baglioni è quello che fa tutto meno che le canzoni “alla Baglioni”.

Oltre (1990)

Il miglior album di Claudio Baglioni arriva dopo il più grande successo commerciale della storia della musica italiana (La vita è adesso), album con cui non condivide assolutamente niente. Oltre è un concept album, ma con i concept album del Baglioni anni ’70 non condivide assolutamente niente. Secondo la versione più romanzata (e affascinante) della sua storia, pare che a Baglioni venne l’idea di scrivere un’opera colossale dopo i fischi ricevuti sul palco del concerto per Amnesty organizzato a Torino nel 1988 – palco dove suonarono Peter Gabriel, Sting, Bruce Springsteen e Tracy Chapman. Un modo per dimostrare a tutti, in maniera definitiva, che Baglioni era altro (o meglio, oltre) rispetto all’immagine di cantautore confidenziale a cui è sempre stato associato. È un doppio, venti canzoni – più una tonnellata di materiale che verrà utilizzato nei due album successivi – divise idealmente per i quattro elementi della natura, e scritte finalmente con suoni e armonie diverse. I testi (sostituiti nel libretto dell’album da una serie di “gusci”, frammenti di un racconto) allargano lo sguardo all’attualità (gli scontri di piazza Tienanmen in Tieniamente, Ustica in Naso di falco) e si fanno più misteriosi. Il pubblico, grazie a un qualche tipo di incantesimo che conosce solo Baglioni, l’ha premiato comunque, e il merito non è solo di Mille giorni di te e di me.

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