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The Rolling Stones: le 100 canzoni più belle (60-41)

Una giuria d'eccezione e 100 capolavori. Siamo andati a scavare nell'infinito archivio di oltre 50 anni di Stones

Da Paint It, Black a Shine a Light, le pietre miliari di 50 anni di carriera degli Stones, scelte dalla nostra giuria di scrittori, critici, registi e artisti.

Per realizzare questo listing, abbiamo chiesto a ciascuno di questi esperti degli Stones di darci le 50 canzoni favorite. Poi abbiamo incrociato i risultati: Patrick Carney – The Black Keys; Jonathan Cott – Contributing Editor, Rolling Stone; Cameron Crowe – Regista; Anthony DeCurtis – Contributing Editor, Rolling Stone; Jon Dolan – Contributing Editor, Rolling Stone; David Fricke – Senior Writer, Rolling Stone; Robert Greenfield – Giornalista e autore; Will Hermes – Contributing Editor, Rolling Stone; Robert Hilburn
– Giornalista e autore; Howard Kramer – Direttore degli affari curatoriali Rock and Roll Hall of Fame; Chuck Leavell – Musicista; Jonathan Lethem – Scrittore; Martin Scorsese – Regista; Rob Sheffield – Contributing Editor, Rolling Stone; Lucinda Williams –
Cantautrice; Warren Zanes – The Del Fuegos.

Gli Stones arriveranno in Italia per una data unica a Lucca, il 23 settembre. Qui la scaletta del primo concerto europeo. Di recente, abbiamo parlato di Stones (e di Beatles) con Michael Caine, in occasione del film My Generation, presentato a Venezia.

60. “Time Waits for No One” It’s Only Rock’n Roll, 1974

Una ballad firmata Jagger-Richards, anche se Keith ha fatto poco. Domina la chitarra alla Santana di Mick Taylor e la coda finale potrebbe essere il miglior assolo nel catalogo della band. È anche il suo canto del cigno: nel 1974 Taylor lascia gli Stones, anche perché non gli vengono riconosciuti i diritti.

59. “Angie” Goats Head Soup, 1973

Una delle ballad più delicate dei Rolling Stones (e l’unica ad andare al n.1 in classifica) viene scritta da Keith mentre è in clinica in Svizzera per disintossicarsi dall’eroina: «Una volta uscito dalla prima fase traumatica, invece di cagarmi addosso nel letto o arrampicarmi sulle pareti, ho cominciato a dire: “Angie, Angie”». Registrata in Giamaica durante le session di Goats Head Soup, si trasforma in una delicata canzone di ringraziamento, con il pianoforte di Nicky Hopkins e gli archi arrangiati da Nicky Harrison. Ci si è interrogati spesso su chi sia Angie. Keith ha scritto il testo nel periodo in cui è nata sua figlia Angela, ma ha sempre detto che non è dedicata a lei: «Non sapevo che Angela si sarebbe chiamata Angela. A volte hai un ritornello, una frase o una parola, un nome che magari non vuoi neanche tenere. Era solo un nome provvisorio. Chi potrebbe intitolare una canzone Angie? Che noia, il solito nome di ragazza!».

58. “Live with Me” Let It Bleed, 1969

«Rock&roll spinto al massimo», dice Keith, che qui scambia riff esplosivi con Mick Taylor, mentre Bobby Keys aggiunge un assolo torrido. Il testo (“La cuoca è una puttana / Il maggiordomo ha un posto per lei dietro la porta della dispensa”) è la ragione per cui il London Bach Choir non vuole essere inserito nei credit del disco.

57. “Sweet Black Angel” Exile on Main St., 1972

Un tributo ad Angela Davis, la Pantera Nera arrestata per omicidio nel 1970, in cui Mick canta: “Liberata la dolce schiava nera” in una cornice di chitarre acustiche, armonica e un tocco di calypso. Il momento più politico degli Stones, e anche l’interpretazione country-folk più convincente di Jagger.

56. “Not Fade Away” England’s Newest Hit Makers, 1964

Gli Stones trasformano il classico di Buddy Holly in un pezzo disperato: «Abbiamo messo il beat alla Bo Diddley davanti a tutto», ha detto Wyman. Andrew Loog Oldham ha aggiunto: «Il primo pezzo di Mick e Keith: il modo in cui l’hanno arrangiata segna l’inizio della loro carriera».

55. “Star Star” Goats Head Soup, 1973

Un tributo alle groupie intitolato Starfucker, finchè il discografico Ahmet Ertegün non si è opposto. Una reputazione che diventa pessima con il pene gigante che si gonfia sul palco nel tour del ’75. La strofa: “Facendo un pompino a Steve McQueen”, deve essere approvata dall’attore, che ne è onorato.

54. “Loving Cup” Exile on Main St., 1972

Loving Cup chiude la prima metà di Exile on Main St., puntellando con un testo appassionato che parla di redenzione mezz’ora di rock&roll grezzo e impetuoso. Provata una prima volta durante le session di Let It Bleed, viene ultimata nel 1972 a Los Angeles. È uno dei diversi brani ispirati al gospel di Exile, che non vengono dalle nebulose settimane passate a registrare nella villa di Nellcôte. Forse per questo non è minimale come il resto dell’album: il pianoforte maestoso di Nicky Hopkins entra come se stesse squarciando le nuvole e la canzone acquista impeto e potenza emotiva man mano che chiama a raccolta tutte le sue influenze. Nel testo, Jagger passa dall’autocommiserazione all’euforia più innocente, strascicando le parole in stile country. I brillanti fiati soul e il coro (di cui probabilmente fa parte anche Gram Parsons, che non viene però inserito nei credit) aumentano il senso di profonda gratitudine spirituale del pezzo.

53. “All Down the Line” Exile on Main St., 1972

«Questo sarà il singolo», dice Jagger. È il primo pezzo di Exile che finiscono di mixare. La band lo porta a un dj di Los Angeles, e vgira in macchina per la città riascoltandolo: «Era surreale», ricorda il tecnico del suono Andy Johns, «andare su e giù per Sunset Strip al sabato sera ascoltando il mio mix».

52. “Worried About You” Exile on Main St., 1972

Una lussuriosa ballad soul che incontra la Giamaica, più famosa per il video-clip in cui Keith e Mick suonano con una bottiglia di Jack Daniel’s di fianco. È stata registrata nel 1975, quindi anche se Ron Wood compare nel video, la chitarra è quella di un altro candidato per il suo posto, Wayne Perkins.

51. “2000 Light Years from Home” Their Satanic Majesties Request, 1967

Mentre altre band cantavano la loro gioia nel viaggiare con la mente nello spazio grazie agli acidi, gli Stones stavano già cercando il lato oscuro. Un incubo psichedelico, con il mellotron di Brian Jones, che lancia un minaccioso incantesimo.

50. “Rip This Joint” Exile on Main St., 1972

«A Mick non piaceva RIP This Joint», ricorda Keith, «troppo veloce». Una bomba rockabilly con Bill Plummer al contrabbasso e due assoli devastanti di Bobby Keys. Se non è il pezzo più veloce degli Stones, è uno dei più bollenti.

49. “Dandelion” Singolo, 1967

Il pezzo che segna l’apice del breve incontro tra gli Stones e il pop psichedelico, evidenziato dal clavicembalo di Brian Jones. Anche durante la Summer of Love i Rolling Stones, nel pieno dell’epoca flower power e appena usciti di galera, non erano certo tipi da regalare sorrisi. Come ha detto Keith: «Non abbiamo potuto goderci il flower power, perché ci avevano arrestato. Eravamo dei fuorilegge». Keith dà alla sua prima figlia il nome di questa canzone. Anche se lei sceglie di usare il suo secondo nome, Angela.

48. “She’s So Cold” Emotional Rescue, 1980

All’alba degli anni ’80, il mondo della musica è pieno di giovani band post-punk che cercano di fondere l’energia del rock con l’impeto della disco music. Ma ci vuole una band come gli Stones per farlo nel modo giusto. Come molti altri pezzi di Emotional Rescue è un mix ingannevolmente allegro di blues e musica dance contemporanea. «Ci sono molti “pastiche” sparsi per tutto l’album», spiega Mick Jagger all’epoca, «in altre parole, è il nostro modo di prendere tutti in giro. “Pastiche” è un termine più elegante per dirlo».

47. “Connection” Between the Buttons, 1967

Questo è quello che si prova a essere un Rolling Stone nel 1966: sono oscuri, nervosi, scontrosi, un po’ paranoici e sempre un passo oltre la legge. Jagger e Richards riassumono il loro umore polemico in Connection, uno dei duetti più feroci della loro carriera (e una delle prime canzoni degli Stones in cui la voce di Keith si sente in modo così evidente). Parlano di venire rinchiusi in qualche prigione o manicomio (“I dottori vogliono farmi altre iniezioni”) con umorismo e ironia: “Stanno ispezionando attentamente le borse / Mi chiedo perché sono così sospettosi”. C’è una gioiosa spavalderia nel modo in cui le loro voci si fondono. Una paranoia che viene giustificata dai fatti: poco dopo l’uscita di Between the Buttons nel gennaio del 1967, gli Stones vengono presi di mira dalla polizia e rischiano seriamente di finire in galera. Durante il processo, Mick e Keith non perdono occasione per sfoggiare il loro atteggiamento sprezzante da fuorilegge: «Non c’è molta differenza tra una cella e una stanza d’albergo nel Minnesota», dice Mick dopo essere uscito su cauzione, «io penso molto meglio nei posti dove non ci sono distrazioni». Connection è un simbolo della ribellione “noi contro il mondo” che definisce per sempre la band. Anche se dura solo due minuti, e non diventa mai una hit, è da sempre una delle preferite dagli appassionati della band. Compreso Keith, che la sceglie per il suo primo tour solista nel 1988.

46. “Lady Jane” Aftermath, 1966

Un’incursione nel genere delle ballate classiche che esercita una grossa influenza sulla parte più raffinata del pop psichedelico inglese. «Ci sono posti in Inghilterra dove la gente parla ancora in quel modo. Inglese antico, alla Geoffrey Chaucer», dice Keith. Alimentato dall’uso innovativo del dulcimer di Brian Jones e dal clavicembalo di Jack Nitzsche, questo pezzo grazioso dimostra che il rock può prendere ispirazione dalla tradizione culturale inglese, così come il sitar di Paint It, Black allude al suo passato coloniale.

45. “Salt of the Earth” Beggars Banquet, 1968

Nel 1968, Mick Jagger si ispira a John Lennon per scrivere il suo inno della classe operaia, Salt of the Earth. Mick tinge il suo tributo agli “umili di nascita” e ai “soldati semplici” con la sua tagliente ironia (“Non mi sembrano veri”), ma è appassionato e sincero quando ne esegue una versione trascendente all’evento benefico “Concert for New York City” dopo l’11 settembre. «Sento che questa città ce la farà», dice Keith con un grande sorriso.

44. “Torn and Frayed” Exile on Main St., 1972

Nell’estate del 1968, Richards inizia a frequentare Gram Parsons dei Byrds: «Mi ha fatto scoprire gli Everly Brothers e le armonie incrociate». Le armonie del Sud prendono vita in Torn and Frayed, un canto corale da locale malfamato che racconta le avventure di un vagabondo tra sale da ballo e bordelli puzzolenti. Un personaggio dissoluto che ricorda Keith, che è in clinica di disintossicazione e non può fare le sovraincisioni. Al suo posto Parsons chiama un suo amico, Al Perkins.

43. “Stray Cat Blues” Beggars Banquet, 1968

Mick Jagger rilancia contro i fan terrorizzati dall’immagine anti-Beatles degli Stones con un sordido pezzo rock: “Si vede che hai solo 15 anni / No, non voglio vedere la tua carta d’identità” (in concerto abbassa persino l’età a 13), mentre Keith pianta la sua Telecaster nell’accordatura aperta in Sol che ha appena imparato da Ry Cooder. La vibrazione oscura, invece: «L’abbia- mo rubata dal primo album dei Velvet Underground. Sai, il suono di Heroin».

42. “She’s a Rainbow” Their Satanic Majesty Request, 1967

La canzone più graziosa fatta da una band che non era nota per essere graziosa. Diventa Il momento fondamentale da Satanic Majesties: un pezzo di pop psichedelico splendidamente costruito, con una melodia pastorale di piano con archi arrangiati da John Paul Jones (che non è ancora uno dei Led Zeppelin) e un coretto infantile in sottofondo. Anche se lo stacco dissonante e l’immagine della ragazza che “arrivatra i colori” fa ricordare da chi è nato.

41. “Shine a Light” Exile on Main St., 1972

I fan si chiedono se il capolavoro gospel di Exile, straziante ritratto di un amico che ha toccato il fondo, sia stato scritto per Brian Jones. In realtà, Jagger l’ha già scritta un anno prima della sua morte e la riprende nel luglio del 1970 con Mick Taylor alla chitarra e al basso, Jimmy Miller alla batteria e Billy Preston all’organo. Jagger decide di aggiungere il coro, quando Preston lo porta a sentire il gospel nella chiesa del Reverendo James Cleveland a L.A.

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